domenica 2 maggio 2021

Maddalena Bonifacci, 4 H 2020-21: Voltaire, Candido, cap. XXIX - la conclusione

Nel capitolo finale del Candido di Voltaire, dopo una serie di interminabili e travolgenti avventure che hanno visto coinvolto il protagonista e gli altri personaggi, questi si ritrovano insieme, in una tranquilla fattoria nell’Impero ottomano, finalmente in pace dopo tanta sofferenza. 

Sono liberi dalle oppressioni, dalle schiavitù, non sono più costretti a fuggire, a combattere, a viaggiare alla ricerca disperata di qualcosa; eppure, nessuno di loro riesce a godere di questa tranquillità ritrovata. 

In effetti il capitolo stesso si apre con una frase che lascia immediatamente spiazzato il lettore: “Nel fondo del suo cuore, Candido non aveva alcuna voglia di sposare Cunegonda. Ma l’estrema impertinenza del barone lo determinava a concludere il matrimonio, e Cunegonda lo sollecitava così vivamente ch’egli non poteva tirarsi indietro.” 

Ventinove capitoli di viaggi e imprese compiute all’unico fine di ritrovare la propria amata e sposarla sembrano quasi quindi sprecati di fronte a questa prospettiva poco allettante, di un matrimonio intrapreso piuttosto per dispetto o ripicca.

Lo slancio che spingeva Candido a girare per il mondo, il desiderio ardente di incontrare la bellissima donna che amava con tutto sé stesso risulta invece completamente spento, in quanto: “gli rimase soltanto la piccola fattoria. Sua moglie, ogni giorno più brutta, diventò bisbetica e insopportabile.” 

Perché la ragazza luminosa, che per tutto il corso della storia viene ricordata come la più bella mai vista, diventa invece brutta e insopportabile?

Forse proprio perché era la più bella mai vista; Candido al termine del romanzo ha girato mezzo mondo, anzi, tutto il mondo allora conosciuto, ha visto persone diverse, ha fatto esperienze, e alla luce di queste, Cunegonda, che era la più dolce e meravigliosa creatura che avesse mai visto prima dell’inizio delle sue (dis)avventure, non lo è più. 

Ciò che gli aveva dato coraggio, che era stato oggetto di idealizzazione, che era stato tanto sognato e desiderato, una volta ottenuto non ha il sapore dolce che si immaginava. 

Per Candido ciò avviene con Cunegonda, ma tutti i personaggi risultano delusi da ciò che sembravano aver ricercato fino ad allora. 

Tanto che la vecchia, dopo una vita di violenze e dolore, rimpiange la sua condizione precedente rispetto al “far nulla” che caratterizza la loro nuova sistemazione. 

Cacambo maledice la sua sorte, avendo più lavoro da fare e trovandosi più occupato di prima. 

Seguendo il pessimismo che lo caratterizza, invece, Martin è convinto che si stia male ovunque si capiti, e perciò “pazienta”.

La figura opposta è Pangloss, che tuttavia, dopo aver millantato per tutto il romanzo che “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili”, si trova ad ammettere che avendo sostenuto ciò una volta, si trova costretto a continuare a farlo, pur senza crederci, alla luce delle tremende sofferenze che ha subito. Rimpiange inoltre di non poter spiccare in una qualche università tedesca esponendo le sue teorie. 

Insomma, stanno tutti finalmente bene, ma nessuno è soddisfatto. 

Mentre il tempo scorre, e la storia si ripete ciclicamente, sempre uguale, Candido, Pangloss e Martin si trovano a riflettere a discutere della tremenda noia che li attanaglia. 

È proprio Martin a concludere che “l’uomo è fatto per vivere nelle convulsioni dell’inquietudine o nel letargo della noia”, ed ecco perché in differenti modi e misura, si trovano tutti a rimpiangere la loro condizione precedente. Per quanto abbiano sofferto e per quanto le loro avventure li abbiano fatti soffrire, erano sicuramente più eccitanti del “non far nulla”. 

Che cosa occorre fare dunque? Qual è la soluzione, la risposta a tutto il male che c’è nel mondo? 

Voltaire porta qui una risposta profondamente rivoluzionaria per l’epoca: non bisogna perdersi in ricerche metafisiche su Dio o sul destino, in quanto la soluzione più nobile che un uomo possa adottare è lavorare. 

Il lavoro tiene lontani da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno”, spiega il saggio vecchio, e per questo è ciò che di migliore si possa fare. 

L’attività manuale, che fino ad allora e che ancora nella società di Voltaire veniva disprezzata e considerata un impiego inferiore e spregevole, viene invece esaltata come concreta possibilità di agire nella storia e contribuire al bene collettivo. 

Non è un caso che proprio in quegli anni la classe borghese cominci a prendere coscienza del proprio valore sociale, portando poi alla Rivoluzione Francese. 

Quello che Voltaire propone quindi, nel capitolo conclusivo della sua opera più famosa, è un messaggio di impegno sociale concreto, un invito alla partecipazione e all’attività. 

Non bisogna osservare il passaggio della storia come passivi spettatori, perdendo tempo a riflettere e filosofare su teorie infondate, come dimostra proprio la frase finale del romanzo, con cui Candido risponde all’ennesima dissertazione di Pangloss: “Ben detto, ma bisogna coltivare il nostro giardino.”


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...