giovedì 6 maggio 2021

Eleonora Mirri, 4H 2020-21: M. Bulgakov, Il maestro e Margherita

 Le figure diaboliche ne Il Maestro e Margherita, Bulgakov.



Il Maestro e Margherita è un romanzo del grande scrittore russo Michail Bulgakov, che venne pubblicato intorno al 1966. Quest’opera può essere ricondotta a vari generi: infatti è un romanzo rosa, per la travolgente storia d’amore del Maestro e Margherita; un romanzo distopico, poiché per molti è considerato una critica alla società; o infine anche un romanzo fantasy, per via degli avvenimenti surreali che si susseguono. 

Nel corso del romanzo vediamo l’intrecciarsi di due narrazioni principali: una riguardante il manoscritto perduto del Maestro su Ponzio Pilato, l’altra la figura del poeta, Ivan Nikolaevic, e di tutte le vicende diaboliche che coinvolgono la Mosca degli anni Trenta. Le due storie si uniscono in manicomio, dove i due scrittori si incontrano e discutono sulle loro vite, ma soprattutto sulla bizzarra e intrigante figura del Diavolo che si aggira per le vie della capitale russa. 


Il romanzo inizia presentandoci fin da subito Ivan Nikolaevic durante una passeggiata in compagnia dell’amico Michail Berlioz, presidente del Massolit. Mentre i due affrontano una discussione estremamente erudita e teologica, arriva uno strano individuo, di nome Woland, che inizia a partecipare alla conversazione. Parlando, l’uomo diventa sempre più misterioso e, ammettendo di essere un esperto di magia nera, arriva persino a predire la morte di Berlioz. Stanco di quell’uomo e della situazione creatasi, il presidente decide di allontanarsi e poco dopo incontra la morte proprio come Woland aveva anticipato. Dopo l’accaduto, il poeta è in preda al panico e viene dunque rinchiuso in un manicomio. 

Scopriremo poi, grazie al Maestro, rinchiuso anch'egli in manicomio, che Woland in realtà è il Diavolo giunto sulla terra insieme al suo corteo di demoni per giudicare l’operato degli uomini, attraverso “Il Ballo di Satana”. 

Sono proprio queste ultime figure che rendono il romanzo di Bulgakov così straordinario non solo per l’aspetto letterario, ma anche sociale. Infatti la produzione dello scrittore russo rappresenta una vera rivoluzione, per quella che era la visione convenzionale del Diavolo del diciannovesimo secolo. Se per l’iconografia cristiana Satana è una figura malefica, tentatrice e soprannaturale, nel Maestro e Margherita egli è un personaggio umanizzato, sapiente e quasi salvifico. Woland infatti ha il compito di misurare la cattiveria umana, e a questo proposito tornano più volte le critiche al potere sovietico che l’autore presenta come avido e immorale, a causa anche delle sue tensioni con questa società.

Ad aggiungersi a questa caratteristica, è altrettanto interessante e insolita la descrizione fisica di Woland, che è tutt’altro che un mostro con corna e occhi infuocati. Il Diavolo di Bulgakov è alto, ha denti d’oro e di platino, è ben vestito, rasato, con la bocca leggermente storta, le sopracciglia nere, un occhio verde e l’altro nero e si aggira sulla quarantina. Ma se il suo aspetto esteriore non fosse sufficientemente inaspettato, il suo carattere sicuramente non deluderà… Woland è saggio, onesto e denuncia i peccati dell’anima. Il capovolgimento di questa figura, tanto sconvolgente quanto interessante, provoca confusione al lettore che, abituato alla rappresentazione classica, non riesce a identificare il personaggio nei panni del Diavolo. Inoltre, l’importanza che l’autore conferisce a questa personalità si denota anche dal fatto che le grandi frasi che hanno reso celebre il romanzo sono spesso pronunciate dallo stesso Woland, per esempio:

Sono parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il bene”. 

Satana, però, non è solo, ma in compagnia di tante altre figure enigmatiche che mostrano sicuramente la grande fantasia e originalità dell’autore. Quando si pensa ad una “schiera” di esseri diabolici, probabilmente molti di noi sono soliti ad immaginarsi i protagonisti della Divina Commedia: uomini malformati in animali tipici della tradizione medievale, completamente privi di un’anima e che compiono continuamente atti terrificanti. Infatti, parte proprio da questo presupposto l’ulteriore rivoluzione del Maestro e Margherita. Durante i capitoli il lettore si trova ad incontrare i personaggi più impensabili, che arrivano a costituire un numero veramente elevato.

I più rilevanti restano nonostante ciò quattro. Primo di tutti, e probabilmente il più strano, è Behemoth. Quest’ultimo è un grosso gatto nero parlante, che viene presentato al lettore mentre sorseggia un bicchiere di Vodka. Behemoth è ironico, buffo e in alcune scene particolarmente umanizzato. Grande aiutante di Woland, compie spesso birichinate divertenti in giro per Mosca, dove le sue caratteristiche feline non fanno altro che ridicolizzare l’azione, creando un grande, e mai banale, effetto comico. 

Altrettanto ilare risulta essere anche Azazello, che presenta, al contrario degli altri, caratteristiche sovrumane. Abilissimo nella mira, è ricoperto di un pelo rosso che nasconde con il suo solito ed elegante abito a righe; ha inoltre una zanna “assurda e orribile” che fuoriesce. Il suo compito sulla Terra è quello di minacciare e intimidire gli uomini.

Korov’ev, fedele compagno e valletto di Woland, è probabilmente uno dei più malvagi. Esteriormente è magro, alto e indossa una giacca a quadrettoni, un pince-nez nero e un berretto da fantino. Accompagna spesso le avventure maligne di Behemoth. 

Hella, una delle poche figure femminili, è infine una strega dai capelli rossi, proprio come la tradizione medievale desidera. Capace di sedurre gli uomini al pari di una sirena, è una donna bella e affascinante. Tutte le scene cui partecipa sono circonfuse da una velata sensualità, che offre una prospettiva diversa, ma non sempre positiva alla figura della strega. 

Per concludere in bellezza, Bulgakov spiega nel finale la vera essenza di questi personaggi demoniaci. Seguendo le righe, che ormai hanno totalmente perso l’ironia e la comicità che le caratterizzavano inizialmente, il tono diventa sempre più seriamente drammatico e, quando il “Ballo di Satana” è concluso, i vari accompagnatori di Woland si spogliano delle loro vesti umane per mostrare la loro vera natura. Infatti ognuno di loro infatti, in una vita precedente della quale purtroppo sappiamo poco, aveva peccato, e perciò erano stati puniti. 

Il finale scelto da Bulgakov è estremamente simbolico e chiude perfettamente il filo che si era sviluppato durante tutto il romanzo. Woland, non è il Satana che ci immaginiamo, perché opera il bene e fa trionfare l’amore, così come i suoi seguaci, fa sì che il romanzo termini con una metafora. I veri "diavoli" sono i codardi che si nascondono dietro la loro cattiveria, ma che alla fine si ritrovano nudi dei propri vizi e la cui anima è messa veramente allo scoperto. Proprio a questo proposito l’autore dichiara che

tra i vizi umani, uno dei maggiori, è la codardia”. 

mercoledì 5 maggio 2021

Martina Marzoli, 4H 2020-21: M. Bulgakov, Il maestro e Margherita

 Le figure diaboliche del romanzo Il Maestro e Margherita


Il Maestro e Margherita è il romanzo della vita dello scrittore russo Michail Bulgakov e fu scritto negli anni ‘20 del secolo passato. Impiegò, però, 25 anni prima di completarlo. La sua pubblicazione  avvenne molti anni dopo.

Il racconto si sviluppa su molti piani e possiamo suddividerlo in due parti principali: solo nella seconda metà compaiono i protagonisti che danno nome al titolo. 

La prima parte del libro comincia con una conversazione filosofica tra due personaggi: Michail Aleksandrovic Berlioz, il direttore di un’importante associazione letteraria russa chiamata Massolit, e un uomo dai capelli rossicci, il poeta Ivan Nicolaevic. I due, in una calda sera di maggio, si incontrano di fronte allo stagno di un famoso parco di Mosca e si confrontano per quanto riguarda pensieri filosofici e storico- religiosi: infatti, Berlioz critica il poeta perché, nel romanzo che gli aveva commissionato, egli aveva scritto cose negative sulla figura di Gesù, ma nessuna che negasse la sua esistenza. Entrambi, infatti, partecipano di quella temperie culturale sovietica, di cui l’ateismo è uno dei punti più importanti. Il direttore Berlioz critica quindi l’impianto del romanzo, che non deve contenere tracce dell’esistenza di Gesù, contrariamente a quanto traspare. Nicolaevic, suo malgrado, sembra cedere all’incalzare di Berlioz, il quale afferma che non esiste nessuno a scegliere il corso della vita degli uomini e che ogni essere umano sceglie per sé stesso il proprio destino e il proprio corso di vita. All’interessante conversazione si unisce un uomo, molto elegante, con un accento straniero: un uomo particolare agli occhi dei due interlocutori che non riescono a definirlo; egli si presenta come un consulente di nome Woland, esperto di magia nera. I tre uomini cominciano a discutere riguardo l’ateismo e la religione, e il nuovo arrivato sembra affermare la ferma convinzione in merito all’esistenza di Dio e di Gesù e parla di stravaganti  aneddoti, come l’aver fatto colazione col filosofo Kant. Arriva a descrivere, con intensità, la condanna e l’uccisione di Gesù, narrata da Ponzio Pilato, altro asse portante del romanzo di Bulgakov. Durante la conversazione, per sostenere l’impossibilità per ciascun uomo di costruire e presiedere al proprio destino, predice, come esempio, l’imminente morte del direttore Berlioz. Il direttore scappa spaventato, finendo, così, per realizzare la profezia del mago: egli viene, infatti, travolto e decapitato dalla conducente del tram dopo esser scivolato sull’olio rovesciato da tale Annuska, come aveva drammaticamente predetto Woland. 

Da qui si può dire che iniziano le vicende  del soggiorno a Mosca del satanico Woland e della sua combriccola altrettanto demoniaca.

Il poeta Nikolaevi’c,  dopo aver assistito alla  spaventosa morte di Berlioz, insegue il mago per le vie di Mosca finendo, mezzo nudo e in preda a una crisi di nervi, al ristorante della Massolit. Invece di essere ascoltato, viene ricoverato in un manicomio con la diagnosi di schizofrenia. 

A questo punto accadono molteplici vicende che stravolgono la quotidianità a Mosca, tra cui la presenza di Woland e dei suoi aiutanti nell’appartamento di Berlioz e uno spettacolo messo in scena da loro stessi, in cui avvengono moltissimi fatti strani e incredibili. 

Il personaggio di Woland è in realtà Satana e i suoi compagni sono figure diaboliche. 

Nel frattempo, durante la sua permanenza in manicomio, Ivan, il poeta, incontra il personaggio che dà il titolo al romanzo e apre la seconda parte del racconto:  “il maestro”, di cui non si conosce mai il nome. Il Maestro aveva scritto un romanzo su Ponzio Pilato che ricalca la descrizione “di persona” di Woland. I due, il Maestro e il poeta, entrano in confidenza e il Maestro racconta al compagno del suo romanzo e del suo amore verso Margherita, l’altra protagonista.


La storia d’amore tra Margherita e il maestro è, infatti, un altro punto fondamentale della seconda parte del libro. Il maestro viene ricoverato dopo essere impazzito a causa delle critiche e persecuzioni fatte a lui e al suo romanzo. 

Margherita, dopo averne perse le tracce, riprende le speranze di ritornare col suo amato, quando Azazello, sicario e aiutante di Woland, le propone di diventare strega e regina della notte di Satana, nella quale tutti i condannati degli inferi riemergono in una festa meravigliosa, in cambio della possibilità di esprimere al diavolo un qualsiasi desiderio. Così Margherita pensa subito al suo amato Maestro e accetta e, dopo essersi cosparsa con un magico unguento, partecipa alla notte infernale che si tiene nell’appartamento occupato da Woland, alla fine della quale si ritrova con il diavolo, pronto a soddisfare la sua richiesta. Margherita chiede, quindi, che il suo amato venga salvato e che insieme possano riavere la loro vecchia vita. Finalmente, i due amanti si rincontrano e tornano a vivere nel seminterrato appartenente al maestro, dove egli riesce a finire il suo romanzo. 

Successivamente, Azazello torna da loro con la scusa di salutarli, ma li avvelena mortalmente. A questo punto i due pensano di essere stati ingannati, ma le loro anime vengono invitate ad unirsi a Woland, che abbandona la città di Mosca, e viaggiano seguendo un percorso, durante il quale i personaggi diabolici riassumono le loro antiche sembianze. Da questo momento, le anime dei due amanti possono vivere insieme in pace per l’eternità.


Il romanzo di Bulgakov è  dunque pienamente incentrato sulla rappresentazione del diavolo, che nel corso della storia della letteratura ha subito diversi cambiamenti, passando dall’essere descritto con caratteristiche animalesche e come poco intelligente, ad essere associato ad un essere umano elegante, come nel caso di Woland, sofisticato e del tutto partecipe della società, a riprova del fatto che il diavolo può essere ovunque. 

In effetti, il personaggio di Woland, ovvero Satana, è un uomo dall’aspetto strano: molto alto, dalle spalle strette e incredibilmente magro; inoltre, ha spesso un’espressione maliziosa ed inquietante.

Nel corso del racconto vengono menzionate altre figure diaboliche, cioè i fedelissimi compagni di Woland, ovvero: Azazello, Behemoth, Fagotto, Hella e Abadonna.

Korovoev, chiamato anche Fagotto, è il maggiordomo di Woland, con sembianze da vagabondo e indossa un paio di occhiali con le lenti inutili. Questo personaggio incontra il poeta Nicolaevic, subito dopo la morte di Berlioz, e si prende gioco di lui fingendo di non sapere chi sia Woland  

Behemoth è invece un gatto nero, grosso come un maiale e con baffi da cavalleggero, che spesso cammina con le zampe posteriori. Ha un bel portamento e comportamenti umani: proprio per questo colpisce particolarmente il poeta Ivan e attira molto spesso l'attenzione.  

Azazello, infine, è l’aiutante del diavolo più importante e significativo. è un uomo di bassa statura ma con le spalle larghe e con i capelli rossi. Ha uno stile stravagante, perché indossa spesso capi a quadretti, e le sue particolarità sono un leucoma sull’occhio e una zanna che gli spunta dai capelli. Ha un’espressione molto minacciosa e, proprio per questa caratteristica, riesce ad intimidire le persone.

Anche Abadonna è un servo di Woland: è il signore della guerra, dall’aspetto di un uomo molto magro, che indossa degli occhiali scuri.

Infine, Hella è una strega che occupa il ruolo di serva, ha gli occhi verdi ed è furba e attenta.


Bianca Bolognini, IV H 2020-21: I. Calvino, Il cavaliere inesistente, cap. 5

Nel capitolo cinque del Cavaliere Inesistente di Italo Calvino si assiste ad una scena particolare, che ci permette di riflettere sui valori della vita e su che cosa occorra per esistere davvero secondo l’autore.

Agilulfo, Gurdulù e Rambaldo sono infatti impegnati a spostare delle carcasse:

Ognuno dei tre sceglie un morto, lo prende per i piedi e lo trascina su per la collina in un posto acconcio per scavargli la fossa”. 

Da questo momento in poi, i tre personaggi affrontano una riflessione personale sulla loro vita, interessante per meglio comprendere il parere di Italo Calvino.

Grazie al protagonista, Agilulfo, capiamo che per l’autore l’essere umano è affetto dei soliti difetti di grossolanità, approssimazione, incoerenza e puzzo, ma nonostante questo, al contrario di chi non esiste, ha la possibilità di lasciare un suo marchio nel mondo, perché può dunque dare un taglio particolare alla sua vita :

"E’ vero che chi esiste ci mette sempre anche un qualcosa, un'impronta particolare, che a me non riuscirà mai dare

Capiamo dunque che per Italo Calvino è di grande importanza distinguersi nella vita e nel fare le cose, e che bisogna affrontarla nel modo più conveniente a noi stessi.

Ma se da una parte l’autore ci propone una riflessione molto profonda come questa, siamo obbligati a svoltare pagina bruscamente quando leggiamo i pensieri di Gurdulù, di certo più materialisti e forse privi di morale. Cosa ci manca quando moriamo? Forse il movimento o il nostro “crescere” a livello strutturale e corporeo. E quando si muore, qual è il nostro compito? Fare da nutrimento per le mucche? In ogni caso, un compito e uno scopo lo avremo comunque, quindi probabilmente tra la vita e la morte non c’è così tanta differenza, se non, una volta morti, nel fatto di aver abbandonato quei difetti preesistenti che ci accompagnavano in vita, ma che allo stesso tempo ci permettevano di distinguerci dagli altri.

Quindi vivere significa solo questo? Significa solo differenziarsi dalle altre persone, senza avere uno scopo? No, risponderebbe  l’autore del cavaliere inesistente, come capiamo attraverso l’esame di coscienza del terzo personaggio, Rambaldo, che pensa che la vita è una e non bisogna sprecarla:

O morto, io corro per arrivare qui come te”... “ Non ci sono altri giorni che questi nostri giorni prima della tomba, per noi vivi e anche per noi morti”.

Se infatti è vero che tutti prima o poi andremo in contro alla morte, è tuttavia proprio per questo motivo che bisogna valorizzare ogni nostro giorno come se fosse l’ultimo. Non bisogna sprecare neanche un solo attimo, perché potrebbe finire tutto da un momento all’altro.

Per questo Rambaldo dice infine:

"E io amo, o morto la mia ansia, non la tua pace”.

In questo senso Calvino ci vuole fare riflettere sul valore dell’ansia che ci causa la vita, un’ansia in realtà buona, anche se spesso io stessa me ne lamento. 

I nostri dadi vorticano ancora nel bussolotto”: la nostra storia è ancora da scrivere ed è importante scriverla a nostro modo, con il nostro taglio e con la nostra impronta, diversa da quella degli altri. 

Chi non vive, questa “ansia” non ce l’ha, non ha più uno scopo e vive forse in “pace”, ma in una pace non soddisfacente. Chi non vive, non ha più motivi per combattere, anzi i suoi dadi hanno già dato i loro numeri e non possono più offrire niente.

Proprio per questo bisogna imparare ad amare e a saper valorizzare la propria “ansia”, perché la vita è una.

Bisogna inoltre sapersi apprezzare in tutti i propri difetti, ma soprattutto non bisogna scoraggiarsi di fronte a nessuna difficoltà, perché queste fanno parte della vita stessa e la caratterizzano. 

Senza le nostre preoccupazioni, senza le ansie, senza paure e difficoltà, non apprezzeremmo neppure i momenti belli. 

Ecco cosa serve per vivere: saper dare senso e intensità alla propria vita il più possibile, valorizzandone ogni singolo momento e non lasciando dunque che sia soltanto qualcosa che accade, che ci scorre addosso.


Eleonora Mirri, 4H 2020-21: Voltaire, Candido, cap. XXIX - la conclusione

 Il capitolo conclusivo di Candide,ou l’optimisme può considerarsi come riassuntivo del pensiero e della critica che l’autore ha voluto mettere in luce.

Il comte philosophique di Voltaire si conclude a Costantinopoli, dove i personaggi una volta riuniti vivono nella loro fattoria. Candido, fortemente cambiato dal suo viaggio, si è sposato con la giovane Cunegonda e in compagnia dei suoi compagni scambia le sue ultime riflessioni. A partire da questo, è interessante osservare innanzitutto il protagonista e il suo ruolo formativo all’interno del romanzo, e successivamente analizzare la visione filosofica in risposta agli interrogativi di Voltaire. 

Concentrandosi quindi sulla figura di Candido, si può notare un grande cambiamento del personaggio, che risulta visibile nella conclusione dell’opera. Se fin dalle prime pagine egli appariva come un ingenuo, con una mente troppo suscettibile e poca consapevolezza, arrivati alla conclusione egli è in grado di condurre riflessioni proprie e intelligenti, non puramente astratte, ma frutto dell’esperienza. In questo modo possiamo immaginare come egli incarni i pensieri dell’autore, portando così il lettore a cogliere il forte messaggio divulgativo del saggio. 

Peraltro, la polemica sulla quale Voltaire si concentra, e che pone le basi di tutta l’opera, è rivolta al filosofo Leibniz e quindi anche alla visione antropocentrica del mondo. Sotto questo aspetto il filosofo francese mostra, attraverso il viaggio di Candido, la sua visione rivoluzionaria, in grado di dare una risposta alla domanda sul valore dell’esistenza umana. Lungo le sue avventure Candido è completamente offuscato dalle teorie del maestro Pangloss, grande sostenitore di Leibniz, che non gli fanno cogliere la realtà dei fatti, poiché troppo concentrato nell’osservarne soltanto i lati positivi. Questo ottimismo posto alla base di ogni condizione, porta il protagonista a non rendersi conto delle tragedie che avvengono nel mondo, restando quindi bloccato in uno stato di passività tutt’altro che produttivo. A questo proposito, possiamo rileggere in modo più attento l’ultimo capitolo, dove Candido si ritrova a discutere con i compagni circa l’esistenza dell’uomo e il suo obiettivo sulla terra. Dalle affermazioni del personaggio possiamo riconoscere il ritratto di un filosofo audace e rivoluzionario, che indossa - forse per nascondere le tesi di Voltaire- le vesti di un ingenuo. Per bocca di Candido, dunque, Voltaire dichiara che “è orribile il male che c’è al mondo”, e che solo “il lavoro ci tiene lontani tre grandi mali: la noia, il vizio e la miseria” e quindi “dobbiamo coltivare il nostro orto”. Con queste affermazioni Voltaire vuole in primo luogo confutare le visioni ottimistiche di Leibniz e affermare che al male, - che realmente esiste - l’uomo può tuttavia opporre la propria operosità. Infatti, per il filosofo il lavoro umano non sarà in grado di rendere il mondo un posto perfetto, ma se ognuno “coltiva il suo orto” il cambiamento sarà possibile. 


Bisogna tuttavia riconoscere che Voltaire non rifiuta la visione ottimistica tipica dell’Illuminismo, ma piuttosto la sua idealizzazione forzata. Egli infatti nega la teoria di Leibniz per quanto riguarda la perfezione celeste e umana, ma le sue riflessioni mantengono tratti tutt’altro che pessimisti. A tal proposito, possiamo osservare come le sue siano conclusioni in realtà piene di speranza, volte a stimolare il lavoro, e quindi la costruzione del bene collettivo. All’epoca, però, tali convinzioni non erano certo correnti, e il lavoro pratico era riservato alle classi sociali più basse, poiché considerato umiliante. 

Allo stesso modo, osservando la società contemporanea, un messaggio come quello di Voltaire è ancora attuale e rientra sicuramente nelle visioni ottimistiche più comuni ed accettate, tanto che possiamo accorgerci come le battaglie quotidiane vengano affrontate sui principi del filosofo. Pensiamo ad esempio alla lotta all’inquinamento, dove gli slogan più accattivanti e conosciuti rispecchiano l’idea che dall’impegno individuale possa nascere il bene di tutti. Un esempio ancora più moderno è l’atteggiamento di sensibilizzazione dei cittadini contro la pandemia, e di come ogni singolo debba impegnarsi per tutelare sé stesso e quindi anche gli altri. 

Tutti questi esempi non sono solo il frutto di campagne pubblicitarie ben riuscite, ma rinviano alla lungimiranza di un filosofo che ha avuto il coraggio di cambiare le convenzioni sociali della sua epoca, costruendo le basi del mondo futuro. 


martedì 4 maggio 2021

Martina Marzoli, 4H 2020-21: Voltaire, Candido, cap. XXIX - la conclusione

Candide è un romanzo filosofico scritto da Voltaire nel 1759, nel quale egli rappresenta attraverso i personaggi i vizi e i difetti umani. Voltaire vuole, infatti, comporre una critica verso la società dell’epoca, caratterizzata dall’ottimismo filosofico.

Ogni personaggio ha un nome degradante, che deve essere inteso in antitesi con la società dell’epoca: per esempio, Candido raffigura l’ingenuità, mentre Pangloss significa “tutta lingua”, a dimostrazione della critica che Voltaire fa verso la sua filosofia, che si limita ad essere puramente teorica, senza applicazione pratica. 

Il romanzo si presenta come un racconto nel quale l’ambientazione è costituita da luoghi fantastici sparsi per l’Europa; le vicende non seguono un ordine cronologico e l’ambientazione impropria crea nel lettore una forte sensazione di spaesamento. Nonostante la cronologia e l’ambientazione del testo siano scorrette e imprecise, l’unico elemento che permette di orientarsi nella storia è il riferimento al terremoto di Lisbona del 1735, il quale consente di capire che le vicende trattate sono inserite nell’attualità dell’autore.

Il linguaggio asciutto, privo di emozioni e di commenti dell’autore, unito al disorientamento provocato dai luoghi creano, nel lettore, una mancanza di empatia. Il romanzo è, infatti, un racconto filosofico del periodo illuminista e, come tale, rappresenta la prevalenza della ragione sui sentimenti.

Inoltre, durante lo sviluppo della storia, è visibile la crescita e il cambiamento di Candido e, per questo, si può considerare anche un romanzo di formazione. 

Di tutto il racconto, l’ultimo capitolo è il più importante, poiché racchiude il messaggio di Voltaire. I personaggi, una volta terminate le loro sciagure e le disavventure, si rendono conto che la vita senza di esse è caratterizzata solamente da noia e dolore. Tale concezione della vita è in contrapposizione con la filosofia ottimista: così, attraverso l’ironia di Voltaire, suggerita nel testo da antifrasi e paradossi, vengono smontate tutte le teorie dell’epoca, in particolare l’antropocentrismo e, in più, viene sollevata una polemica verso la categoria sociale degli aristocratici.

L’antropocentrismo è la concezione del mondo e dell’universo predominante fino ai secoli precedenti all’Illuminismo, e vedeva l’uomo come protagonista di ogni cosa: dell’universo e della vita. Voltaire, invece, mette completamente in discussione questa teoria. A differenza di ciò che gli uomini e la religione credono, secondo lui, non vi è un Dio che si preoccupa della razza umana, ma gli uomini sono minuscoli "passeggeri" sulla "nave" della natura, che continuerebbe ad esistere e a procedere per il suo ciclo anche se essi scomparissero.  

Con l’ultimo capitolo, Voltaire esprime anche la sua visione del male nel mondo, il quale non ha origine metafisica, e quindi non deriva da Dio, ma solamente dagli uomini, che sono destinati a vivere nel dolore, nella noia, nella miseria e nel vizio. L'unico modo per poter affrontare la vita terrena non è trovare risposte in un Dio, ma cercare attraverso il lavoro di evitare il dolore e la noia. In conclusione, secondo il filosofo, l’uomo non può rendere il mondo il migliore, ma  può evitare che sia il peggiore. 

A questa visione, si ricollega la critica verso l’aristocrazia, che non lavora e per questo non può essere in grado di migliorare il mondo. Il capitolo dimostra il cambiamento della concezione del lavoro, grazie al contributo dato dal movimento illuminista: precedentemente ad esso, il lavoro e la fatica equivalevano a qualcosa di sporco e degradante; successivamente diventa ciò su cui si basa la vita, e che è in grado di nobilitare l’animo umano. Il lavoro è, inoltre, ciò che può rimuovere le discriminazioni e le disuguaglianze tra il popolo, e dunque, se tutti gli uomini lavorano, sono in grado di cambiare e migliorare il più possibile il mondo.


Voltaire conclude infatti il romanzo con la frase significativa: “Dobbiamo coltivare il nostro orto”. Questa, benché possa essere letta anche in chiave egoistica, vuole in realtà indicare quanto sia fondamentale la collaborazione e il fatto che tutti gli uomini si impegnino per lavorare.

Il romanzo di Voltaire, inoltre, si trova in contrapposizione con I Promessi Sposi manzoniani per quanto riguarda la concezione del dolore. Secondo Manzoni, l’uomo non sempre è causa dei suoi mali, bensì il dolore è inviato provvidenzialmente da Dio, il quale mette alla prova gli uomini per indirizzarli a un futuro migliore, ovvero il Paradiso. Quindi, è evidente la differenza tra le visioni dei due autori: Voltaire, essendo illuminista, non prende in considerazione  Dio per spiegare il dolore degli uomini; al contrario, Manzoni vede Dio come il protagonista, il principio e la causa della vita umana.

Aurora Negrini, 4H 2020-21: Voltaire, Candido, cap. XXIX - la conclusione

Nell’ultimo capitolo del romanzo viene affrontato il tema del lavoro, inteso come unico rimedio alla perenne tristezza. Voltaire, facendo un elenco delle disgrazie, afferma infatti che la vita dell’uomo si divide tra il dolore, l'inquietudine e la noia; quindi il lavoro è l’unico mezzo che riesce a tenere lontani questi tre grandi mali. Infatti, il male che c’è sulla terra non si può eliminare, ma l’uomo può contare sulla propria azione per cambiare le cose.
Un simile elenco di disgrazie lo possiamo anche vedere nei Promessi Sposi, quando alla fine Renzo parla a Lucia, ma in questo caso il dolore non può essere risolto solo con l’azione propria, perché per spiegare meglio il male si parla dell’azione di Dio, ovvero si afferma che quest’ultimo ci mette alla prova e che l’uomo saper sopportare con fede per conseguire un futuro migliore. Ma Voltaire, facendo parte della corrente dell’Illuminismo ed essendo deista, non può certo fare un'affermazione di questo genere, perché non crede nell’intervento nella storia di Dio e non può affrontare la vita sulla terra in prospettiva del Paradiso.
Inoltre, l’autore verso il finale di questa opera smonta l’idea di antropocentrismo, ovvero che l’uomo sia stato creato da Dio per stare al centro dell’universo. Anzi, Voltaire afferma che questo è il peggior mondo possibile e che l’uomo non è così importante in esso, perché è solo un "passeggero" e l’universo non è stato fatto per lui.
Tuttavia, il lavoro umano, anche se non renderà il mondo perfetto, lo renderà comunque migliore.
A questo proposito, parlando del lavoro come azione necessaria, l’autore esprime un'opinione rivoluzionaria, perché lo riabilita come mezzo di affermazione della dignità umana, che si realizza nella capacità di trasformare la nostra esistenza.



Oggi il lavoro è considerato fondamentale: infatti, secondo il primo articolo della nostra Costituzione, l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro ed è proprio il lavoro che ci rende tutti uguali. Dunque il primo articolo insiste molto sul tema del lavoro, perché è il mezzo con cui la gran parte delle persone si guadagna da vivere e quindi ha una funzione fondamentale, perché fornisce una definizione anche sociale della persona e impegna buona parte della giornata nell'attività in cui ognuno di noi mette tanto impegno e passione. Quindi presentare l’Italia come una Repubblica fondata sul lavoro equivale ad ammettere l’importanza di tutti questi aspetti e a impegnarsi affinché il lavoro sia tutelato. Purtroppo al giorno d’oggi possiamo vedere che non è sempre così, come ben sanno molti giovani, che hanno delle carriere di studio brillanti ma appena usciti dall’università faticano a trovare lavoro. Quindi possiamo sottolineare che occorrerebbe garantire meglio a tutti la realizzazione concreta di questo diritto.

domenica 2 maggio 2021

Maddalena Bonifacci, 4 H 2020-21: Voltaire, Candido, cap. XXIX - la conclusione

Nel capitolo finale del Candido di Voltaire, dopo una serie di interminabili e travolgenti avventure che hanno visto coinvolto il protagonista e gli altri personaggi, questi si ritrovano insieme, in una tranquilla fattoria nell’Impero ottomano, finalmente in pace dopo tanta sofferenza. 

Sono liberi dalle oppressioni, dalle schiavitù, non sono più costretti a fuggire, a combattere, a viaggiare alla ricerca disperata di qualcosa; eppure, nessuno di loro riesce a godere di questa tranquillità ritrovata. 

In effetti il capitolo stesso si apre con una frase che lascia immediatamente spiazzato il lettore: “Nel fondo del suo cuore, Candido non aveva alcuna voglia di sposare Cunegonda. Ma l’estrema impertinenza del barone lo determinava a concludere il matrimonio, e Cunegonda lo sollecitava così vivamente ch’egli non poteva tirarsi indietro.” 

Ventinove capitoli di viaggi e imprese compiute all’unico fine di ritrovare la propria amata e sposarla sembrano quasi quindi sprecati di fronte a questa prospettiva poco allettante, di un matrimonio intrapreso piuttosto per dispetto o ripicca.

Lo slancio che spingeva Candido a girare per il mondo, il desiderio ardente di incontrare la bellissima donna che amava con tutto sé stesso risulta invece completamente spento, in quanto: “gli rimase soltanto la piccola fattoria. Sua moglie, ogni giorno più brutta, diventò bisbetica e insopportabile.” 

Perché la ragazza luminosa, che per tutto il corso della storia viene ricordata come la più bella mai vista, diventa invece brutta e insopportabile?

Forse proprio perché era la più bella mai vista; Candido al termine del romanzo ha girato mezzo mondo, anzi, tutto il mondo allora conosciuto, ha visto persone diverse, ha fatto esperienze, e alla luce di queste, Cunegonda, che era la più dolce e meravigliosa creatura che avesse mai visto prima dell’inizio delle sue (dis)avventure, non lo è più. 

Ciò che gli aveva dato coraggio, che era stato oggetto di idealizzazione, che era stato tanto sognato e desiderato, una volta ottenuto non ha il sapore dolce che si immaginava. 

Per Candido ciò avviene con Cunegonda, ma tutti i personaggi risultano delusi da ciò che sembravano aver ricercato fino ad allora. 

Tanto che la vecchia, dopo una vita di violenze e dolore, rimpiange la sua condizione precedente rispetto al “far nulla” che caratterizza la loro nuova sistemazione. 

Cacambo maledice la sua sorte, avendo più lavoro da fare e trovandosi più occupato di prima. 

Seguendo il pessimismo che lo caratterizza, invece, Martin è convinto che si stia male ovunque si capiti, e perciò “pazienta”.

La figura opposta è Pangloss, che tuttavia, dopo aver millantato per tutto il romanzo che “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili”, si trova ad ammettere che avendo sostenuto ciò una volta, si trova costretto a continuare a farlo, pur senza crederci, alla luce delle tremende sofferenze che ha subito. Rimpiange inoltre di non poter spiccare in una qualche università tedesca esponendo le sue teorie. 

Insomma, stanno tutti finalmente bene, ma nessuno è soddisfatto. 

Mentre il tempo scorre, e la storia si ripete ciclicamente, sempre uguale, Candido, Pangloss e Martin si trovano a riflettere a discutere della tremenda noia che li attanaglia. 

È proprio Martin a concludere che “l’uomo è fatto per vivere nelle convulsioni dell’inquietudine o nel letargo della noia”, ed ecco perché in differenti modi e misura, si trovano tutti a rimpiangere la loro condizione precedente. Per quanto abbiano sofferto e per quanto le loro avventure li abbiano fatti soffrire, erano sicuramente più eccitanti del “non far nulla”. 

Che cosa occorre fare dunque? Qual è la soluzione, la risposta a tutto il male che c’è nel mondo? 

Voltaire porta qui una risposta profondamente rivoluzionaria per l’epoca: non bisogna perdersi in ricerche metafisiche su Dio o sul destino, in quanto la soluzione più nobile che un uomo possa adottare è lavorare. 

Il lavoro tiene lontani da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno”, spiega il saggio vecchio, e per questo è ciò che di migliore si possa fare. 

L’attività manuale, che fino ad allora e che ancora nella società di Voltaire veniva disprezzata e considerata un impiego inferiore e spregevole, viene invece esaltata come concreta possibilità di agire nella storia e contribuire al bene collettivo. 

Non è un caso che proprio in quegli anni la classe borghese cominci a prendere coscienza del proprio valore sociale, portando poi alla Rivoluzione Francese. 

Quello che Voltaire propone quindi, nel capitolo conclusivo della sua opera più famosa, è un messaggio di impegno sociale concreto, un invito alla partecipazione e all’attività. 

Non bisogna osservare il passaggio della storia come passivi spettatori, perdendo tempo a riflettere e filosofare su teorie infondate, come dimostra proprio la frase finale del romanzo, con cui Candido risponde all’ennesima dissertazione di Pangloss: “Ben detto, ma bisogna coltivare il nostro giardino.”


Greta Cricca, 4 H 2020-21: Voltaire, Candido: il cap. XXIX

Nel capitolo finale del Candide Voltaire compie una critica radicale sui sistemi di pensiero precedenti all’illuminismo, che condividono l’antropocentrismo. L’uomo, per secoli, è stato convinto che il mondo fosse stato creato per lui, ma la verità di Voltaire è che l’uomo rappresenta solamente uno dei tanti abitanti del mondo e quindi non riveste un ruolo centrale.

Lo scrittore, per far focalizzare il lettore su questo tema importante e farlo riflettere, durante la narrazione evita di esplicitare troppo le emozioni dei personaggi e usa un tono ironico, così che sia messa in campo la ragione e non il cuore.

Inoltre, viene trattato anche il tema del lavoro e di quanto esso sia importante per l’essere umano. Secondo il personaggio di Martino, l’uomo oscilla tra l'inquietudine e la noia. Voltaire per risolvere questa situazione negativa vede nel lavoro l’unica via di fuga. Esso può distrarre l’essere umano dalla sua condizione esistenziale e allontanare i grandi mali della vita: la noia, il vizio e il bisogno. Come Candido che affronta tante avventure, a volte anche pericolose e brusche, ma non si annoia e riesce a godersi ogni esperienza, così l’uomo deve lavorare per non pensare e non soffrire. Non si può eliminare il male che c’è nel mondo, ma con il duro lavoro si può migliorare qualche aspetto, così da renderlo meno peggio.

A differenza di quanto affermato da Pangloss, secondo il quale il mondo è il migliore dei mondi, Voltaire non ha dunque una visione positiva della realtà nella quale vive, ma con l’attività lavorativa ne può risollevare la qualità. 

Dunque a partire dal '700 viene riabilitato il lavoro, che da azione disprezzata diventa la capacità umana di agire nella storia e la modalità con la quale si nobilita il nostro animo. Voltaire offre così ai suoi lettori un messaggio sociale: anche se siamo solo un piccolo passeggero di una grande nave, possiamo elevare la nostra identità lavorando e faticando. Il contadino che Candido, Martino e Pangloss incontrano alla fine del racconto rappresenta appunto l’uomo di Voltaire: lui non è interessato a ciò che accade nelle grandi città, perché già con il suo lavoro allontana il male, vivendo serenamente.

Così Candido, tornato nella sua villa, decide di coltivare il suo orto e fare del suo lavoro il proprio giovamento. “Disse Martino; questo, è il solo mezzo di render la vita sopportabile”, e in poco tempo la terra iniziò a fruttare molto.

Benedetta Monteleone, 3A 2020-21: Vita di Petrarca (schema)



 

Miriam Asif, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

 Un brano significativo:

L'inchiostro si era addensato, andava diluito. A questo scopo conservava nell'armadio dei libri una fiala d'acqua purissima. Si appoggiò sui braccioli dello scranno per alzarsi, e non ci riuscì. Per quanto puntasse i piedi sul pavimento, le gambe non rispondevano, sembravano prive di sensibilità. Si disse subito che era colpa del troppo vino, ma questa spiegazione del tutto verosimile non riuscì a scacciare il terrore di morire da cui, immediatamente, era stato afferrato. Quando quel terrore lo assaliva, non c'era rimedio alcuno. Gli si stringeva la bocca dello stomaco. A volte vomitava, e faceva anche di peggio. Si convinse, con assoluta certezza, che non avrebbe rivisto il giorno dopo, che quelle erano le sue ultime ore. La solitudine lo spaventò. Aveva bisogno di vedere un essere vivente, di esercitare ancora le sue facoltà vitali.” 

(pagina 125)



Petrarca viene descritto, come si può vedere anche dal breve brano, nella sua totale umanità, in uno dei suoi più bui periodi della vecchiaia.

Egli infatti, dopo aver vissuto una giovinezza spensierata e sana, si ritrova solo con se stesso e con le sue sofferenze psicologiche e fisiche. La vecchiaia difatti gli ha portato dei terribili disturbi intestinali e acidità di stomaco, che vengono accompagnati alle sue paure e alle sue emozioni: prova tanta tristezza a causa delle morti del figlio Giovanni, del nipote Francesco, Laura, sua principale musa ispiratrice, ed infine del suo amico copista, ma anche tanta rabbia nei confronti della peste che glieli ha strappati via. Si sente così perso da smettere di credere nella sopravvivenza dell’anima, a cui aveva sempre creduto. 

Prova così una costante paura di non poter riaprire più gli occhi il giorno dopo, una sensazione che gli provoca un grande vuoto. Egli ormai si ritrova a vivere delle giornate pressoché identiche e piatte, piene di rammarico per il passato, e di paura per il futuro. Il suo unico desiderio è quello di incontrare altre persone e stare in loro compagnia per sentirsi ancora “vivo”. 


Martina Mortelliti, 3A 2020-21: Vita di Petrarca (schema)





 


Greta Crous, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

 RITRATTO DI PETRARCA



Marco Santagata, nel romanzo Il Copista, narra di Francesco Petrarca nell'ultimo periodo della sua vita. È ormai assai anziano, affetto di una malattia all'intestino che gli provoca atroci dolori. Il poeta trascorre le giornate nella casa di Padova che non sembra amare molto, tant'è che spesso rievoca i momenti in cui poteva viaggiare senza alcun problema.

È completamente solo, con unica compagnia la governante Francescona. Nell'intero romanzo, Petrarca ricorda con nostalgia le persone amate che gli sono state vicine, ma che ormai non ci sono più. 


Nonostante nel corso della sua vita sia stato molto celebre e ammirato dai più grandi letterati, primo fra tutti Giovanni Boccaccio, la descrizione delle sue ultime giornate trasmette una grande tristezza. Non ha più nulla: tutto ciò che gli rimane è rispondere controvoglia alle epistole, terminare gli ultimi versi e riportare alla memoria eventi passati. 

Le persone che Petrarca ha amato di più, infatti, sono ormai tutte scomparse: primo fra tutti, suo figlio Giovannino. Si erano allontanati per delle divergenze e il ragazzo era morto in solitudine a causa della peste, tra le strade deserte di Firenze. Non aver mai potuto dimostrare quanto bene gli voleva, sembra essere uno dei più grandi rimpianti del poeta. 

Un'altra importante figura negli affetti di Petrarca, è Giovanni Malpighini, il suo copista di fiducia, con cui aveva un'intesa senza paragone. Anche lui si era allontanato da Petrarca in seguito a una discussione, dopo averlo riverito per anni. Il poeta stava scrivendo la lettera che avrebbe potuto risolvere il diverbio, quando muore; fatto che sicuramente lascia un forte velo di tristezza al finale.

E infine c'è Laura, il suo grande amore, che è ormai anch'ella stata portata via dalla peste. In questo romanzo, tuttavia, sembra quasi che più che essersi innamorato di Laura stessa, Petrarca si sia innamorato della sua concezione poetica, tanto che, ormai, quando la nomina, pare non si riferisca effettivamente a lei, ma all'idea, alla sua essenza, quale è descritta nelle sue tante poesie.



La nebbia che viene citata all'inizio del testo come descrizione del luogo in cui vive il poeta, sembra rimanere lo sfondo di tutta la narrazione, trasmettendo un grande senso di malinconia. Di quest'uomo, così colto, potente, illustre, alla fine non rimane nulla. Egli non può fare altro che utilizzare le forze rimaste per scrivere le ultime rime, unica cosa a cui non riesce a rinunciare, spegnendosi poco a poco. 


Asia Monteleone, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

Marco Santagata in questo libro descrive una tipica giornata dell’ormai anziano poeta Francesco Petrarca, avvolto dal dolore della perdita dei suoi cari morti di  peste, come suo figlio Giovanni, il suo nipote Franceschino,  e la sua amata Laura, alla quale ha dedicato il Canzoniere, la sua opera più famosa. 

Un altro dolore che lo tormenta è la partenza del suo copista più fidato Giovanni Malpaghini, considerato come un figlio, ma che per ragioni di lavoro ha lasciato da solo il poeta con la  serva Francescona, che si prende cura di lui e dei suoi dolori intestinali causati dall’ulcera, che provoca dolori e come una forte acidità allo stomaco. 

Marco Santagata delinea un ritratto di Francesco Petrarca meno eccezionale, ma più umano, ripiegato su sé stesso, che ormai è stanco di vivere poiché quella sofferenza gli sta logorando l’anima e la mente distruggendolo ogni giorno di più, facendo in modo che la vecchiaia che si era sognato non si avveri. Infatti così è stato, la sua vecchiaia è l’opposto di quella che si era immaginato, non gli resta solo che concedersi alla morte, che ormai è vicina. 


Per alcuni giorni non era uscito di casa. A chi avrebbe potuto reclamare i diritti di cui era stato defraudato? Perché lui era stato defraudato. Alla disperazione fredda era subentrato un sentimento di rivalsa nei confronti della vita, del mondo, dei conoscenti, della sua stessa figlia: tutto e tutti lo avevano tradito, lo avevano derubato del suo futuro”. 


L’autore in queste righe descrive lo stato d’animo di Francesco Petrarca dopo che ha appreso la notizia della morte del suo nipotino Franceschino, al quale voleva affidare la sua passione per le poesie, per le storie e per i trattati. 

I giorni dopo la morte del nipote, infatti, il poeta non voleva vedere nessuno, voleva rimanere chiuso nella sua solitudine, fatta di frustrazione e di nulla. 

Si sentiva insignificante e inutile, poiché aveva perso tutti, il figlio, l’amata, l’aiutante copista e infine anche il nipotino: insomma, le persone che più amava se ne erano andate. 

Per questo Petrarca descrive se stesso come una persona solitaria e desiderosa di trascorrere “ in mezzo alle selve” i pochi giorni che gli rimangono di questa morte che chiamano vita.

mercoledì 28 aprile 2021

Anna Sole Stabile, 4H 2020-21: Voltaire, Candido - Cap. XXIX, Conclusione

L'ultimo capitolo del Candido riassume perfettamente gli ideali e le critiche di Voltaire nei confronti della metafisica, di cui si parla in tutta l’opera. 

In queste ultime pagine viene descritta la vita dei personaggi dopo le mille avventure che hanno trascorso: infatti si trasferiscono tutti in una casa in campagna, probabilmente in Turchia, dove vivono una vita tranquilla, che però a volte risulta anche noiosa. La vecchia dice infatti che non sa se sia peggio vivere tutte quelle disavventure che hanno vissuto loro oppure continuare una vita nell’ozio, senza fare niente. 

A questo proposito decidono di consultare un “Dervis” per trovare una soluzione a questo sentimento di noia e per capire quanto male c’è nel mondo.

Egli risponde in questo modo: ”Quando sua altezza spedisce un vascello in Egitto, s’imbarazza ella se i topi vi sieno a lor agio o no?” 

Da questo momento inizia la riflessione del protagonista attraverso la quale Voltaire mette in discussione i sistemi di pensiero precedenti, in particolare gli ideali dell’antropocentrismo che pongono l’uomo al centro dell’universo. Da questa frase possiamo dedurre che alla natura non importa niente degli uomini, che vengono definiti come ratti, perché sono solamente delle creature “di passaggio”, in quando dopo che l’umanità si sarà estinta la Terra continuerà a esistere ugualmente.

L’uomo comune però crede che questo sia il migliore dei mondi possibili nonostante ci siano molte sofferenze.

Secondo Candido, invece, la soluzione contro i grandi mali della vita e la noia è lavorare: infatti afferma che “bisogna coltivare il nostro giardino”. Con questo discorso Voltaire vuol riabilitare il lavoro, che deve servire a rendere tutti uguali, a nobilitare l’uomo, a renderlo più felice e a evitare che sopraggiunga la noia.

Questo messaggio sociale può essere considerato moderno, perché quando l’opera è stata scritta, cioè durante l’assolutismo, il lavoro era considerato una condizione degradante per l’uomo, che lo rendeva simile ad un animale, tanto che le uniche classi sociali a lavorare erano il terzo stato e gli schiavi.

Inoltre, da quest’ultimo capitolo capiamo che l’uomo non è mai contento, desidera continuamente quello che non ha. Non esiste quindi il mondo perfetto e l’unica speranza che ha l’uomo è il lavoro, che deve servire a evitare che il mondo sia il peggiore e a migliorare noi stessi.


lunedì 26 aprile 2021

Margherita Bettazzi, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

Francesco Petrarca è il protagonista del libro Il copista di Marco Santagata. Viene descritto come una persona dall’animo “grigio”, distrutta dai suoi ricordi negativi.

Infatti lui un tempo era molto mattiniero e si metteva a lavorare e scrivere con grande entusiasmo, veniva elogiato e ammirato dal pubblico, ma con il passare degli anni accumulò brutti ricordi, come le morti, dovute alla pandemia di peste, della sua amata Laura (da cui non era corrisposto), di suo figlio Giovanni e di suo nipote. Oltre a queste disgrazie, al suo continuo dolore si aggiunse la fuga del copista che gli era fedele: Giovanni Malpaghini. A questo punto gli rimase a fianco una sola persona: la sua serva Francescona.

Questi brutti ricordi portarono Petrarca a non trovare più la voglia di mettersi a lavorare al mattino, come era sua consuetudine, ma anzi si muoveva lento come se ogni cosa gli provocasse dolore, poiché soffriva sia fisicamente che mentalmente.

Ma la sua produttività non si fermò, anche se non faceva altro che lamentarsi del suo passato, dei pensieri che gli passavano per la testa e della fuga del suo fedele copista. Cominciò anche a negare l’immortalità dell’anima, ma lo manteneva in vita il piacere della scrittura. La sua esistenza, negli ultimi anni, consistette infatti nella revisione del Canzoniere, che diventò la sua opera più famosa:

“Era una perdita continua, disorientata, casuale. Il mondo rimpiccioliva e la vita vi abbreviava fino a coincidere con il vuoto presente. Quasi nessun futuro e pochissimo passato”.




Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...