Nel capitolo cinque del Cavaliere Inesistente di Italo Calvino si assiste ad una scena particolare, che ci permette di riflettere sui valori della vita e su che cosa occorra per esistere davvero secondo l’autore.
Agilulfo, Gurdulù e Rambaldo sono infatti impegnati a spostare delle carcasse:
“Ognuno dei tre sceglie un morto, lo prende per i piedi e lo trascina su per la collina in un posto acconcio per scavargli la fossa”.
Da questo momento in poi, i tre personaggi affrontano una riflessione personale sulla loro vita, interessante per meglio comprendere il parere di Italo Calvino.
Grazie al protagonista, Agilulfo, capiamo che per l’autore l’essere umano è affetto dei soliti difetti di grossolanità, approssimazione, incoerenza e puzzo, ma nonostante questo, al contrario di chi non esiste, ha la possibilità di lasciare un suo marchio nel mondo, perché può dunque dare un taglio particolare alla sua vita :
"E’ vero che chi esiste ci mette sempre anche un qualcosa, un'impronta particolare, che a me non riuscirà mai dare”
Capiamo dunque che per Italo Calvino è di grande importanza distinguersi nella vita e nel fare le cose, e che bisogna affrontarla nel modo più conveniente a noi stessi.
Ma se da una parte l’autore ci propone una riflessione molto profonda come questa, siamo obbligati a svoltare pagina bruscamente quando leggiamo i pensieri di Gurdulù, di certo più materialisti e forse privi di morale. Cosa ci manca quando moriamo? Forse il movimento o il nostro “crescere” a livello strutturale e corporeo. E quando si muore, qual è il nostro compito? Fare da nutrimento per le mucche? In ogni caso, un compito e uno scopo lo avremo comunque, quindi probabilmente tra la vita e la morte non c’è così tanta differenza, se non, una volta morti, nel fatto di aver abbandonato quei difetti preesistenti che ci accompagnavano in vita, ma che allo stesso tempo ci permettevano di distinguerci dagli altri.
Quindi vivere significa solo questo? Significa solo differenziarsi dalle altre persone, senza avere uno scopo? No, risponderebbe l’autore del cavaliere inesistente, come capiamo attraverso l’esame di coscienza del terzo personaggio, Rambaldo, che pensa che la vita è una e non bisogna sprecarla:
” O morto, io corro per arrivare qui come te”... “ Non ci sono altri giorni che questi nostri giorni prima della tomba, per noi vivi e anche per noi morti”.
Se infatti è vero che tutti prima o poi andremo in contro alla morte, è tuttavia proprio per questo motivo che bisogna valorizzare ogni nostro giorno come se fosse l’ultimo. Non bisogna sprecare neanche un solo attimo, perché potrebbe finire tutto da un momento all’altro.
Per questo Rambaldo dice infine:
"E io amo, o morto la mia ansia, non la tua pace”.
In questo senso Calvino ci vuole fare riflettere sul valore dell’ansia che ci causa la vita, un’ansia in realtà buona, anche se spesso io stessa me ne lamento.
“ I nostri dadi vorticano ancora nel bussolotto”: la nostra storia è ancora da scrivere ed è importante scriverla a nostro modo, con il nostro taglio e con la nostra impronta, diversa da quella degli altri.
Chi non vive, questa “ansia” non ce l’ha, non ha più uno scopo e vive forse in “pace”, ma in una pace non soddisfacente. Chi non vive, non ha più motivi per combattere, anzi i suoi dadi hanno già dato i loro numeri e non possono più offrire niente.
Proprio per questo bisogna imparare ad amare e a saper valorizzare la propria “ansia”, perché la vita è una.
Bisogna inoltre sapersi apprezzare in tutti i propri difetti, ma soprattutto non bisogna scoraggiarsi di fronte a nessuna difficoltà, perché queste fanno parte della vita stessa e la caratterizzano.
Senza le nostre preoccupazioni, senza le ansie, senza paure e difficoltà, non apprezzeremmo neppure i momenti belli.
Ecco cosa serve per vivere: saper dare senso e intensità alla propria vita il più possibile, valorizzandone ogni singolo momento e non lasciando dunque che sia soltanto qualcosa che accade, che ci scorre addosso.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.