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martedì 26 aprile 2022

Greta Crous Ramiò, 4A 2021-22: Che cos'è la libertà (IL MITO DI TESEO E IL MINOTAURO DAL PUNTO DI VISTA DI ARIANNA)

 





La prima volta che vidi Teseo, ne rimasi folgorata. Per tutta la mia vita nessuno aveva mai davvero avuto cura e considerazione di me, nessuno prima di quell'eroe dai capelli corvini.

Ogni nove anni la storia si ripeteva: sette fanciulli e sette fanciulle venivano inviati da Atene per essere sacrificati ad Asterione, mio fratello. Avevano tutti così timore del famoso Minotauro: ne erano terrorizzati! A me faceva pena. Ogni tanto mi avvicinano al suo labirinto ed era capitato che lo scorgessi di sfuggita. Non sopportavo la mia famiglia e la prigione in cui mi tenevano, mi sentivo come se solo lui potesse veramente capirmi. Entrambi eravamo rinchiusi: lui in un labirinto, io in un castello; nessuno dei due poteva sfuggire.

Ogni mattina mi svegliavo presto e, cercando di fare meno rumore possibile, uscivo dal castello. Poi correvo; correvo così velocemente da sentire l'aria far pressione sul mio viso e le gambe muoversi da sole, fino a raggiungere il mio luogo preferito. Amavo sentire la sabbia fine tra le dita, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, osservare quella distesa di blu talmente mozzafiato da sembrare irreale. Solo in quel momento mi sentivo libera. Sognavo ogni giorno l'arrivo di qualcuno che mi portasse via da quella prigione mascherata da paradiso.

Questo fu Teseo per me. Fu la speranza, la libertà che avevo sognato per tutta la vita. Quando lo vidi per la prima volta, capii subito che lui era diverso rispetto a tutti gli altri giovani che erano arrivati fino a quel momento. Aveva quel luccichio nello sguardo che mi attirava come una calamita, era fiero e spavaldo, si muoveva con coraggio e senza tentennamenti. La prima volta che i nostri occhi si incontrarono, sentii finalmente la mia presenza, io ero lì, lui poteva vedermi, io esistevo. Per tutta la vita mi ero sentita invisibile, come se fossi fatta d'aria; lui mi aveva resa concreta. Ecco cosa mi aveva fatto davvero innamorare.

Il suo corteggiamento era fatto sguardi, di cortesia, e ci era voluto ben poco perché cadessi nella sua trappola. Lui aveva un potere su di me come mai nessuno prima ed ero stata io a offrirglielo. Ero stata io a permettergli di convincermi con le sue promesse, perché volevo credergli così disperatamente. Lui mi aveva offerto la chiave di fuga del mio labirinto personale, era stato lui a regalarmi il filo prima che io ricambiassi.

Tradire mio fratello, sangue del mio sangue, non mi sembrava così terribile se in cambio io avessi ottenuto la mia libertà. Entrambi, chi in un modo e chi in un altro, saremmo finalmente sfuggiti alla prigione che ci teneva incatenati da tutta la vita. Per la prima volta mi era stata data la possibilità di scegliere e io non ho sprecato l'occasione. Mi sono sentita forte, rilevante, libera. Diedi a Teseo il gomitolo di lana che lo avrebbe salvato e lo lasciai andare. La notte prima che accadesse il misfatto, ripensai a mio fratello. Mi tornarono in mente tutte le poche volte in cui lo avevo visto di sfuggita. C'era stato un giorno in cui addirittura i nostri sguardi si erano incrociati: chissà se mi aveva riconosciuta. Era solo come me e mi accorsi per la prima volta che, in fondo, gli avevo voluto bene.

Anche quella mattina corsi a tutta velocità verso il mio mare, consapevole che quella sarebbe stata l'ultima volta. Mi sedetti, il sole ancora non era forte, e osservai quella distesa blu all'orizzonte: finalmente l'avrei attraversata anch'io, finalmente mi sarei liberata dalla mie catene.

Ora sono qui, di nuovo seduta su una distesa bianca mentre osservo la stessa distesa blu, di nuovo sola. Ripenso a tutta la mia vita, ripenso ad Asterione e ripenso a Teseo che, alla fine, mi ha abbandonata anche lui. Tutto sembra essere andato storto, e ho perso ogni cosa: le mie ricchezze, il mio titolo, la mia famiglia, il mio amore. Eppure, straordinariamente, non sono pentita di nulla, perché a scegliere questa vita, a scegliere di sbagliare, sono stata io. Ho perso tutto, ma una cosa davvero l'ho conquistata: la mia libertà, perché cos'è libertà se non poter scegliere di sbagliare?



Sara Pagnozzi, 4A 2021-22: L'uomo e la bestia (Il mito di Teseo e il Minotauro raccontato dal punto di vista di Arianna)

 

Possano perdonarmi gli Dei! Levo in alto le mie esili braccia, o Dei dell’Olimpo, affinché possiate aver compassione di questa povera fanciulla, sola e in ginocchio sull’arida spiaggia dell’isola di Nasso. L’amore qui mi condusse e mi portò a tradire la mia patria, mio padre.

Peccai d’ingenuità quando pensai che, come splendente stella, avrei per sempre illuminato lo sguardo del bell’ateniese, quando pensai che nemmeno il sopraggiungere della morte avrebbe potuto separarci.

Perché, o Cupido, decisi di trafiggere il mio docile cuore con la tua freccia? La tua freccia, scoccata velocemente, si conficcò nell’animo mio per accogliere l’immagine di Teseo e, solo pronunciare il suo nome, ancor m’offende. Sanguina abbondantemente, o Cupido, questa ferita che ancora non è guarita.

Beffardo fu il fato quando mi consigliò di usare un filo rosso per aiutare Teseo a uscire dal labirinto. Senza di me non sarebbe mai sopravvissuto all’ardua impresa; senza di me il dominio della mia patria su Atene non si sarebbe mai concluso e gli Ateniesi avrebbero continuato a generare figli e figlie da sacrificare in nome della stirpe.

Se solo avessero saputo che quella creatura mostruosa, figlio del dispetto di uno di voi Dei, mezzo umano e mezzo mostro, mezzo uomo e mezzo toro, aveva le loro, le mie stesse paure ed emozioni, si sarebbero presentati da lui con armi taglienti e affilate?

Bastava la visione di un’arma per intimorirlo e scatenare la sua rabbia; invece, nessuno mai ebbe qualche parola di conforto per placare il suo istinto malvagio, nato per via di una prigionia imposta: tutto ciò sarebbe bastato per sedare la sua sete di sangue.

L’invincibile Teseo, dimenticatosi dell’umanità propria e della mezza di Asterione, riconobbe quest’ultimo solo come orrido mostro e lui stesso, sempre meno uomo e più bestia, si macchiò dell’orrendo crimine, infliggendo al Minotauro il colpo fatale.

Io, accecata dall’amore, non mi accorsi che mi aveva usata come mero strumento per raggiungere il suo fine. Solo ora, nell’abbandono, mi accorgo, con gli occhi ricolmi di lacrime, della vera natura del bell’ateniese.

giovedì 6 gennaio 2022

G. Crous Ramiò, 4A 2021-22: La rappresentazione

Un solo uomo ma mille volti. Il serial killer che sta terrorizzando Roma sembra impossibile da identificare. Le sue vittime sono tutte donne: di ogni età, classe sociale e abitudini, ma con un unico filo che le unisce. Riuscirà la detective Moani a risolvere questo oscuro enigma?

Ambientazioni tra l'antico e il moderno fanno da sfondo ad un giallo avvincente che coinvolge il lettore conducendolo tra le pagine di un copione.







LA RAPPRESENTAZIONE



La prima vittima fu Marta Falco. Bellissima donna di mezz'età, con lunghi capelli corvini e occhi chiari. Lavorava come segretaria in un'importante azienda di Roma. Fu trovata morta il 24 settembre in un vicolo angusto da un degli abitanti del circondario: il corpo era nudo e dalle autopsie emerse che il decesso era causato da soffocamento.

Intorno alla vittima non era presente nessun indizio, non c'erano impronte digitali né qualche prova che potesse portare all'assassino; solo il nome della donna – Marta - trovato scritto al suo fianco con un gesso bianco. Mentre la polizia cercava di capire cosa fosse accaduto, un collega della sfortunata si fece avanti comunicando di sapere con chi era quest'ultima il giorno della morte.

Secondo le parole del testimone, da un po' di tempo la donna usciva con un uomo: un facoltoso medico che il collega aveva intravisto proprio la sera del 23 settembre, il giorno prima del ritrovamento del corpo, quando il medico era venuto a prendere Marta dal lavoro.

Il testimone non conosceva il suo nome, ma cercò di fornire una descrizione il più possibile precisa sull'aspetto dell'uomo, anche se lo aveva visto soltanto di lontano e per pochi secondi. Da quello che emerse dall'identikit, il probabile assassino si presentava come un individuo composto, elegante e in apparenza del tutto innocuo.

La polizia però non fece in tempo a diffondere quest'immagine per le vie di Roma che avvenne un altro omicidio. La situazione era la stessa: donna, trovata nuda e morta a causa di soffocamento. Un'altra volta dal corpo non emergeva nessun indizio, se non il nome della vittima scritto accanto. La povera ragazza, Elena Giorgi, era però molto diversa dalla prima. Se Marta era una donna in carriera sulla quarantina, composta e con abiti in tailleur, Elena aveva circa vent'anni, il corpo pieno di piercing e tatuaggi. Anche in questo caso si trovò un testimone: un'amica della vittima l'aveva vista da lontano la sera dell'omicidio mentre passeggiava con un uomo che pareva poco più grande di lei. Anche questa ragazza fornì un identikit, ma il risultato fu scioccante: era completamente diverso dalla descrizione del collega della Falco. Questa volta l'uomo appariva molto più giovane del medico: portava un trucco scuro sugli occhi, l'abbigliamento non era elegante come precedentemente e l'aura che emanava era del tutto differente.

Ci furono altre due vittime: Daniela Marconi, una ricca signora di circa cinquant'anni ed Eleonora Paradisi, una veterinaria sulla trentina. Tutte presentavano le stesse caratteristiche: le condizioni in cui veniva trovato il corpo, il nome della vittima a fianco ad esso - dettaglio su cui la polizia non si soffermò adeguatamente - e la presenza di un testimone che forniva una descrizione sempre diversa.

Quell'uomo sembrava capace di cambiare identità a seconda della donna che si trovava davanti: si ispirava ad essa modificando il proprio atteggiamento, i vestiti, oltre all'età che doveva dimostrare. Ingannava le proprie vittime fingendo un'identità sempre differente, affinché loro potessero cadere nella sua trappola. La polizia era in alto mare: le vittime aumentavano e ancora non avevano una pista certa. La situazione era drammatica, tanto che decisero di chiamare la più importante detective di Roma: Elisa Moani.

Appena la Moani arrivò nell'ufficio, le vennero sottoposte le prove raccolte che lei ispezionò per quasi due ore, senza fiatare: nella stanza aleggiava un silenzio assoluto mentre gli agenti osservavano con insistenza la famosa detective, aspettando che prendesse la parola.

“Perché mai l'assassino scriveva sempre il nome della vittima affianco al cadavere?”;”Come faceva a cambiare pelle ogni volta?” ; “Avrebbe attaccato di nuovo?” ; ma soprattutto, “Chi era?”. Queste erano le domande che ronzavano nella testa della Moani senza trovare una risposta, finché cominciò ad accendersi una lampadina. L'assassino era un individuo senza morale, provava probabilmente un certo piacere a uccidere le sue vittime che erano prive di ogni colpa, se non quella di “essere donna”. Un uomo del genere spesso e volentieri vuole, in fondo, essere scoperto. Essere temuto gli provoca soddisfazione, lo riempie di vita. I nomi accanto ai cadaveri, unica stranezza, dovevano quindi essere una pista importante che conduceva all'assassino e bisognava sbrigarsi prima che potesse uccidere di nuovo.

La detective Moani osservò con attenzione le scritte e presto si rese conto come l'iniziale dei nomi fosse sempre più calcata rispetto alle lettere successive: M,E, D, E. Sembravano non avere nessun senso, forse avevano una relazione tra loro e si riferivano a una parola che però ancora non era stata completata; questo poteva solo significare che ci sarebbero state altre vittime. La Moani si ritirò nel suo ufficio e per tutta la notte pensò al significato di queste lettere. Quando il sole stava per sorgere, improvvisamente tutti i punti ebbero un senso e cominciarono a legarsi tra loro. Aveva capito.

Chi era capace di cambiare la sua personalità così facilmente? Chi poteva personificare una parte ingannando chiunque gli stesse vicino? Chi sapeva fingere di essere qualcuno che non era? Certamente, un attore!

Elisa andò immediatamente a cercare la programmazione degli spettacoli teatrali recenti e trovò ciò che sospettava: “Medea”, la famosa tragedia di Seneca avrebbe avuto luogo quella stessa sera. L'unica lettera mancante era la A. Subito l'intuitiva detective controllò i nomi degli attori che avrebbero preso parte alla rappresentazione e verificò come la protagonista, colei che avrebbe svolto il ruolo di Medea, si chiamava Anna Salerno. Aveva trovato la prossima vittima.

Quella sera si vestì elegantemente per nascondersi tra la folla come normale spettatrice: dovevano essere molto cauti, quell'individuo era straordinariamente intelligente e se avesse sospettato qualcosa avrebbe potuto scappare.

Per tutta la durata della rappresentazione Elisa era attentissima a ciò che stava accadendo, era sicura che l'assassino avrebbe portato a compimento lo spettacolo e avrebbe goduto della conclusione, quando Giasone diventava vittima, mettendo in cattiva luce la Medea. Sicuramente l'assassino non avrebbe risparmiato una scena così disonorevole per il genere femminile.

Quando si stava avvicinando l'ultimo atto, Elisa si diresse con cautela verso i camerini degli attori e attese nascosta. Erano presenti altri agenti in incognito che fecero lo stesso, così da tenere Anna sempre sotto controllo. Dov'era la vittima, era anche l'assassino. E infatti così accadde.

Alla fine dello spettacolo i poliziotti videro la Medea della rappresentazione andare insieme a un altro individuo verso una stanza isolata. Elisa aspettò qualche istante, affinché l'assassino potesse essere colto sul fatto. Appena entrarono videro ciò che avevano immaginato: la povera Anna Salerno veniva soffocata da Giasone, o meglio l'attore che lo aveva personificato.

Subito gli agenti lo arrestarono mentre un'ambulanza veniva chiamata per aiutare la ragazza, che fortunatamente sembrava stare bene.

Ovviamente era Giasone, o meglio, Luca Zanni. Elisa lo aveva intuito fin da subito. Giasone aveva ingannato Medea e poi l'aveva abbandonata esattamente come aveva fatto lui con le sue vittime. Ora era il momento di prendersi le responsabilità delle proprie azioni.

Luca Zanni aveva un fascino inspiegabile, un'aura di sicurezza che attraeva le persone, oltre ad essere un attore straordinario.

Queste erano state le caratteristiche che lo avevano reso un perfetto assassino.



S. Pagnozzi, 4A 2021-22: Lettera di un assassino

Le storie brevi e intriganti vi affascinano e sono il vostro punto debole? Sognate da sempre di entrare, per un attimo, nella mente di un omicida senza scrupoli, di un criminale spregiudicato? Lettera di un assassino risponderà alle vostre esigenze di lettori, vi conquisterà con il suo cinismo e vi lascerà senza fiato.




LETTERA DI UN ASSASSINO

Tutto cominciò per gioco: ero solo un bambino quando iniziai a rimanere affascinato dai meccanismi connaturati alla vita e alla morte. Era specialmente quest’ultima che colpiva la mia attenzione: con il passare del tempo, cresceva in me ardentemente il desiderio di scrutare una creatura morente per carpirne le ultime sensazioni.

Mi affascinava l’idea di poter essere l’ultima immagine che sarebbe rimasta impressa nella loro mente, l’ultimo ricordo della loro vita sulla terra: avrebbero esalato l’ultimo respiro guardando il mio volto e nient’altro.

Nelle aride e desolate campagne texane le giornate trascorrevano lente e monotone e io occupavo il mio tempo libero, dato che lì non vi erano molti divertimenti, legando con un filo di spago, sottratto dai passatempi di mia madre, le mosche che osavano introdursi nella mia dimora: osservarle costrette nella mia trappola, prive di libertà, incapaci di volare e semi morenti, mi innescava un brivido di eccitazione, una sensazione di incontenibile piacere.

Il mio gatto Kinki, osservatore silente delle mie azioni, dal mantello color pece, mi squadrava inebetito e con gli occhioni verde smeraldo sbarrati: che avesse già compreso quale fosse davvero la mia natura?

Un giorno d’autunno mi stancai di questo scomodo testimone: quando le ultime foglie rimaste si staccarono vorticosamente dal maestoso acero che abbracciava con i suoi rami la mia spoglia casetta di campagna, uccisi Kinki, impiccandolo con una corda. Non che mi avesse fatto qualcosa di male, ma solo io dovevo essere l’unico spettatore delle mie vittime, l’unico a poter godere di quel macabro scenario che mi si palesava davanti ogni volta.

La mia vita potrebbe essere descritta come uno spietato susseguirsi di guai e omicidi, ed effettivamente è proprio questo che rimarrà di me nelle cronache, quando bagneranno il mio capo con una spugna imbevuta di acqua e sale per far passare più rapidamente l’elettricità lungo tutto il mio corpo.

Attendo con impazienza che riusciate a scoprire chi si celi dietro a quei crimini efferati, descritti con grande minuzia di particolari su numerosi articoli di giornale: intanto mi felicito per la vostra gentile attenzione e, ogni tanto, per ringraziarvi, vi lascerò qualche indizio, qualche osso per aiutarvi in questo arduo compito.

Se mai riuscirete a scoprire la mia identità, finalmente perseguirò questo destino fatale, che mi entusiasma particolarmente, seduto su quell’enorme sedia di legno, con le cinghie strette attorno ai polsi e i cavi elettrici che mi solcheranno la testa da un’estremità all’altra.

In effetti, non mi immagino un finale diverso da questo: come tutto è iniziato per riprodurre quel brivido elettrico di adrenalina che percorreva ogni centimetro del mio corpo ogni qualvolta ponevo fine all’esistenza di una creatura, così, con un'improvvisa scarica di corrente, si chiuderà il sipario rosso sangue da me inaugurato e si esaurirà la luce dei miei occhi, sotto gli sguardi impassibili dei funzionari e della giuria, ammassati su sedie di legno per lo stesso motivo per cui io ho ucciso.

La morte, in fin dei conti, è un fenomeno naturale che genera curiosità in tutti gli esseri umani e, spesso, non si vuole assistere alle sue cerimonie solo se siamo noi i principali protagonisti di queste ultime, ma se riguarda un altro simile l’evento assume un nonsoché di irresistibile: ecco perché, spinti da questa insaziabile curiosità, in tanti non potranno sottrarsi e giungeranno alla festa funesta organizzata in mio onore nei loro eleganti e graziosi abiti, come se dovessero partecipare a chissà quale evento mondano.

Nella loro ipocrisia si credono tanto diversi da me, ma, d’altronde, chi sancisce la condanna a morte di criminali come me, non può esentarsi dallo stesso titolo che spetta a me di diritto per le mie azioni cruente. Lasciamoli, tuttavia, nelle loro ingenue convinzioni, non distruggiamo i dolci pensieri che hanno per se stessi.

Nessuno ha mai compreso il mio disegno e forse nessuno lo capirà mai: ho ucciso prostitute, bambini, migranti, donne e uomini rispettabili senza differenze di ceto e di razza.

Sono un semplice messia della morte: livello e pareggio tutte le disparità della vita.

Io non ammazzo per soldi o per altro. Se ho messo fine all’esistenza di qualcuno è solo per comprendere appieno le dinamiche della vita e, se tanto ti disturba ciò che ho compiuto, allora dimmi qual è la differenza tra me e un soldato: si fa forse la conta delle vittime a chi uccide in nome di un paese? Tutti mi reputano un mostro, ma mostri siamo tutti, chi più e chi meno.

Quindi diciamoci la verità: vi lascio l’illusione di potermi catturare, ma sappiamo entrambi, mio caro lettore, che non accadrà mai. Non scoprirete mai chi sono, non ne sareste capaci: forse capirete chi sono davvero, quando verrò a citofonare alle vostre porte e mi accoglierete come amico, postino o quant’altro, e io vi rivelerò la mia intima e brutale natura. Peccato che, poi, potrete raccontare di avermi visto solo alle foglie e al terriccio umido che copriranno il vostro capo e ai vermi che divoreranno le vostre carcasse.

Ora mi appresto a suonare il campanello della mia prossima vittima e, chissà, gentile lettore, chi sarà il prossimo a perire.

venerdì 18 ottobre 2013

Chiara Marchesini, 4A 2013-14 - L'ANTIMAESTRO - Dialogo platonico

PERSONAGGI:
-DISCORSO MIGLIORE (D.M.)
-DISCORSO PEGGIORE (D.P.)
-ANTIMAESTRO/FERMO MONOLITICO (A.)
-RAGAZZO (R.)

D.M. “Vecchio mio! Da quanto tempo!”
D.P . “Troppo poco, mio caro”
D.M. “Vedo che non sei cambiato di una virgola! Sei rimasto sempre lo stesso irrispettoso e maleducato!”
D.P. “Ovviamente, pensavi che il tempo mi potesse cambiare?”
D.M. “No, solo un miracolo potrebbe farti rinsavire”
D.P. “Tu invece sei cambiato, e se possibile sei ancora più vecchio bacucco di prima”
D.M.“Vorrai dire più saggio!”
D.P. “Voglio dire esattamente quello che ho detto”
D.M. “Brutto...”
R. “Scusatemi...”
D.P. “E questo chi è? Sta con te?”
D.M. “Assolutamente no, credi che un ragazzino così rammollito possa essere accompagnato da un educatore come me?”
D.P. “Hai fatto anche di peggio...”
D.M. “Razza di...”
R. “Scusatemi...”
D.M. “Ragazzino, non ti hanno insegnato le buone maniere? Non si interrompono due maestri che stanno dialogando!”
R. (torcendosi le dita)“Veramente io...”
D.P. “Sei sicuro che non sia venuto a scuola da te? Dalla complessità delle proposizioni che compone potrebbe anche essere...”
D.M. “Insisti?!”
R. (mortificato) “Veramente io...le buone maniere...non mi sono state insegnate...”
I due discorsi ammutoliscono, sbalorditi.


D.P. “Dunque...tu non sei mai andato a scuola?”
R. “In realtà ci sono andato...”
D.M. “Ah...e dopo quanto tempo l'hai abbandonata?
R. “Ho finito quest'anno, dopo 5 anni di elementari, 3 di medie e altri 5 di liceo”
D.P. “Stai cercando di ingannarci, ragazzino? Guarda che io sono l'imbroglio fatto uomo, non puoi darla  a bere a me.”
D.M. “In 13 anni di studi non sei riuscito ad apprendere nulla?”
R. “Io credevo di sì”
D.M. “credevi?”
R. “Si...fino a che non ho finito gli studi. Ora mi rendo conto di essere perso, confuso, di non sapere niente...”

D.M e D.P., bisbigliando tra loro
D.P. “Ai nostri tempi non era così...possibile che i giovani si siano afflosciati a tal punto?”
D.M. “Aspettiamo a giudicare, ricorda che ai nostri tempi noi eravamo l'esempio”
D.P. “Un gran bell'esempio per quanto mi riguarda...tu invece...”
D.M. “Ah, smettila adesso, sciocco immaturo!Rimandiamo questo eterno dibattito, e cerchiamo di capire cosa è andato storto...”
D.P. “D'accordo”
Rivolgendosi di nuovo al ragazzo

D.M. “Senti un po' piccolo...chi è stato il tuo mentore?”
R (Imbarazzato) “Il mio cosa?”
D.M. (sospirando) “Il tuo maestro, colui che hai preso come esempio da imitare...”
R. “Ah...Il signor Monolitico, Fermo Monolitico...E' Laggiù”

Indica un uomo che si aggira a testa alta, pavoneggiandosi...è sempre stato presente nella scena.

D.M. “Oh mamma...tu l'avevi notato?”
D.P. “Proprio no, quando è arrivato?”
A. “Io sono sempre stato qui, davanti ai vostri occhi!” Replica rosso in volto

Il D.M e il D.P. Si scambiano uno sguardo di sufficienza

D.M. “Certamente...ci scusi, è lei il maestro del ragazzo qui presente?”
A. “Sissignore”
D.P. “Benissimo. Potrebbe esporci, brevemente, tramite quali principi base lei educa e forma gli allievi?”
A. “Ne sarei onorato: In primis, come dico sempre agli alunni, alla base di tutto sta la fiducia.

D.M. E D. P. annuiscono soddisfatti

A. “Gli alunni devono avere piena fiducia nelle mie parole, tutto ciò che dico deve essere considerato oro colato: il professore è superiore in tutto, il rapporto con l'allievo è puramente gerarchico e verticale; gli unici errori posso essere compiuti dagli studenti.

D.M. e D.P. Smettono lentamente di annuire, e spalancano la bocca, esterrefatti.

A. prosegue, con un sorriso sicuro dipinto in volto “Durante le mie ore, qualunque intervento è negato, se non prettamente riguardante l'argomento trattato. L'apprendimento necessita concentrazione, non sono ammesse distrazioni di alcun genere.”

Il D.M. e il D.P si guardano, con una smorfia di disapprovazione in viso.

A. “Inutile aggiungere, poi, che il comportamento tenuto dagli studenti è impeccabile, non uno che osi cambiare posizione sulla sedia, tenga le gambe in altro modo se non unite davanti a sé, si azzardi a chiedere di uscire o a cercare di distinguersi per modo di fare e costumi ” conclude, con cenno soddisfatto del capo.

Il D.M. ha le mani nei capelli, Il D.P. i palmi a coprire la faccia

D.M. “Non posso credere a ciò che sento”
D.P. “Io non VOGLIO credere a ciò che sento”
D.M. “Come dice lei “in primis”, il maestro deve essere ragionevole. Egli non solo dovrebbe ascoltare, ma accettare le critiche, controbattere o usarle per formarsi a sua volta.”
D.P. “Oppure, in alternativa, dimostrare la propria furbizia rigirandole, come se fossero state previste, senza mai farsi cogliere di sorpresa!”

L'A. diventa nervoso

D.M “Inoltre, il buon maestro, se davvero è colto, non insegna mai solo ciò che spiega. I collegamenti dovrebbero aprirsi naturalmente nella sua mente!”
D.P. “Esattamente! Egli deve fare in modo che gli studenti siano in grado di tutelarsi da qualunque accusa, sfruttando più argomenti possibili per convincere le persone!”

L'A. Si allarga il colletto con il dito, sempre più agitato

D.M. “E, cosa più importante, il maestro deve essere un modello da seguire, ma come può l'allievo voler imitare qualcuno che lo mortifica fisicamente e psicologicamente?!”
D.P. “Per la miseria, concordo! I giovani seguono il piacere! Se lei non rende lo studio un piacere, come pretende che questi desiderino apprendere!

D.P. “Non posso credere a quello che sto dicendo, ma ciò di cui parla questo professore è ancora più barbaro di quello che sei solito dire tu!”
D.M. “Forse, e dico forse, i suoi insegnamenti sono peggiori dei tuoi! E questo è tutto dire!”

I due discorsi si scambiano uno sguardo d'intesa, e sbattono fuori scena l'antimaestro

D.M. “Vattene via, sciocco borioso!”
D.P. “E' meglio che tu non ti faccia rivedere tanto presto”

D.M. (rivolgendosi al giovane) “Ora, tornando a noi ragazzo...vieni, seguimi, e io ti insegnerò il discorso migliore”
Il ragazzo si avvia
D.P. “Ma che fai? Lo ascolti davvero? Non hai sentito gli scarsi argomenti con cui ha attaccato il tuo maestro? Segui me, io sarò in grado di educarti bene”
D.M. “Bene? Quale bene? Tu lo porterai alla rovina!”
D.P. “Hai già perso una volta a questo gioco, vecchio mio, sei sicuro di voler tentare di nuovo?”
D.M. “Oramai che sono in ballo mi conviene ballare!” e rivolgendosi al ragazzo “Nel frattempo, fossi in te, cercherei qualcun altro che ti insegni, qui ne avremo per un po'”
D.P. “A noi due, matusa dei miei stivali”

D.M. “Non aspettavo altro, sciocco bambinetto!”

Jessica Fiore, 4A 2013-14 - Il maestro Copernicano e il maestro Angelico

Piero: un bambino di 10 anni frequentante la scuola elementare pubblica del Sig. Copernicano.
Antonio: compagno di classe di Piero.
Copernicano: fondatore della scuola pubblica Copernicana, maestro di Piero.
Angelico: maestro di italiano di Piero.

Giovedì 6 aprile.
Copernicano: oggi tratteremo l'argomento dell'Impero romano e le sue varie guerre. Spero per tutti quanti voi che abbiate studiato gli argomenti spiegati durante la lezione di ieri.
(In coro): Si, signor maestro.
Copernicano: perfetto, allora interroghiamo!
(sfoglia sull'elenco del registro mentre nella classe gli alunni iniziano a parlare)
Copernicano (con tono arrabbiato): cos'è questa confusione! Non vi hanno insegnato l'educazione? Piero, vieni alla lavagna visto che ti piace tanto parlare!
Piero: sì, signor maestro.
Copernicano: bene, ragazzino, di cosa abbiamo parlato ieri?
Piero: dell'impero romano, signor maestro.
Copernicano: e cosa abbiamo detto?
(Piero non risponde)
Copernicano: bene bene, non lo sai, vedo.
Piero: no, signor maestro.
(Piero posiziona le mani stese davanti a sé, attendendo le 50 frustate dal maestro. Copernico prende dalla sua cartella una piccola bacchetta di legno e, con aria seria, si alza dalla sedia avvicinandosi al ragazzo.)
Copernicano: ripeti ad ogni frustata “io sono un asino”.
(Copernicano inizia a bacchettare le mani di Piero mentre quest'ultimo, ad ogni colpo, ripete la frase detta dal maestro.)
Piero: io sono un asino, io sono un asino, io sono un asino..
(Dopo 50 colpi, Copernicano si risiede mentre il bambino, con le lacrime agli occhi, ritorna al suo posto silenzioso)
Copernicano: che vi serva da lezione. La mia scuola è fatta di sapienti, non di asini come Piero.
(Inizia a spiegare)

Venerdì 7 aprile.
Angelico: buongiorno ragazzi, oggi inizieremo a esercitarci sull'analisi grammaticale. Avete studiato tutti i verbi assegnati ieri?
(in coro): sì, signor maestro!
Angelico: Perfetto! Vi detto due frasi e voi me le analizzate.
“La mamma gioca e carte”, “il lupo mangiò la pecora”.
(I bambini scrivono e, intanto, svolgono il compito a loro assegnato)
(Dopo 5 minuti)
Angelico: sono passati 5 minuti, penso che siate riusciti a finire. Piero, dimmi come hai analizzato le frasi.
Piero: signor maestro “La” è un articolo determinativo, “mamma” è un nome comune, “gioca” è..
Angelico: cos'è “gioca”?
Piero: signor maestro, non lo so.
(intanto Antonio inizia a fare la linguaccia al maestro, cercando così di evitare una seconda punizione al compagno)
Angelico: Antonio! Smettila!
Antonio: no, signor maestro.
(Angelico si alza dalla sedia, dirigendosi verso Piero)
Angelico: siamo qui per imparare, no? Se non hai capito o non sai le cose, devi parlare con me. Io sono il tuo maestro e posso aiutarti se hai difficoltà.
Piero (sorridendo): grazie, signor maestro!
Angelico (voltandosi verso Antonio): in quanto a te, Antonio, le linguacce non si fanno ai proprio maestro, è mancanza di rispetto e tali comportamenti andrebbero puniti. Per questa volta ci riderò sopra, ma non farlo mai più.

(inizia la lezione)

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...