Candide è un romanzo filosofico scritto da Voltaire nel 1759, nel quale egli rappresenta attraverso i personaggi i vizi e i difetti umani. Voltaire vuole, infatti, comporre una critica verso la società dell’epoca, caratterizzata dall’ottimismo filosofico.
Ogni personaggio ha un nome degradante, che deve essere inteso in antitesi con la società dell’epoca: per esempio, Candido raffigura l’ingenuità, mentre Pangloss significa “tutta lingua”, a dimostrazione della critica che Voltaire fa verso la sua filosofia, che si limita ad essere puramente teorica, senza applicazione pratica.
Il romanzo si presenta come un racconto nel quale l’ambientazione è costituita da luoghi fantastici sparsi per l’Europa; le vicende non seguono un ordine cronologico e l’ambientazione impropria crea nel lettore una forte sensazione di spaesamento. Nonostante la cronologia e l’ambientazione del testo siano scorrette e imprecise, l’unico elemento che permette di orientarsi nella storia è il riferimento al terremoto di Lisbona del 1735, il quale consente di capire che le vicende trattate sono inserite nell’attualità dell’autore.
Il linguaggio asciutto, privo di emozioni e di commenti dell’autore, unito al disorientamento provocato dai luoghi creano, nel lettore, una mancanza di empatia. Il romanzo è, infatti, un racconto filosofico del periodo illuminista e, come tale, rappresenta la prevalenza della ragione sui sentimenti.
Inoltre, durante lo sviluppo della storia, è visibile la crescita e il cambiamento di Candido e, per questo, si può considerare anche un romanzo di formazione.
Di tutto il racconto, l’ultimo capitolo è il più importante, poiché racchiude il messaggio di Voltaire. I personaggi, una volta terminate le loro sciagure e le disavventure, si rendono conto che la vita senza di esse è caratterizzata solamente da noia e dolore. Tale concezione della vita è in contrapposizione con la filosofia ottimista: così, attraverso l’ironia di Voltaire, suggerita nel testo da antifrasi e paradossi, vengono smontate tutte le teorie dell’epoca, in particolare l’antropocentrismo e, in più, viene sollevata una polemica verso la categoria sociale degli aristocratici.
L’antropocentrismo è la concezione del mondo e dell’universo predominante fino ai secoli precedenti all’Illuminismo, e vedeva l’uomo come protagonista di ogni cosa: dell’universo e della vita. Voltaire, invece, mette completamente in discussione questa teoria. A differenza di ciò che gli uomini e la religione credono, secondo lui, non vi è un Dio che si preoccupa della razza umana, ma gli uomini sono minuscoli "passeggeri" sulla "nave" della natura, che continuerebbe ad esistere e a procedere per il suo ciclo anche se essi scomparissero.
Con l’ultimo capitolo, Voltaire esprime anche la sua visione del male nel mondo, il quale non ha origine metafisica, e quindi non deriva da Dio, ma solamente dagli uomini, che sono destinati a vivere nel dolore, nella noia, nella miseria e nel vizio. L'unico modo per poter affrontare la vita terrena non è trovare risposte in un Dio, ma cercare attraverso il lavoro di evitare il dolore e la noia. In conclusione, secondo il filosofo, l’uomo non può rendere il mondo il migliore, ma può evitare che sia il peggiore.
A questa visione, si ricollega la critica verso l’aristocrazia, che non lavora e per questo non può essere in grado di migliorare il mondo. Il capitolo dimostra il cambiamento della concezione del lavoro, grazie al contributo dato dal movimento illuminista: precedentemente ad esso, il lavoro e la fatica equivalevano a qualcosa di sporco e degradante; successivamente diventa ciò su cui si basa la vita, e che è in grado di nobilitare l’animo umano. Il lavoro è, inoltre, ciò che può rimuovere le discriminazioni e le disuguaglianze tra il popolo, e dunque, se tutti gli uomini lavorano, sono in grado di cambiare e migliorare il più possibile il mondo.
Voltaire conclude infatti il romanzo con la frase significativa: “Dobbiamo coltivare il nostro orto”. Questa, benché possa essere letta anche in chiave egoistica, vuole in realtà indicare quanto sia fondamentale la collaborazione e il fatto che tutti gli uomini si impegnino per lavorare.
Il romanzo di Voltaire, inoltre, si trova in contrapposizione con I Promessi Sposi manzoniani per quanto riguarda la concezione del dolore. Secondo Manzoni, l’uomo non sempre è causa dei suoi mali, bensì il dolore è inviato provvidenzialmente da Dio, il quale mette alla prova gli uomini per indirizzarli a un futuro migliore, ovvero il Paradiso. Quindi, è evidente la differenza tra le visioni dei due autori: Voltaire, essendo illuminista, non prende in considerazione Dio per spiegare il dolore degli uomini; al contrario, Manzoni vede Dio come il protagonista, il principio e la causa della vita umana.
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