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martedì 11 gennaio 2022

M. Bonifacci, 5H 2021-22: A. Hitchcock, La finestra sul cortile

Nella "Finestra sul cortile”, film del 1954, Alfred Hitchcock presenta una trama apparentemente molto semplice.





Il fotoreporter Jefferies è bloccato in casa per un'ultima settimana di convalescenza a causa di un'ingessatura alla gamba sinistra.

La settimana sembra interminabile, in una una calda estate durante la quale Jefferies passa il tempo affacciato alla finestra del suo appartamento ad osservare le abitudini dei vicini di casa. Fra questi, c'è una coppia di  giovani sposi, una bella e provocante ballerina, un pianista squattrinato, una coppia di coniugi con un cagnolino che la notte dormono in balcone, una donna affranta dalla solitudine e, soprattutto, un tranquillo uomo di mezza età che si prende cura della moglie malata. Quando questa improvvisamente scompare, Jefferies comincia a spiare sempre più ossessivamente i comportamenti dell'uomo, convinto che in quell'appartamento sia avvenuto un omicidio.

La sua improvvisata attività investigativa incontra tuttavia molti ostacoli: in primis l’impossibilità di muoversi, seguita dalla noncuranza dell’amico detective e dalle continue interruzioni della scorbutica ma amabile infermiera Stella, che gli rimprovera spesso il suo vizio definendolo “guardone”, e della bellissima compagna Lisa Freemont. Prototipo di donna ideale, apparentemente frivola, dedita ai vestiti e alla moda, la donna si rivela più grintosa e astuta di quanto ci si aspetterebbe, entrando in azione e partecipando attivamente alle indagini, tutto in nome di un amore per Jefferies e che questi non sembra affatto meritare.

Egli infatti non si cura affatto delle sue esplicite avances, rimanendo inamovibile nel suo proposito di non sposarsi. 

Perciò il film potrebbe apparire a un primo sguardo immorale, dopotutto la vicenda riguarda la vita di un guardone, pratica di per sé riprovevole, dedito per lavoro e per inclinazione ad un voyeurismo inguaribile. La stessa figura di Lisa è un'evidente espressione di piacere visivo, che richiama costantemente l’attenzione sia dello spettatore che del protagonista anche nei momenti meno opportuni.

In realtà per il regista l'avvincente trama gialla è solo la superficie, il pretesto di una complessa riflessione che affonda le sue radici nel piacere della visione e nelle passioni dello sguardo, dimostrando come il cinema sia la finestra voyeuristica per eccellenza, legato cioè ai desideri visivi.  

Con una singolare ironia, che domina tutto il film, Hitchcock gioca con i suoi personaggi, con la realtà e la finzione, incurante talvolta della verosimiglianza.

Il regista vuole sottolineare la distanza da ciò che Jeff guarda e ciò che accade realmente, facendo sì che lo spettatore si immedesimi nel povero fotografo immobile, assumendo la sua prospettiva grazie ai veloci giochi di inquadrature. 

L’immobilità del protagonista che traduce quella dello spettatore si infrange solo nel finale, quando l'assassino irrompe nella casa di Jefferies. Solo allora il fotoreporter partecipa in prima persona alla vicenda per difendersi dall’aggressione di Thorwald. 

La troppa intraprendenza e imprudenza del protagonista, però, non restano impunite, e cadendo dalla finestra a seguito della lotta con l’uomo, Jefferies si rompe anche l’altra gamba, prolungando ulteriormente il supplizio che stava giusto per finire.

Prevalgono quindi nettamente le azioni e le immagini sui dialoghi, e l’impressione generale è quella di un film leggero, privo di ogni elemento inutile: essenziale, equilibrato ed estremamente gradevole, anche e soprattutto per la magistrale bravura ed eleganza del cast, in cui spiccano James Stewart e Grace Kelly, che in quanto a classe e talento sono da sempre oggetto di ammirazione e invidia nel mondo del cinema. 


domenica 9 gennaio 2022

A. Bernabei, 5H 2021-22: L’EMOZIONE NON HA VOCE DI CELENTANO

Ci sono tantissime canzoni italiane meravigliose che ascolto ripetutamente da quando sono nata, perciò è per me molto difficile sceglierne una. Tuttavia, quella in cui mi rivedo un po' di più è L’emozione non ha voce di Adriano Celentano, contenuta nell'album Io non so parlar d'amore, il cui titolo non è altro che la frase iniziale della suddetta canzone. E’ la dedica d’amore più bella di sempre: il brano parla di due persone che si amano alla follia, di quell’amore in grado di dare fuoco, di fare luce, di accendere ogni buio e coprire ogni ombra. O quello totalizzante da vivere con tutti noi stessi.

Il cantante confessa che nonostante faccia un’immensa fatica ad aprire il cuore e a esternare i suoi sentimenti, riesce comunque ad esprimere al meglio ciò che prova per la sua donna. Bellissima la frase “la mia anima si spande come musica d'estate, poi la voglia sai mi prende e si accende con i baci tuoi”. Io condivido totalmente questa visione: non è necessario dirsi sempre tutto, ma l’amore lo si dimostra con i gesti, con le accortezze, con l’atteggiamento.

L’amore in questione però, essendo così forte, a volte fa male. Così Adriano ci parla delle differenze caratteriali, delle divergenze nate tra due persone che si scontrano per quanto sono diverse. Nonostante litighino spesso, i due sono tuttavia indispensabili l’uno per l’altra: “siamo due legati dentro da un amore che ci dà la profonda convinzione che nessuno ci dividerà”.

Il protagonista si augura che il loro amore duri per sempre, mettendo come basi del rapporto l'amore, la sincerità e la fiducia. Finché tali elementi non saranno intaccati, infatti, si potrà serenamente guardare al futuro della loro vita.

La frase più conosciuta dell’intera canzone è forse questa: “Tra le mie braccia dormirai, serenamente, ed è importante questo sai, per sentirci finalmente noi”. Insomma, è quella che esprime più un senso di protezione, come fosse quasi un dovere prendersi cura della persona amata. Si tratta della forma più nobile di amore, quello che sa proteggere, quello che, ogni volta, ci fa stare bene, sentendoci pienamente noi.

Ogni strofa è un'affermazione poetica della visione dell'amore di Celentano. La musica è indubbiamente originale e suggerisce la dolcezza del testo anche più delle parole stesse, che comunque anche da sole trasmettono tanto, soprattutto per l'antitesi presente a metà canzone: “due caratteri diversi prendon fuoco facilmente, ma divisi siamo persi, ci sentiamo quasi niente”. Divisi, infatti, ci si sente totalmente persi.

Il messaggio è molto bello: l’amore completa. E’ importante che due persone siano diverse, solo così si potranno fondere assieme per dare all’altro quello che lui non ha. 
Questa canzone è insomma un testo meraviglioso, che fa davvero emozionare, accompagnato da bellissime sonorità, dal coro, ma soprattutto dalla voce unica e penetrante di Adriano.

E’ proprio vero: l’emozione non ha voce!

E. Mirri, 5H 2021-22: La distopia moderno conte philosophique

Nel corso della storia, sono tanti gli autori che con le loro opere hanno cercato di descrivere la società, proponendo anche messaggi morali. Questo “genere” ha visto nel tempo vari cambiamenti: dalle sue prime origini con le favole fino alla distopia moderna. Il punto in comune che caratterizza queste opere è lo stile, spesso velato o metaforico, che gli autori utilizzano per descrivere la società, dandone un quadro ed esprimendo il proprio giudizio. Nelle favole, per esempio, i vizi e le virtù umane vengono personificati sotto forma animale, mostrando attraverso episodi quotidiani insegnamenti etici e morali.

Lungo il corso del ‘700 alcuni autori hanno applicato il metodo delle favole a opere più elaborate e con significati più complessi a livello sociale. Questi presero il nome di contes philosophiques, ovvero “favole filosofiche”, come ad esempio il Candide di Voltaire. Nel romanzo del filosofo francese, infatti, i personaggi rappresentano le varie correnti filosofiche del ‘700, mettendone in luce gli aspetti fondamentali. Da qui scaturisce la critica dell’autore alla logica aristotelica e lo sviluppo della sua morale, che si concentra, in modo rivoluzionario, sull’individuo e sul suo rapporto con la società stessa. Candido, alla fine del libro è cambiato e ha raggiunto la consapevolezza del valore del suo lavoro sulla terra. La morale che Voltaire vuole presentare è che ognuno di noi deve applicare la propria operosità, dando il meglio di sé stesso: solo in questo modo si raggiungerà, grazie alla forza collettiva, uno stato di benessere.

Il conte philosophique raggiunse un grandissimo successo proprio per l’efficacia della sua scrittura, tanto da influenzare la letteratura e la cinematografia contemporanea. Infatti, anche oggi temi come questi sono di forte attualità, e sebbene siano strutturati attraverso modalità diverse, lo scopo è sempre il medesimo. Sicuramente, non possiamo più parlare di favole o racconti filosofici, ma il genere a loro forse più corrispondente è la distopia. Nel corso del ‘900, la società mondiale ha in effetti subito veri e propri stravolgimenti, sia a livello storico che tecnologico. Questo secolo è interessante soprattutto per la densità degli eventi che racchiude, talmente importanti e innovativi che hanno creato grande scalpore sociale. Molti autori si sono sentiti ispirati dal cambiamento che stavano vivendo, tanto da scrivere opere che descrivevano la loro visione e le loro prospettive future. Il romanzo distopico si pone dunque come una narrazione ambientata in un futuro molto lontano, dove vivere sembra impossibile e spaventoso, ma in realtà le vicende portano a riflettere sulla nostra realtà e a interpretare gli aspetti della società odierna. 

Ispirati probabilmente dallo sviluppo della tecnologia e dalle nuove strumentazioni, gli autori di romanzi distopici hanno riflettuto a lungo sull’individualità e sull’identità del singolo e su come essa possa essere messa a repentaglio dal controllo compulsivo sulla società. I temi più ricorrenti sono infatti il processo di "oggettificazione" dell’uomo pur di arrivare ad un apparente stato di perfezione, così come la perdita della libertà personale o dei sentimenti più autentici che caratterizzano il genere umano. 

Uno dei romanzi distopici più celebri è il Mondo Nuovo di Huxley, dove l’autore mette appunto in scena una società manipolata da forze superiori che gestiscono ogni singolo individuo. Nel Mondo Nuovo a rendere perfetta la vita stessa è la paradossale mancanza delle emozioni umane più belle: infatti gli abitanti non possono avere figli poiché ognuno di loro viene creato in laboratorio, e quindi non appartengono neanche ad un nucleo famigliare. Inoltre, sin dalla “nascita” questi esseri vengono adibiti a diversi ambiti, così da ricoprire il loro ruolo nella società fin dalla tenera età. Per non dar loro la possibilità di ribellarsi al sistema, i capi dello stato hanno cancellato ogni traccia della storia precedente al Mondo Nuovo: gli abitanti sanno solo che qualsiasi epoca antecedente era barbarica e molto meno sviluppata rispetto a quella moderna. Questo libro è stato influenzato probabilmente dall’arrivo della produzione di massa, che infatti è il criterio utilizzato per qualsiasi cosa nel Mondo Nuovo, e dai rischi che la crescita tecnologica può comportare per la libertà personale. 

A toccare lo stesso tema è anche un altro romanzo fondamentale per la cultura del ‘900, ovvero Fahrenheit 451 di Bradbury, che tratta le vicende di un giovane che nella sua città lavora come vigile del fuoco, ma invece che salvare la gente dalle fiamme dà fuoco ai libri che trova. Infatti in questa società è severamente vietata ogni forma di libro, perché essi vengono considerati pericolosi per il benessere del popolo. Ad essere favoriti e propagandati sono invece i programmi televisivi, chiaro metodo di manipolazione delle menti, che porta al consumo di massa e all'indifferenza nei sentimenti.

Il principio di questa letteratura, dunque, è sempre lo stesso: affrontare aspetti di attualità presentandoli sotto forma esagerata e paradossale, per prospettare al lettore l’analisi del presente. 

Con queste opere è interessante confrontare anche un film che, sia pure in maniera differente, pone l’attenzione sulle stesse questioni: La notte del giudizio di James De Monaco, del 2013. In questo thriller distopico, viene messo in scena il futuro metodo utilizzato dal governo statunitense per migliorare la società, tanto che i governatori degli Stati Uniti hanno raggiunto risultati eccezionali, ottenendo una realtà ottimale. Dietro a questa perfezione, però, c’è un duro lavoro da parte di ogni cittadino: per questo sono state proclamate 12 ore all’anno, durante le quali qualsiasi attività illegale diventa legale, anche l’omicidio. Questa scelta è vista come metodo di “sfogo” per i cittadini, che pieni di frustrazioni necessitano di allentare la tensione, ma anche per eliminare crudelmente i deboli. In queste ore vige la legge della natura e la guerra all’ultimo sangue. Il concetto è quindi contrapposto a quello dei libri: se nei romanzi la realtà era utopica, sebbene profondamente drammatica, nel film la distopia e l’assurdità sono rese estremamente esplicite. Il punto al quale voleva aspirare De Monaco è la consapevolezza di come l’uomo, preso dai suoi istinti animali, sia capace di perdere ogni forma di moralità, il che si ricollega perfettamente al concetto della disumanizzazione trattato dai romanzi. 



Per concludere, si può affrontare un altro aspetto che il conte philosophique e la distopia hanno in comune. In entrambi questi generi è fondamentale la giusta interpretazione del messaggio dell’autore, senza la quale le opere sarebbero prive di significato e molto monotone. Questo non è un particolare indifferente e costringe a ridurre i possibili lettori ideali, gli unici capaci di comprenderne il vero significato. Infatti il punto debole di questo genere è proprio la comprensibilità della metafora, poiché ne limita molto la divulgazione, anche quando l’opera è di grande efficacia.  


sabato 8 gennaio 2022

A.S. Stabile, 5H 2021-22: Artemisia Gentileschi: personaggio storico, letterario e, da ultimo, del fumetto

Artemisia Gentileschi è una figura molto importante per la storia, per la letteratura e per l’arte. È la prima e la più famosa artista italiana, ha una vita ricca di eventi importanti che influenzarono la società dell’epoca e portarono a cambiamenti significativi in campo artistico, infatti attraverso la sua arte supera i traumi e le vicende vissute, ma viene anche considerata un simbolo del femminismo.

Artemisia Gentileschi nasce nel 1593 a Roma dal pittore Orazio Gentileschi e Prudenzia Montone. 

Grazie alla professione del padre anche Artemisia si avvicina molto all’arte, diventando un’eccellente pittrice e viene affidata alla guida di un maestro d’arte amico del padre, Agostino Tassi. Quest’ultimo però, approfittando dell’assenza del padre, violentò Artemisia nel 1611. Lo stupro fu certamente un evento significativo e cruciale nella vita della ragazza e influenzò anche il suo stile e la sua arte.

Dopo l’accaduto Tassi cercò di rimediare al disonore arrecato alla famiglia proponendo un “matrimonio riparatore”: infatti al tempo era possibile ovviare alla violenza sessuale sposando la vittima. Inizialmente la famiglia Gentileschi accettò il matrimonio, ma successivamente scoprirono che in realtà Tassi era già sposato e che quindi il matrimonio non si sarebbe potuto celebrare, così decisero di denunciare il reato commesso. Artemisia affronta il processo con molta forza sia fisica che morale, viene infatti sottoposta a visite ginecologiche invasive e umilianti, ma anche a interrogatori sotto tortura. Nonostante questo, la ragazza è fortemente motivata a far riconoscere i propri diritti. Nel 1612 le autorità condannano quindi Agostino Tassi all’esilio, ma egli è costretto a rimanere a causa del suo lavoro, mentre Artemisia veniva considerata una bugiarda.

Già da questa parte della biografia della Gentileschi possiamo capire quanto sia stata importante per la storia femminile, infatti Artemisia è stata una delle prime donne ad avere il coraggio di affrontare un processo lungo e difficile, caratterizzato da torture e umiliazioni pubbliche, pur di vedere riconosciuti i propri diritti e risanare il proprio onore e quello della famiglia. 

Possiamo paragonare la sua storia con quella di un’altra donna forte e determinata della Sicilia della fine del ‘900: Franca Viola nel 1965 fu rapita e violentata da un giovane che dopo l’accaduto chiese alla famiglia il permesso di sposare la ragazza, perché lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona che lo subiva. Franca però rifiutò di continuare a subire violenze da un uomo che poteva diventare suo marito, così decise di denunciarlo e di affrontare un processo durante il quale cercarono di incolpare lei per aver istigato l’uomo alla violenza. Franca Viola riuscì a vincere il processo e il suo violentatore fu messo in carcere. La sua storia fu un grande scandalo, tanto che la legge del “matrimonio riparatore” venne ritirata. 

Artemisia e Franca sono state sicuramente due donne molto coraggiose che hanno lasciato un forte impatto nella storia e grazie a loro vennero riconosciuti alcuni diritti alle donne, che prima erano trattate come oggetti, tanto che un caso di stupro era considerato un danno alla morale della famiglia e non un’umiliazione e una violenza contro un essere umano. 


Grazie a diversi scrittori, Artemisia diventa anche un personaggio letterario: la sua storia viene infatti raccontata in molti libri e in chiavi sempre nuove per diffondere il più possibile la storia di questa grande donna e artista. 

La storia di Artemisia viene raccontata per esempio nel libro Artemisia Gentileschi di Anna Banti, pubblicato nel 1947. La Banti inizia il suo libro immaginando che Artemisia prenda forma e parli con lei chiedendole di riportarla in vita attraverso il suo racconto. La voce che le dice “non piangere”, con la quale inizia il romanzo, è proprio la voce di Artemisia. La scrittrice è sola e disperata, sente una voce, ma sa che non c’è nessuno lì: è la voce di una bambina che ha corso per andare da lei. Infatti la scrittrice non ha perduto solo le pagine del suo romanzo sotto le macerie della sua casa, ha perso Artemisia, sua compagna di 400 anni prima. 

Così inizia il romanzo, trasportando il lettore in due mondi paralleli a 400 anni di distanza l’uno dall’altro: infatti viene descritto il crollo del palazzo dove viveva la scrittrice e da qui il lettore intuisce in quale periodo storico è scritto il romanzo, ma successivamente inizia la narrazione della storia di Artemisia e il lettore viene catapultato nella Roma della fine del ‘500.

Anna Banti si sofferma molto sulla descrizione del personaggio di Artemisia e della sua infanzia. La racconta come una bambina indipendente, con un forte legame con il padre con il quale condivide la passione per la pittura. Attraverso l’episodio in cui Artemisia parla con l’amica Cecilia il lettore può capire quanto sia profonda la passione di Artemisia.

Successivamente la Banti sceglie di narrare lo stupro come se fosse Artemisia a parlare con lei, raccontando esattamente i fatti e ricostruendo le immagini anatomiche e della scena attraverso parole dirette. Questo è quello che Artemisia disse in tribunale davanti al giudice e grazie alle testimonianze la scrittrice è riuscita a ricostruire fedelmente il discorso.

Il racconto viene spesso interrotto da bruschi ritorni alla realtà della scrittrice che, a causa dei bombardamenti, interrompe Artemisia mentre sta narrando.

Per ricostruire la storia di Artemisia, la Banti utilizza le opere della pittrice, ricostruendo le varie vicende a partire da queste. 

Nella parte finale vediamo ancora la scena della Banti che sente la voce di Artemisia, una voce diversa però da quella iniziale. La scrittrice confessa che quello che ha scritto è frutto delle immagini di un sogno. Il libro si conclude con la morte di Artemisia avvenuta a Napoli nel 1653.

Sulla figura di Artemisia è stato scritto anche un fumetto di Nathalie Ferlut e Tamia Baudouin pubblicato nel 2017.

La storia inizia nel 1638, quando Artemisia Gentileschi, pittrice già affermata, intraprende un viaggio da Roma a Londra per incontrare il padre. Durante il tragitto in carrozza, sua figlia Prudenzia continua a farle delle domande per capire come abbia fatto sua madre, una donna, a imporsi in un mondo dell’arte totalmente maschilista. A quel punto Marta, la nutrice le racconta la storia di Artemisia.

Il fumetto, a differenza del libro della Banti, è sicuramente più semplice sia come stile di scrittura sia per la narrazione degli eventi. Nel fumetto infatti vengono narrati solo gli eventi più importanti della vita di Artemisia, inoltre il lettore viene coinvolto non solo dalla lettura dei testi ma anche da tutte le immagini e i colori tipici dei fumetti. I disegni sono infatti importantissimi nei fumetti perché a causa dello spazio limitato molte informazione vengono racchiuse proprio nelle immagini, come per esempio le descrizioni dei personaggi e dei luoghi. Il fumetto è inoltre un modo originale e innovativo per coinvolgere maggiormente il lettore, farlo divertire e allo stesso tempo fargli imparare nuove nozioni. Rispetto al libro che contiene moltissime pagine ricche di descrizioni e informazioni che in alcuni punti potrebbero annoiare il lettore, il fumetto di Artemisia riprende invece tutte le vicende essenziali della storia della pittrice, raccontate in modo semplice e conciso. 


In conclusione, il personaggio di Artemisia Gentileschi è essenziale e presente ancora oggi nella nostra letteratura e nella nostra cultura, che in questi ultimi anni stanno riscoprendo molto la sua storia. Artemisia è un esempio per tutte le donne che devono lottare per i propri diritti e contro le ingiustizie, ci insegna a non arrenderci mai e a non perdere la speranza, a lottare per ciò in cui crediamo e per ciò che vogliamo diventare, proprio come ha fatto lei diventando una grande artista in un mondo in cui l’arte era considerato un mestiere riservato solo agli uomini. 


A.S. Stabile, 5H 2021-22: Le donne e i bambini davanti alla guerra. Riflessione intorno ai romanzi Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e La ciociara di Moravia

<Senza quel dolore di Rosetta, a Roma non ci sarebbero arrivate le due donne senza colpa che ne erano partite un anno prima, bensì una ladra e una prostituta, quali, appunto, attraverso la guerra e a causa della guerra, erano diventate.>


Questa frase tratta dal libro La ciociara di Moravia, riassume brevemente come la guerra possa cambiare la vita di due donne entrambe forti e indipendenti, costrette a mutare abitudini e ad andare oltre ai principi morali pur di sopravvivere. 

Nel libro La ciociara la guerra è raccontata dal punto di vista di due donne, madre e figlia, costrette a lasciare Roma a causa dei bombardamenti e a rifugiarsi in Ciociaria. Nel corso del romanzo assistiamo ad un progressivo cambiamento delle due donne che, da “ignoranti” e ingenue, diventano scaltre e furbe, a causa delle conseguenze portate dalla guerra, quali carestia, povertà e criminalità. 

Se già prima della guerra le donne non godevano di una piena libertà perché sempre assoggettate al marito o alla famiglia ed erano spesso oggettificate e non in grado di compiere le stesse azioni di un uomo, con la guerra la condizione femminile non è certamente migliorata. 

Durante i conflitti le donne venivano e vengono tutt’ora spesso considerate come bottino di guerra, trattate come oggetti, come serve o prostitute da parte dei soldati. Nel romanzo viene appunto descritta la scena in cui Cesira e Rosetta vengono violentate dai soldati turchi, trattate senza rispetto in un luogo sacro come se fossero prive di sentimenti. Questo è sicuramente uno dei punti più intensi e importanti del libro, ed è il momento in cui due donne rispettabili e di sani principi si trasformano in qualcosa di completamente diverso, diventano dure, insensibili, simili a degli animali senza principi e valori, tanto che Cesira alla vista di un cadavere lo deruba e scappa con la figlia, mentre Rosetta diventa una prostituta.

Un altro evento significativo avviene quando due soldati fascisti arrivano nella casa dei contadini dove erano ospiti le due donne, alla ricerca dei figli della padrona di casa, scappati per evitare il servizio militare. La donna promette ai soldati di portare Rosetta alla caserma in modo che possano usarla per compiere le faccende domestiche come una serva, in cambio della vita dei suoi figli.

La guerra, insomma, rende le persone egoiste e diffidenti, in grado solo di pensare al proprio bene, spesso penalizzando gli altri. Nel romanzo La ciociara in molte occasioni si può notare come questo avvenga con facilità, soprattutto nei momenti più difficili in cui è necessario un aiuto esterno da parte di qualcuno e quest’ultimo viene a mancare perché per timore o per codardia sceglie di pensare solo a se stesso, senza immaginare una situazione in cui è lui ad aver bisogno di aiuto.

Durante la guerra è necessario restare uniti, aiutarsi a vicenda e combattere insieme, ma proprio a causa dei conflitti invece le persone si allontanano sempre di più cercando di proteggere il poco che resta loro, e tutti diventano nemici di tutti, poiché la paura è più forte della compassione e della generosità.  

Al contrario, nel libro Il sentiero dei nidi di ragno vediamo la guerra dalla prospettiva di un bambino, Pin, un orfano che vive con la sorella prostituta e passa il tempo all’osteria cantando e parlando con uomini adulti. In questo romanzo attraverso il racconto delle avventure di Pin incontriamo le figure dei partigiani, non soldati di professione, ma uomini provenienti da ogni settore della società e pronti a morire e sacrificarsi per la libertà o per aiutare un compagno. I partigiani infatti accolgono subito Pin come se fosse uno di loro, facendolo sentire utile e parte di un gruppo. Anche in questo libro assistiamo agli orrori della guerra come sparatorie, bombardamenti e combattimenti, anche se in modo diverso. Infatti dalla descrizione dell’autore noi possiamo solo sentire i rumori e immaginare quello che sta succedendo, proprio perché assistiamo alle vicende dal punto di vista di Pin che, essendo ancora un bambino, non viene portato direttamente sul campo di battaglia. Lui vive la guerra come una cosa bella e divertente, non ne comprende appieno l’importanza e quanto in realtà sia pericolosa: vuole sentirsi grande ed essere un uomo come gli adulti che frequenta all’osteria; infatti per esempio vede le armi come oggetti di grande bellezza e di cui vantarsi e non come degli strumenti di morte. 

Anche qui incontriamo un paio di figure femminili, la sorella di Pin e La Giglia moglie di uno dei partigiani, ed entrambe vengono descritte come prive di intelletto e come delle prostitute o come donne che hanno più di una relazione alla volta. Anche loro sono quasi completamente estranee alla guerra e non partecipano alle azioni, anche se La Giglia, essendo la moglie di uno dei partigiani, partecipa alle discussioni insieme agli uomini. 

Anche in questo libro da alcune frasi dei personaggi possiamo capire che le donne non erano ben accette nel gruppo di partigiani, probabilmente perché viste come una distrazione dalla loro missione; inoltre avere delle donne e dei bambini in battaglia si diceva che portasse sfortuna.  

In conclusione, le donne erano considerate non abbastanza intelligenti per comprendere le motivazioni della guerra, non venivano informate sui fatti importanti e dovevano solamente continuare ad occuparsi della casa e della famiglia come se la guerra non ci fosse.

I bambini a volte sono abbastanza intelligenti da comprendere quello che gli sta succedendo intorno, come Pin capiscono ma non percepiscono il pericolo degli avvenimenti a cui assistono. Per esempio, durante un dialogo tra Pin e il Cugino, quest’ultimo gli dice che sono sette anni che cammina ininterrottamente e che dorme con le scarpe ai piedi senza mai toglierle e il bambino, ovviamente non capendo i reali motivi delle azioni del Cugino, risponde con una battuta.

In conclusione, Pin, come tutti i bambini, durante la guerra viene privato della sua infanzia, perché invece di passare questo periodo della vita spensierato e libero di giocare e divertirsi, è costretto a diventare uomo troppo presto, a dover imparare ad occuparsi di se stesso da solo per sopravvivere, senza avere nessuno a cui fare riferimento.

La guerra, dunque, non si combatte solo sul fronte e non è combattuta, vinta o persa solo dai soldati ma anche dai civili, dalle donne e dai bambini che rimangono nelle città e sono costretti a sopravvivere in condizioni estreme a causa di carestie, epidemie e bombardamenti. I veri eroi non sono solo quelli che tornano dalla guerra, ma anche coloro che sono costretti a fuggire, a lasciare la loro casa per cercare di salvarsi la vita andando in contro a un futuro incerto e difficile. 

Spesso durante le guerre accade che molte donne perdono i loro diritti, non vengono più rispettate o trattate da esseri umani, sono considerate un bottino e molti credono di potersi approfittare di loro come se non avessero anima o sentimenti, ma non è così. Molte donne forti hanno combattuto fino alla morte per liberarsi da questa condizione e avere riconosciuti dei diritti, e tutto questo non può venir meno o essere dimenticato a causa di una guerra.

Le donne e i bambini vengono spesso non presi in considerazione durante i conflitti, anche se in realtà sono loro le principali vittime, strappati dalle loro case e dalle loro vite, al punto che su di loro si scatenano ritorsioni e vendette, mentre gli uomini sono al fronte a combattere per una patria che li ha portati alla guerra. 

I bambini, che dovrebbero solo pensare a giocare spensierati, sono costretti a rinunciare alla loro infanzia pur di aver salva la vita e vivranno sempre con dei ricordi spaventosi di quel periodo; sono anche costretti a maturare e diventare adulti più in fretta per provvedere alla famiglia a causa dell’assenza dei genitori.

La guerra ha messo alla prova moltissime persone, e in particolare le donne sono riuscite a dimostrare il loro valore, hanno capito di essere forti, in grado di proteggersi e di provvedere a tutto da sole, ma soprattutto hanno dimostrato al mondo e a loro stesse che non hanno bisogno di un uomo per vivere.


C. Rapicavoli, 5H 2021-22: Il linguaggio del fumetto, intersezione di più mezzi di comunicazione

Il fumetto è un genere grafico-letterario che utilizza un linguaggio particolare, in quanto si basa sull'unione di immagini e testo. La storia è narrata attraverso delle vignette, ovvero un'immagine al cui interno sono presenti delle didascalie e dei balloon. Questi ultimi sono nuvolette contenenti le parole che i personaggi dicono, e cambiano forma in base al tono attribuito in quel momento al personaggio, utilizzando dunque un codice paraverbale.

Altri mezzi di comunicazione presenti nel fumetto sono certamente le espressioni facciali dei personaggi disegnati, il modo in cui si atteggiano, come si vestono, le azioni raffigurate, gli oggetti di scena e il paesaggio illustrato. Ad esempio, nel fumetto "Artemisia" di Nathalie Ferlut, che racconta la vita di Artemisia Gentileschi, le espressioni facciali sono fondamentali, in quanto ci trasmettono il dolore e la rabbia che la pittrice provava verso Agostino Tassi durante il processo e gli stupri. Allo stesso modo, nel fumetto "Swan" di Nejib, che racconta la storia di una donna artista in una Parigi nel periodo dell’arte impressionista, analizzando l'espressione facciale dei personaggi o la situazione illustrata nelle vignette, il lettore percepisce i sentimenti dei personaggi, come l'intesa tra Swan e Manet e la storia amorosa tra Scott e Roqueplan.




Inoltre, nel fumetto “Artemisia”, il cambio di scenario può indicare, oltre al cambio del luogo, anche un cambio del filone narrativo, dato che in base al paesaggio o ai personaggi illustrati si può intendere se la scena riguarda il racconto dell’adolescenza di Artemisia o la sua età adulta.



Prendendo in considerazione il fumetto "Swan", un altro aspetto interessante da notare è che le pagine in base alla scena e al luogo si dividono per colori: un gruppo di pagine presentano le vignette colorate con massimo tre colori. Ad esempio, quattro pagine sono ambientate in una casa e le vignette sono tutte con lo sfondo viola e i personaggi vestiti di giallo, mentre nelle pagine successive gli sfondi sono marroni e i personaggi rossi; questo perché la scena cambia, la tensione e la pressione che verranno percepite sono diverse e perciò cambiano i colori: si usano colori più tenui e freddi per scene più pacate, mentre vengono usati colori più caldi per scene con una forte suspence.

In conclusione, a mio parere, le immagini rendono la lettura più piacevole e veloce e aiutano a comprendere meglio la situazione e la storia, in quanto raffigurano il contesto in cui i personaggi si trovano e danno una descrizione più precisa al lettore, limitando la sua immaginazione, che troverebbe ampio spazio in un racconto con sole parole e che potrebbe mandarlo fuori pista rispetto a ciò che l’autore aveva in mente.

venerdì 7 gennaio 2022

F. Mazzone, 4A 2021-22: Esploratori e conquistatrici in due romanzi storici contemporanei

I libri  Stella avvelenata di Sebastiano Vassalli e Inès dell’anima mia di Isabel Allende sono ambientati in un'epoca completamente diversa dalla nostra.

Il primo racconta della storia di un giovane chierico, Leonardo Sacco, che nasce da una famiglia cristiana e nubile; il suo viaggio verso Parigi si interrompe a causa di sfortune e cambia destinazione, ossia diventa la ricerca della mitica Atlantide: un avventuroso cammino affrontato con coraggio e determinazione, nonostante le difficoltà del gruppo eretico del “Libero Spirito” imbarcato sulla Stella Maris. Si tratta di uomini odiati dalla società, che cercano un loro posto nel mondo in cui vivere con libertà. Il Nuovo mondo sembra loro molto diverso; nella realtà non lo è poi tanto in confronto al mondo “civile”. Infatti i personaggi del libro vanno incontro a molti pericoli e difficoltà. 
Il secondo libro invece racconta la storia di una donna spagnola forte e determinata, il cui nome è Inès. La protagonista fu la prima donna a compiere la spedizione di conquista del Cile, nel 1540. Questa sua scelta fu spinta dalla vita solitaria in Spagna e dalla voglia di incontrare Juan de Málaga, partito per il Nuovo Mondo. Arrivata lì, però, scoprì che era morto, ma proseguì comunque il viaggio con un altro uomo, ossia Pedro de Valdivia, col quale fondò in seguito la città di Santiago.

Le due storie sono diverse, ma 
i protagonisti hanno vari aspetti in comune: entrambi sono degli esploratori e dei conquistatori di terre sconosciute. Queste hanno il bisogno di essere scoperte da tutto il mondo, anche per la loro bellezza. Così, l’isola di Atlantide descritta nel libro di Vassalli dal Capitano Cat, è un paradiso terrestre, un luogo caratterizzato dalla natura incontaminata, da animali particolari e meravigliosi, dove, essendo gli abitanti cordiali, basta lo scambio di qualche oggetto di poco valore per fare amicizia. 
Ma le aspettative sono diverse dalla realtà: oltre ai racconti e alle leggende popolari, c’era di più. In entrambi i romanzi, gli esploratori trovano sì un mondo pieno di oro e ricchezze, ma anche di pericoli, dovuti in parte a causa della mancanza di conoscenza da parte degli europei della lingua, delle tradizioni e costumi degli indigeni. Questa assenza provoca lotte ed incomprensioni tra uomini, come dimostrano entrambi i libri. 
Nonostante ciò, i protagonisti avevano il bisogno e la necessità di trovare altre terre, perché si sentivano schiacciati da altri popoli che vivevano nei paesi vicini, dall’aumento della popolazione in Europa, dalla presenza di oro e ricchezze nel Nuovo Mondo e anche dalla semplice curiosità di vedere cosa c’era al di là dell’Oceano. Ciò può apparire un po’ una pazzia in realtà, visto che molti intellettuali del tempo erano sicuri che non ci fosse nulla.

Al giorno d’oggi siamo convinti di essere riusciti ad esplorare tutta la superficie terrestre, ma bisognerebbe riflettere se è davvero così. Più del suo 70%, infatti, è ricoperto d’acqua. Gli oceani del nostro pianeta sono l’Oceano Pacifico, l’Oceano Atlantico, l’Oceano Artico e l’Oceano Indiano. Di questo immenso bacino di acqua, ne abbiamo esplorato solo il 5%. Questo vuol dire che oltre il 95% del nostro pianeta è ancora sconosciuto, con i suoi segreti e i suoi misteri.

Oceani a parte, migliaia di montagne, dall'Himalaya alle Ande, restano da conquistare, metà delle caverne del globo non sono mai state solcate da uno speleologo, l'Antartico (che da solo è più grande di Stati Uniti e Messico messi insieme) e la Groenlandia, di fatto due continenti, rimangono in gran parte incontaminati, così come milioni di ettari di foresta pluviale in Amazzonia, nel Borneo, nella Nuova Guinea e in altri parti dell'Estremo Oriente e dell'Africa.

Poi c'è l’universo. A quanti pianeti ancora non siamo arrivati? Troppi.

Un po’ come accadeva al tempo di Cristoforo Colombo, però, anche al giorno d’oggi quando si fa una nuova scoperta, tutto si ferma. Le voci girano per le strade e le persone restano incantante.

G. Massari, 4A 2021-22: O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato

Il monologo intitolato “Lettera ad un bambino mai nato” è stato scritto da Oriana Fallaci nel 1975. La protagonista e voce narrante è una donna che scopre di essere incinta e di cui si conosce ben poco: vive da sola, non ha un compagno e appare estremamente forte e indipendente. E’ importante puntualizzare che all’epoca, se una donna rimaneva gravida al di fuori del matrimonio, non era certamente vista di buon occhio, perciò veniva considerata “irresponsabile” e “stravagante”.  

Fin da subito alla protagonista iniziano a sorgere molteplici dubbi, dal momento che è incerta se portare avanti la gravidanza, chiedendosi addirittura se il bambino che porta in grembo abbia effettivamente voglia nascere: “E se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando "Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?" Sarai un uomo o una donna?” 

Proprio su quest’ultima domanda nasce una triste, e purtroppo concreta, riflessione riguardante la differenza di genere: la società ha conferito alla donna un ruolo marginale, ponendola sempre in secondo piano rispetto all’uomo. “Il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini”, “Si dice uomo per dire uomo e donna”, “Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna... Eva arriva dopo, per divertire Adamo e combinare guai”, “Dio è un vecchio con la barba”, “E tutti i loro eroi sono maschi”. La vita è faticosa, soprattutto per le donne, ma bisogna avere coraggio e battersi contro ogni tipo di ingiustizia.

Diventare madre in effetti non dev'essere semplice: è una grande responsabilità e proprio per questa ragione la donna di cui si parla è titubante sulle sorti del bambino e anche sulla sua stessa carriera: “Il mestiere di mamma non mi si addice. Io ho altri doveri verso la vita. Ho un lavoro che mi piace e intendo farlo. Ho un futuro che mi aspetta e non intendo abbandonarlo”.

E’ interessante come l’autrice non dia mai un giudizio sull’aborto, sulla maternità o sugli altri temi che emergono nel corso della lettura. Non spiega cosa è giusto e cosa invece non lo è. Si limita a parlare di una donna, con le sue insicurezze, le sue paure, i suoi stati d’animo, le sue emozioni, che a volte è costretta a reprimere per il benessere del figlio, e che la distruggono tanto da trasmettere al lettore la sua sofferenza: “Cos'è questo tuo diritto ad esistere che non tiene conto del mio diritto ad esistere? Non c'è umanità in te. Umanità! Ma sei un essere umano, tu?

Serenità e calma devono essere le parole d’ordine, anche se rimanere imperturbabile in una tale situazione è impossibile. La protagonista è umana e sola, le sue crisi e gli sbalzi d’umore sono frequenti, tanto che afferma: “Non ho bisogno di te! Sono stufa!” oppure “Non vedo perché dovrei avere un bambino. Non mi sono mai trovata a mio agio, io, coi bambini”, e la paura di non essere all’altezza la accompagna inesorabilmente. 

Attorno a lei ruotano altri personaggi dal ruolo secondario, come i suoi genitori che cercano di aiutarla e sostenerla, regalandole persino un paio di scarpine bianche. Ma non tutti risultano comprensivi: il suo "commendatore" infatti le ricorda che solo al sesto mese di gravidanza potrà smettere di andare al lavoro, minacciandola addirittura di trasferire l’incarico ad un uomo, in quanto non potrà mai ritrovarsi in una situazione simile.  

A questi si aggiungono la sua amica, la quale pur restandole accanto, le consiglia fin da subito di abortire, e il padre del bambino, un uomo vigliacco e codardo, che non affronta i problemi ma fugge dalle sue responsabilità: “tuo padre non sta con me. E non me ne dolgo sebbene, ogni tanto, il mio sguardo cerchi la porta da cui egli uscì, col suo passo deciso, senza che io lo fermassi, quasi non avessimo più nulla da dirci”.



Alla fine sarà il bambino stesso a decidere, ponendo fine alla difficile gravidanza e stabilendo di non voler nascere. Quell’aborto spontaneo sfocia in un presunto processo, frutto della sua immaginazione, in cui la sua coscienza la accusa di essere un’egoista assassina, colpevole del decesso di quella piccola creatura che teneva in grembo. 

La protagonista non considera la maternità un “dovere”, un modo per sentirsi realizzata in quanto donna, ma semplicemente una scelta personale e fatta con criterio. 

Non vuole rinunciare alla sua vita sociale e professionale, perciò il rapporto con il bambino è complesso, alternato da gioia e dolore, amore e odio. 

Ella cerca di spiegargli, spesso attraverso storielle, la crudeltà del mondo, le difficoltà e gli ostacoli che dovrà affrontare, anche se in maniera eccessivamente negativa, angosciosa e drammatica. “Giungesti addirittura a sfidarmi spiegando cos'era la vita da voi: una trappola priva di libertà, di felicità, di amore. Un pozzo di schiavitù e di violenze cui non mi sarei potuto sottrarre. Non ti stancavi mai di dimostrarmi che non c'è salvezza nel formicaio, che non si sfugge alle sue leggi cupe. Le magnolie servono per scaraventarci le donne, la cioccolata la mangiano quelli che non ne hanno bisogno, il domani è un uomo fucilato per un pezzo di pane e poi un sacco di mutande sporche. Si concludevano sempre con una domanda, le tue fiabe tristi: ma è proprio il caso che tu esca dal tuo nido di pace per venire quaggiù? Non mi raccontasti mai che un fiore di magnolia si può cogliere senza morire, che un gianduiotto si può mangiare senza umiliarsi, che il domani può essere meglio di ieri. E quando te ne accorgesti era troppo tardi: mi stavo già suicidando.”

Rimanere incinta sicuramente non rientrava nei suoi progetti, spesso ha assunto atteggiamenti irresponsabili e non pienamente condivisibili, soffermandosi su se stessa e sulle sue priorità. Nonostante tutto ha dovuto affrontare questa situazione da sola, chiedendosi se fosse giusto dar la vita per poi introdurre il figlio in un mondo di sofferenza, in cui non avrebbe mai potuto ricevere le giuste attenzioni e soprattutto l’affetto del padre. 

“Non è vero che non credi all'amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d'amore. Ma è sufficiente credere all'amore se non si crede alla vita?”

E’ un libro emozionante, commovente, ricco di frasi dal significato profondo, come le ultime struggenti frasi: “la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch'io. Ma non conta. Perché la vita non muore”. 


giovedì 6 gennaio 2022

G. Crous Ramiò, 4A 2021-22: D. Pennac, La fata carabina

RIASSUNTO:


Era una giornata invernale a Belleville, quartiere della periferia parigina; una signora stava cercando con fatica di superare una lastra di ghiaccio per raggiungere il marciapiede opposto. Tutto accade in un attimo: l'ispettore Vanini si avvicinò per aiutarla, la vecchietta tirò fuori una P38 e velocemente premette il grilletto.

Erano settimane che anziani venivano trovati morti in questo quartiere e l'ispettore appena ucciso era stato proprio incaricato della loro protezione.

Le indagini di polizia si misero quindi in moto su due fronti che, in apparenza, non sembravano essere collegati: da una parte il commissario Cercaire era determinato a scoprire chi fosse stato a uccidere l'ispettore Vanini, dall'altra il commissario Rabdomant e gli ispettori Pastor e Thian si occuparono di un altro mistero che riguardava gli anziani di Belleville. Molti di loro sembravano infatti essere entrati in un giro di droga, non più proiettato verso i giovani. Un altro personaggio interessato era stata la giornalista Julia, “casualmente” trovata in coma a causa di aggressioni e torture.

Il primo sospettato dagli ispettori Pastor e Thian fu Benjamin Malaussène, capro espiatorio dei Grandi Magazzini del paese e fidanzato della giornalista. In verità la situazione era alquanto diversa: Malaussène era l'uomo che offriva agli anziani tossicodipendenti, trovati da Julie, alloggio e aiuto nella casa che condivideva con la sua famiglia allargata.

Così anche lui cominciò a indagare su chi fosse ad offrire droga agli anziani e, grazie all'analisi attenta di foto scattate dalla sorella Clara a un evento pubblico, scoprì la probabile spacciatrice. Si recò così a casa di Julie, con la quale non riusciva a comunicare da mesi e, trovando l'edificio completamente distrutto, cominciò a pensare al peggio.

Proprio in quel momento anche Pastor si era recato nella dimora e quando Benjamin sconvolto fece cadere le foto che ritraevano la spacciatrice, l'ispettore cominciò a capire. La situazione era infatti molto più complessa di quello che sembrava: nel giro di spaccio erano coinvolti sia un importantissimo architetto del quartiere sia lo stesso ispettore Cercaire, i quali volevano liberare le case dagli anziani accelerando la loro morte, con l'intento di guadagnare importanti somme.

Contemporaneamente procedevano anche le indagini riguardanti l'omicidio dei vecchietti, di cui si occupava l'ispettore Thian in prima persona, travestendosi da “Vedova Ho”, vecchietta vietnamita. In questo modo, egli voleva attirare l'assassino soprannominato “Il Rasoio” e incarcerarlo. Conquistatosi la fiducia delle vecchiette, il poliziotto scoprì che loro stesse erano state armate e addestrate affinché potessero difendersi dall'omicida che stava terrorizzando il quartiere. L'ispettore Vanini era stato ucciso intenzionalmente: la signora si era spaventata e, credendo che il poliziotto volesse attaccarla, aveva velocemente sparato.

Nonostante le intenzioni quasi nobili, l'ispettore con rammarico fu costretto a incarcerare Stojil, colui che aveva seguito gli addestramenti, e a togliere le armi alle vecchiette.

Dopo qualche settimana, l'assassino bussò alla porta della vedova Oh, ancora sotto copertura. Quando questi scoprì la vera identità del delinquente, l'ispettore rimase sconvolto: era Risson, uno degli anziani ospitati da Malaussène, un vecchio libraio che rubava i soldi per procurarsi la droga. Entrato nella dimora, dopo un lungo dialogo, sparò all'ispettore Thian e venne poi a sua volta ucciso da Mo il Mossi, uno dei cittadini che stava cercando di proteggere i vecchietti.  

Nella conclusione tutto si risolse per il meglio: i colpevoli pagarono per i loro crimini, Julie si svegliò, Thian riuscì a guarire e prese il posto di Risson come racconta storie e, inaspettatamente, l'ispettore Pastor e la madre di Benjamin scapparono insieme, innamorati, per Venezia.



GIUDIZIO:


La scrittura di Daniel Pennac è piuttosto particolare: le frasi sono generalmente brevi e concise e i capitoli, almeno all'inizio mi sono parsi quasi confusionari. Il passaggio di prospettiva da Benjamin Malaussène all'ispettore Pastor induce il lettore a non comprendere effettivamente ciò che sta succedendo. Tuttavia, se in un primo momento le situazioni sembrano disconesse, piano piano tutti i pezzi del puzzle cominciano ad unirsi e i capitoli trovano la loro connessione. Ho trovato molto interessante come, con il procedere del libro, tutti i nomi citati comincino ad assumere un significato e tutto ciò che è accaduto si colleghi, portando poi alla risoluzione del caso.

Pennac si dimostra molto originale, ponendo gli anziani come vittime dei traffici di droga e, in un primo momento, anche carnefici. Questa scelta fa apparire la situazione quasi surreale e di conseguenza anche un po' ironica.

La critica alle istituzioni è evidente: Pennac accusa lo Stato di non essere capace di proteggere gli anziani e, anzi, di favorirne la dipendenza, attraverso la complicità dell'Ispettore Cercaire. Il losco traffico di droga è molto più complesso e profondo di quanto si pensi e coinvolge chiunque, anche l'ultimo dei sospettati.

Ho trovato molto interessanti anche i due protagonisti: da una parte l'Ispettore Pastor, sempre così composto e  attento, capace di svelare anche il più intimo dei segreti. Quando si scopre la sua tattica per far confessare i colpevoli, si rimane stupiti e, almeno da parte mia, anche un minimo delusi: l'ispettore si rivela infatti molto più pericoloso di quanto sembri.

Dall'altra parte c'è invece Benjamin Malaussène, devoto alla famiglia e alla sua buona causa: proteggere gli anziani. Farebbe e fa di tutto per le persone a cui vuole bene e per Julie in particolare. Anche il tema della famiglia è centrale nel romanzo: essa infatti si mobilita per trovare il responsabile della vendita di droga.

Quando però si scopre che è Risson l'assassino delle vecchiette, si rimane sconvolti: lui stesso, che era stato trovato e, si pensava, salvato dalla famiglia Malaussène?

Ho trovato questo romanzo molto piacevole alla lettura: la narrazione è semplice, ma ricca di continui colpi di scena, i personaggi, anche quelli secondari sono interessanti, come la sorella Thérèse o l'Ispettore Thian. È presente una critica sociale, ma non risulta pesante o centrale. La vena comica, unita a quella di mistero, rende molto appassionante la lettura.

Il finale inaspettato e divertente lascia un bel ricordo del libro, che altrimenti sarebbe potuto risultare tragico, dopo tutte le morti finali.

Sono presenti affascinanti riflessioni che, anche se vengono poste in situazioni un po' assurde, come l'Ispettore travestito da vecchietta vietnamita o la sorella che costruisce il futuro ai anziani tossicodipendenti, non perdono la loro profondità.

I brani che più mi sono piaciuti sono diversi:

A pagina 17-18 ho trovato molto dolce la descrizione di come il Piccolo Malaussène prenda la mano di uno dei vecchietti che abita in casa loro, Verdun, e rendendola più salda, lo aiuti a scrivere. Il povero anziano ricorda così Camilla, sua figlia, la cui morte lo aveva completamente distrutto per la vita. La domanda che Verdun fa al Piccolo: “Perché non sei Camille?” rende questo passaggio veramente toccante.

A pagina 54-55 viene reso plateale il forte rapporto che intercorre tra Pastor e Thian. Quando il primo torna dai suoi interrogatori era sempre “più morto che vivo”, e soltanto grazie a una barzelletta dell'ispettore Thian, è capace di riprendersi.

A pagina 87, ho trovato molto profonde le parole di Stojil conseguenti alla morte della vedova Dolgorouki, con cui aveva passato molti momenti, cercando di insegnarle come proteggersi insieme alle altre vecchiette: “I giovani amano la morte. A dodici anni si addormentano sentendo racconti di guerra, a vent'anni la fanno, come la vedova Dolgorouki o come me. Sognano di dare una morte giusta o di ricevere una morte gloriosa, ma in entrambi i casi è la morte che amano. Oggi, qui a Belleville, sgozzano una vecchia e si sparano in vena i suoi risparmi per trovare una morte luminosa. Di questo è morta la mia vedova: della passione dei giovani per la morte”, anche se, chi l'ha uccisa, come si scoprirà, non è assolutamente un giovane...

A pagina 104-105 è toccante lo sfogo di Benjamin Malaussène, quando tornato dall'appartamento distrutto di Julie, pensa che sia morta: “[...] corro e in questa mia nuova vita di corridore sottomarino , appaiono le immagini, perché si può correre più veloce delle idee, ma le immagini, quelle, nascono dal ritmo stesso della corsa, appartamento devastato, largo viso di Julia, piccolo cuscino pugnalato, bocca smorfia di Julia, telefono scapitato, urlo improvviso di Julia [...]”. lo sfogo mostra tutto lo strazio che sta provando il protagonista in quel momento, comunicando una forte tristezza.

Il brano che mi ha più colpito è stato quello pronunciato dalla sorella Thérèse, quando Verdun è ormai in fin di vita: “Non si tratta di credere o non credere, Ben, si tratta di sapere quel che si vuole. E quello che si vuole non è altro che l'Eternità. […] Ma quello che ignoriamo è che l'Eternità ce l'abbiamo, e in questo ambito, per l'appunto, abbiamo quello che vogliamo. […] Quando parliamo di chances di vita, capisci, gli anni, i mesi, i secondi che ci rimangono da vivere, non facciamo altro che esprimere la nostra fede verso l'Eternità” “Ah si?” “SI perché se io sono qui, presente, e non mi stanco di calcolare le chances di vita che ti restano, Benjamin, se in ogni secondo della tua vita faccio il conto dei secondi che restano, e se io sono ancora qui, all'ultimo secondo a calcolare i decimi che ti restano, poi i centesimi, poi i millesimi, e se sono qui, acanto a te nel cuore infinitesimale, a calcolare quello che ancora resta, è perché ci saranno sempre delle chences di vita da calcolare, Ben, e l'eternità non è altro che questa coscienza vigile.” Ho travato queste parole molto profonde e degne di essere metabolizzate. Come accennavo prima, nonostante il genere sia “leggero”, offre delle considerazioni con messaggi molto profondi.

Molto commovente anche il monologo dell'ispettore Thian a pagina 184-185, in cui riflette su tutte le sue azioni, volendo cambiare vita una volta per tutte. Si rende conto di come non sia più felice e la vedova Oh, personaggio di cui era travestito, era stata essenziale, in questo suo processo di consapevolezza. Poco dopo, arriva Risson, che gli sparerà, e anche in questo caso mi hanno colpito molto le parole dell'assassino, con le quali cerca di spiegare le sue azioni.

Infine, ho trovato dolce e di bell'effetto, il finale in cui l'ispettore Thian, salvato da Thérèse, si siede al centro della stanza e, come aveva fatto Risson fino a poco tempo prima, racconta una storia.


S. Pagnozzi, 4A 2021-22: Valore del romanzo storico: Vassalli e Allende a confronto




Siamo abituati a soffermarci poco sugli eventi lontani dalla nostra quotidianità, quasi appartenessero a un mondo parallelo, distinto, caduto nell’oblio con il trascorrere dei secoli.

Eppure gli autori versano fiumi di inchiostro per narrare storie che, spesso, traggono spunto da manoscritti, testi, vicende reali o fittizie, che fungono da espedienti per ricollegarsi a un passato remoto.

Tuttavia come può essere ancora utile per il lettore il romanzo storico? Questa tipologia letteraria sarà destinata a un irrimediabile declino? Sarà ancora un mezzo necessario per proporre riflessioni sul presente?

A tali domande sembrerebbe rispondere proprio la concezione di romanzo storico di Sebastiano Vassalli, autore della Stella avvelenata: il passato diviene strumento per indagare gli eventi odierni e per fornire una chiave di lettura per il mondo circostante.

Infatti, ancora oggi, offuscati dalle nostre ideologie e dalla nebbia della religione, perseguiamo delle utopie irraggiungibili, delle mere illusioni, un po’ come l’isola di Atlantide a cui approda l’equipaggio dello “Stella Maris”.

Purtroppo, ancora oggi, la cessazione dei conflitti armati e delle violenze, che spesso scaturiscono proprio da precetti religiosi o culturali, risulta solamente un ideale inapplicabile: l’odio, gli egoismi individuali e l’istinto di sopraffazione saranno sempre predominanti nei cuori e nelle menti degli esseri umani.

Infatti, non a caso, l’armonia e la pace tra gli esploratori provenienti dall’occidente e gli indigeni autoctoni a cui aspira il reverendo Ulbach non è attuabile, poiché contrasta con la malvagità insita nell’uomo. Tuttavia quest’ultimo persegue tenacemente le sue convinzioni, appellandosi al “Libero Spirito”, l’ente divino della corrente eretica da lui fondata. Egli, però, non differisce tanto da quella stessa chiesa che voleva condannarlo per le sue idee e che lo aveva etichettato come eretico, in quanto lui stesso, appena ne ha l’occasione, si arroga il diritto di dover civilizzare un popolo a lui sconosciuto in nome di un “Dio di fumo”, mera illusione che appare solo quando i membri dell’equipaggio fanno uso di sostanze stupefacenti.

Inoltre, il luogo paradisiaco spesso immaginato e descritto da Cat, il comandante della nave, nella realtà non è poi molto diverso da quello violento da cui gli esploratori sono fuggiti. Ciò ci induce a comprendere che l’uomo, nonostante le diversità socio-culturali e le epoche, ha sempre un elemento che lo contraddistingue: il male.

Questo aspetto emerge in tutta la sua forza anche nel romanzo storico di Isabel Allende, Inès dell’anima mia: infatti, nel corso del libro, si palesa questo scontro brutale di popoli e di culture, dove entrambe le parti in gioco, senza pietà, perpetrano azioni cruente. Di conseguenza, specialmente da parte degli Spagnoli, il pregiudizio culturale diviene scintilla che infiamma gli animi e che li induce a sottomettere un popolo in nome di una civilizzazione non richiesta, senza mai cercare di comprenderne i costumi e le usanze.

Ancora oggi i pregiudizi culturali, come nel XVI secolo, mietono vittime: si viene a creare, proprio a causa dei preconcetti nei confronti del diverso, un circolo vizioso che, spesso, comporta nuovi conflitti che dilaniano la società. Problematica dei nostri giorni è sicuramente la scarsa empatia culturale, che ci allontana dall’altro e rende vano ogni tentativo di inclusione: non siamo poi così diversi dai conquistadores di allora. Infatti, spesso, rimaniamo fermi sulle nostre idee e cerchiamo di imporle agli altri, senza compiere alcun tentativo di comprensione nei confronti di chi proviene da un mondo diverso dal nostro.

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...