La conclusione dell'opera teatrale "Minnie la Candida" di Massimo Bontempelli è costituita da un terzo atto pieno di drammaticità e di tensione, che provoca nel lettore e spettatore un forte sentimento di dubbio e insicurezza.
Nell'opera di Bontempelli, la protagonista Minnie è vittima di un angoscioso scherzo da parte del fidanzato e di un amico: essi la convincono del fatto che al mondo esistano degli uomini "fabbricati", i quali agiscono sempre in modo perfetto e razionale, non commettendo mai alcun errore, ma che sono soprattutto persone che non riescono a provare nessun tipo di sentimento vero e reale.
Lo scherzo però prende una piega terribile quando la ragazza si convince di fare parte della schiera degli uomini "fabbricati" e si abbandona ad una pericolosa pazzia che la spinge a suicidarsi.
Il solo sentimento che Minnie ritiene vero e reale è quello dell'amore senza confini che prova per il suo fidanzato:" Oh tu perdonami Skager... l'amore mio era vero sai, quello nessuno l'ha mai fabbricato in me".
Al tempo stesso Bontempelli connota realisticamente l'ambiente ed il paesaggio, rendendoli coerenti ai pensieri e allo stato d'animo di Minnie. Così, quando l'autore descrive la città, lo fa in maniera veritiera e realistica: per esempio, l'illuminazione notturna è data non dalle stelle ma dalle insegne pubblicitarie.
Tutto è dunque come deve essere e soprattutto come è, ma ad un certo punto è come se Bontempelli volesse confondere lo spettatore/ lettore, coinvolto in una lettura che esplicita e mette in evidenza i pensieri degli stessi personaggi, i quali, sconvolti dalla situazione, iniziano a sperare che le cose siano diverse e che il mondo non sia un posto così vuoto e l'esistenza umana non così vacua .
La città viene dunque rappresentata in modo che il pensiero e l'immagine siano fatti della stessa sostanza.
Grazie soprattutto alle sue didascalie, presenti sovente nel brano, oltre che darci indicazioni più dettagliate, l'autore ci permette di entrare e di uscire dalla finzione teatrale. Ma la vita stessa è finzione, perché l'uomo è ridotto a marionetta e dunque è vittima di un'alienazione della sua stessa personalità, da cui non si può uscire.
La città viene dunque rappresentata in modo che il pensiero e l'immagine siano fatti della stessa sostanza.
Grazie soprattutto alle sue didascalie, presenti sovente nel brano, oltre che darci indicazioni più dettagliate, l'autore ci permette di entrare e di uscire dalla finzione teatrale. Ma la vita stessa è finzione, perché l'uomo è ridotto a marionetta e dunque è vittima di un'alienazione della sua stessa personalità, da cui non si può uscire.
È questo che ci vuole insegnare il teatro "grottesco" di Bontempelli. Come sostiene infatti il critico Domenico Vittorini, per quanto l'uomo si impegni a rendere quasi comica e felice una realtà che soave non è, non ci riuscirà mai. Essa resterà sempre straziante e triste, così come Minnie, così come la vita in una società piena di stereotipi e pregiudizi. La comicità delle situazioni piega così spesso a un amaro senso del grottesco.
È come se l'uomo fosse costantemente coperto da una maschera che non rappresenta lui stesso, ma ciò che la società vuole che esso sia.
Fino a quando indosseremo questa maschera, la realtà che ci circonda sarà sempre deludente e illusoria.
È come se l'uomo fosse costantemente coperto da una maschera che non rappresenta lui stesso, ma ciò che la società vuole che esso sia.
Fino a quando indosseremo questa maschera, la realtà che ci circonda sarà sempre deludente e illusoria.
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