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mercoledì 27 aprile 2022

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia




Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come ai ragazzi che incontra chieda sempre qual è la loro poesia preferita: tra le tante che emergono spesso sente nominare La cavalla storna del poeta Giovanni Pascoli. Questo è il componimento che narra del momento che segnò per sempre la sua vita: l’omicidio del padre Ruggero, morto il 10 agosto 1867.

Ruggero Pascoli si recò quel giorno a Cesena, dove avrebbe dovuto incontrare in fiera un uomo di Roma, che non si presentò. Al ritorno, due “uomini atroci” gli tesero un agguato e un loro colpo di fucile gli arrivò alla testa; seppur ucciso, la sua giumenta lo portò fino a casa, dove lo aspettavano la moglie e gli otto figli. All’epoca Giovanni aveva dodici anni e, quando il padre morì, non riuscì a elaborare il lutto e la sete di giustizia iniziò a tormentarlo. Come un investigatore, per tanto tempo chiese in giro per San Mauro informazioni di chi poteva aver visto, di chi poteva sapere, fino a quando un presunto testimone oculare lo percosse e gli intimò di smetterla. Fu così che Giovanni rinunciò a qualsiasi speranza di vendicare il padre, anche in tribunale. Si iscrisse all’università, venne persino arrestato e incarcerato per aver frequentato anarchici e socialisti, ma si laureò e divenne professore di latino, senza mai dimenticare. Ne La cavalla storna, in particolare, il poeta racconta ciò che vide e sentì nel momento in cui l’animale tornò a casa col padre ancora nel carretto: alla richiesta della madre di confermarle il nome di chi era stato, lei emise un nitrito.

La tesi di fondo qui sostenuta dall’autrice è che la poesia sia potuta servire a Pascoli come strumento di conforto per “fare giustizia” a sé stesso, per esternare tutto ciò che lo aveva tormentato per anni e anni: dal momento in cui non era riuscito a ottenere un processo vero e proprio, egli usò la poesia come mezzo per esprimere il suo personale processo e la sua personale condanna contro l’assassino.

La Mazzucco, però, fa riferimento anche all’opera precedente i Canti di Castelvecchio, in cui è inclusa La cavalla storna: Myricae, di cui fa parte la famosissima poesia X Agosto, della quale l’autrice si avvale per sostenere che Pascoli, in realtà, inizialmente tese a “nascondere” l’accaduto coi simboli della rondine che torna al nido e del pianto cosmico sul male del mondo, mentre anni dopo, con La cavalla storna, egli non cela più ciò che è stato e lo trasforma in “leggenda”. Infatti, all’inizio dell’articolo, la poesia è definita “invincibile” poiché viene insegnata da decenni nelle scuole, da molti è imparata a memoria ed è sempre gradita ai giovani, anche ora che ci troviamo in tempi moderni: per questo non “passa mai di moda” . 
Il titolo dell’articolo, Pascoli spiegato dai ragazzi, trova quindi una spiegazione nella scelta stilistica dell’autrice di narrare l’evento fondamentale come se fosse una storia e non come viene solitamente commentata in classe, in chiave accademica e più rigida.

LA LETTERATURA COME MEZZO DI GIUSTIZIA

Nel 2012, per la prima volta dopo 145 anni, sono stati “condannati” in Corte d’Appello i tre responsabili dell’omicidio di Ruggero Pascoli: Pietro Cacciaguida, mandante del delitto e incaricato di amministrare la tenuta Torlonia al posto di Ruggero, Michele della Rocca e Luigi Pagliarani, esecutori materiali dell’omicidio. Questo processo, naturalmente storico dato il ritardo con cui si è svolto, e al quale hanno partecipato più di mille persone a San Mauro, ha avuto giudici, giuria e persino il difensore dei tre imputati mai davvero finiti in tribunale. È stata quindi fatta giustizia (postuma) sia per Ruggero Pascoli che per il figlio Giovanni, che visse la morte del padre come un’ossessione e sulla quale scrisse varie poesie, prima fra tutte La cavalla storna.

Pascoli in cuor suo sapeva chi era stato ad ammazzare il padre, e perciò prima cercò in tutti i modi di recuperare prove sufficienti a mandare a processo i presunti colpevoli; poi, una volta intimidito e messo a tacere, utilizzò la letteratura come personale metodo di condanna e testimonianza. Ne La cavalla storna Pascoli narra infatti del momento successivo all’accaduto: la cavallina con cui Ruggero era partito per Cesena torna col padrone accasciato sul calesse e la madre chiede di “confermarle” 
con un cenno chi è stato a ucciderlo . Quando lei le dice un nome, la giumenta nitrisce, come per mostrare assenso. In questo caso, la letteratura è davvero servita a portare giustizia, poiché, pur non venendo nominato nessun probabile assassino, le parole di Pascoli sono arrivate fino ai giorni nostri e sono state ascoltate da chi si è interessato alla causa e l’ha portata a termine, anche se molto tempo era ormai passato.

Un tipo diverso di “vendetta” è invece perseguito da Primo Levi, scrittore, giornalista e sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz. Per l’autore è fondamentale e ricorrente nelle sue opere il tema della memoria: perché la giustizia sia davvero tale e permanente è nostro dovere ricordare, affinché ciò che è successo non si ripeta mai più. I suoi scritti sono vere e proprie documentazioni degli orrori perpetrati nei lager, che descrivono le sensazioni, i sentimenti e la perdita progressiva della coscienza e della volontà, rubate crudelmente ai prigionieri dagli oppressori. Nella fattispecie, il “fare giustizia” di Levi non consiste nel desiderio di individuare i responsabili degli imperdonabili crimini già giudicati in svariati processi come quello di Norimberga, ma nel condurre a ulteriori riflessioni a riguardo, al fine di evitare l’oblio di cinque anni di storia che ci hanno segnato indelebilmente: ne sono un esempio i capitoli I e II del libro I sommersi e i salvati, in cui si parla della “zona grigia”, ovvero la categoria degli oppressi che venivano spesso costretti a diventare complici dei loro stessi carnefici, pena la morte.

Insomma, la giustizia, intesa come potere in grado di restituire equilibrio e pace nella vita delle persone è nelle mani di organi statali preposti a garantirla, e si potrebbe quindi pensare che sia uno strumento arido e rigido. Ma la sua rappresentazione letteraria è frutto delle testimonianze degli autori, e può quindi avere un ruolo cruciale nella scoperta della verità.

Maddalena Bonifacci, 5H 2021-22: Pascoli, ape tardiva

 Un’ape tardiva


Una caratteristica peculiare del genere umano, comune e caratteristica, è la sua ricerca e aspirazione non alla semplice sopravvivenza, ma al piacere. Non a caso, la Costituzione americana inserisce “l’inseguimento della felicità” tra i diritti fondamentali. Risulta quindi tipico dell’uomo l’essere costantemente teso verso la realizzazione di una vita “piena”, “vissuta”, “da ricordare”. 

Un interrogativo sorge però spontaneo: come si può distinguere obiettivamente una vita degna d'essere vissuta da una semplicemente banale? Chi ne stabilisce i valori? Ѐ proprio questo irrisolubile enigma che fa nascere da un lato un’astratta standardizzazione e un prototipo idealizzato di “vita pienamente vissuta”, e dall’altro, l’inquietudine persistente dell'individuo di fronte a questo desiderio di appagamento. 

In questo contesto, così universale eppure così oscuro e indecifrabile, quale mezzo migliore della poesia per tentare, almeno, di esprimerne le contraddizioni? 

Pascoli, spesso interpretato come un semplice poeta “della campagna”, che si cimenta in una descrizione quasi botanico-zoologica di paesaggi e scene rurali, sviluppa invece appunto questo tema, seguendone le diverse sfaccettature  a partire dal l’esperienza che più segna, dal principio, la sua vita, cioè l’omicidio del padre, il 10 agosto 1867. Questo rappresenta il primo chiaro e lampante esempio di un’esistenza non pienamente vissuta in quanto troncata e terminata con violenza, centro di due delle poesie più importanti di Pascoli, X Agosto e La Cavalla storna.

In entrambe si nota un forte simbolismo: nella Cavalla storna, del 1903, l’accusa all’assassino si fa più esplicita, ma l’animale che fedele e imperterrito riporta il calesse del defunto padre a casa, in quanto muto, rappresenta forse simbolicamente l’omertà che insabbia l’omicidio e la mancanza di giustizia che tormenterà per sempre la famiglia Pascoli. 

In X Agosto, del 1897, invece, prevale il paragone del padre con la rondine che torna al nido per nutrire i piccoli. Una volta uccisa, non viene cancellata soltanto la sua vita, ma viene condannata quella dell’intero nido, che attende e “che pigola sempre più piano”. L’esistenza bruscamente interrotta di Ruggero Pascoli ha infatti ripercussioni terribili su tutta la famiglia, che da quel momento, oltre a subire una serie di disgrazie, si trova a dover fare i conti con una realtà molto difficile. 

Da qui derivano le scelte o forse gli obblighi di Pascoli di abbandonare l’idea del matrimonio per rimanere al fianco della sorella Maria, nella volontà di preservare quel “nido originario” che dà certamente sicurezza, ma che impone pesanti responsabilità morali, limita e quasi imprigiona. Non a caso infatti l’immagine simbolica del nido ricorre spesso nelle poesie, negli scritti e nell'immaginario pascoliani, come rifugio tanto cercato e difeso, ma anche come silenziosa e opprimente cella (cf. in Myricae, Il passero solitario).

Ѐ questa dunque la privazione che più fa soffrire il poeta e che insinua nel suo animo il tarlo di non vivere appieno la vita, di essersi forzatamente escluso dalle gioie e privato delle occasioni di piacere. «Un’ape tardiva sussurra / trovando già prese le celle»: così Pascoli stesso descrive la subdola inquietudine che lo attanaglia. Nel Gelsomino notturno, infatti, il poeta non si cimenta in quella che a un primo sguardo potrebbe sembrare una placida evocazione di un paesaggio rurale al calar della sera, allietato da fiori, fragole, erba, api, chioccia e pulcini, bensì in una struggente analisi di un rassegnato ma non meno angoscioso stato d’animo. Gli elementi naturali fungono ancora una volta da simbolo: l’ape è il poeta stesso, che trovando “le celle già piene”, le opportunità già perse, sussurra, non protesa rumorosamente, ma si arrende alle conseguenze di un’infelice scelta di solitudine. Delle fragole, rosse come la passione, il poeta può solo percepire il desiderabile odore, ma non assaporarne il gusto. 

Ciò diventa ancora più significativo se si considera l’occasione per cui la poesia è stata scritta, ovvero «l’ennesimo matrimonio di un amico» che, come osserva Gioanola in 

Giovanni Pascoli. Sentimenti filiali di un parricida (Jaca Book, Milano 2000), «riacutizza ferite mai chiuse». 

In effetti, davanti all’amore e alla letizia dei suoi amici, Pascoli non può fare altro che constatare il proprio senso di esclusione, pur esprimendo il desiderio e le naturali fantasie. Nel Gelsomino notturno, pertanto, il poeta osserva il calore intimo della casa da fuori, raffigurando se stesso come curioso ma al tempo stesso emarginato; immaginando la calda intimità di quella camera «su per la scala» dove il lume «s’è spento»; sognando infine quella passione erotica alla quale non può partecipare e che, forse, conduce a «non so che felicità nuova».

Effettivamente, non c’è nulla di più triste che esser testimoni della gioia altrui e non poterne far parte e, se tanto aveva polemizzato Pascoli contro la poetica e la filosofia di Leopardi, le conclusioni a cui personalmente arriva non sono poi così agli antipodi. Da un lato ci sono «gli altri», quelli che riescono a godere dell’esistenza, quelli che incarnano il tanto anelato ideale di vita pienamente vissuta, e dall’altro il poeta, escluso, diverso, impossibilitato al raggiungimento della soddisfazione. 

Il potere della poesia, a prescindere dall’autore, dall’epoca, dalla corrente letteraria, è quindi la capacità universale di parlare all’animo del lettore, di insinuarsi nello spiraglio che non sapevamo di aver lasciato aperto e colpire dritto al cuore: una capacità  universale come l'inquietudine, come la tensione di non sapere quale sia la scelta giusta da compiere per rendere la vita memorabile e felice, nel senso più pieno del termine. 

Con così tanti presunti modelli da seguire, e con sempre meno indicazioni per orientarsi, o forse con sempre più informazioni contrastanti, anche per noi, oggi, risulta sempre più difficile sentirsi appagati, trovare il proprio posto nelle «celle» che risultano già tutte «prese». 

Ma chi è che decide quali sono le celle da occupare per sentirsi appagati? L’interrogativo originario sembra rimanere senza risposta. 

La verità è forse che un’esistenza piena non è quella di chi trova posto nell’alveare, non è quella di chi assapora finalmente il dolce sapore delle fragole rosse, non è quella di chi spegne il lume nella camera su per scala. L’esistenza pienamente vissuta è quella di chi sta fuori sull’aia a guardare, sotto le stelle; è quella dell’«ape tardiva» che, trovando le celle occupate, vaga nella notte in cerca di un fiore, di chi per caso o per volontà non gusta le fragole rosse, di chi sorride dell’amore altrui e del proprio dolore. È quella di chi sceglie e di chi canta fuori dal coro; di chi stona, di chi esplora e crea qualcosa di grande, bello e immortale. 





martedì 11 gennaio 2022

G. Cricca, 5H 2021-22: Vasco Rossi, Sally

 



Sally cammina per la strada senza  nemmeno  A

Guardare per terra  B

Sally è una donna che non ha più voglia  C

Di fare la guerra B

Sally ha patito troppo E

Sally ha già visto che cosa F

Ti può crollare addosso G

Sally è già stata punita H

Per ogni sua distrazione o debolezza I

Per ogni candida carezza I 

Tanto per non sentire l'amarezza  I


Senti che fuori piove

Senti che bel rumore


Sally cammina per la strada, sicura

Senza pensare a niente

Ormai guarda la gente

Con aria indifferente

Sono lontani quei momenti

Quando uno sguardo provocava turbamenti

Quando la vita era più facile

E si potevano mangiare anche le fragole

Perché la vita è un brivido che vola via

È tutto un equilibrio sopra la follia

Sopra la follia  (messaggio dell’autore)



Senti che fuori piove

Senti che bel rumore


Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso

Del tuo vagare

Forse davvero ci si deve sentire

Alla fine un po' male

Forse alla fine di questa triste storia

Qualcuno troverà il coraggio

Per affrontare i sensi di colpa

E cancellarli da questo viaggio

Per vivere davvero ogni momento

Con ogni suo turbamento

E come se fosse l'ultimo   (riflessione dell’autore)


Sally cammina per la strada, leggera

Ormai è sera

Si accendono le luci dei lampioni

Tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni

Ed un pensiero le passa per la testa   

Forse la vita non è stata tutta persa  

Forse qualcosa s'è salvato

Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato

Forse era giusto così

Forse, ma forse, ma sì  (pensiero di Sally)


Cosa vuoi che ti dica io?

Senti che bel rumore




Il brano scelto è la nota canzone Sally di Vasco Rossi. Contenuta nel disco Nessun pericolo per te, è uscita nel 1996 e nel 1999 è stata realizzata una cover da parte di Fiorella Mannoia. Il testo di grande carattere emotivo e di fama internazionale narra la storia di una donna di nome Sally che con grande forza è riuscita a superare le difficoltà della vita e che finalmente riesce a vivere spensierata, cercando la forza dentro di sé.

Il testo è suddiviso in 4 strofe libere, poiché sono composte da un numero diverso di versi, e vi è presente un ritornello, ripetuto per tre volte, contenente nella maggior parte dei casi le medesime parole. Tale ritornello è composto da due soli versi, che nelle prime due ripetizioni sono identici e settenari, a differenza dell’ultimo caso nel quale il primo verso cambia diventando novenario, e da frase affermativa si trasforma in domanda diretta. Nell’ultima strofa è presente un’anafora della parola forse

La musicalità del testo non dipende dalla presenza di rime, dato che come si può osservare nella prima strofa non è stato possibile individuare uno schema ben preciso, bensì dal forte legame tra musica e parole. Infatti, nel mentre si ascolta la canzone, è possibile notare come il suono del piano accompagni la voce del cantante. 

In tre strofe il cantante parla di Sally in terza persona: Sally cammina - Sally ha patito - Sally guarda; invece nella penultima si indirizza direttamente alla ragazza “Ma forse Sally è proprio il senso del tuo vagare”, come succede anche nei ritornelli “senti che fuori piove; Senti che bel rumore”. Nelle tre strofe nelle quali il cantante parla in terza persona della giovane si può notare come sia significativo il cambio di aggettivi usati per descrivere lo stato d’animo di Sally. Nella prima la ragazza è stanca, combattuta per le difficoltà della vita e amareggiata: dalle parole del cantante “cammina senza nemmeno guardare per terra”; “ è una donna che non ha più voglia di fare la guerra”. Anche nella musica si può ritrovare questo senso di nostalgia: il suono del pianoforte sovrasta quello della batteria, è incisivo e chiaro.

Nella seconda Sally non è più debole, ma per affrontare la vita dura e complicata decide di costruire un muro che la possa proteggere dal mondo che la circonda: guarda la gente con aria indifferente ed è sicura. In questa sicurezza però si nasconde la malinconia per quella felicità, quella vita più facile dove si potevano mangiare anche le fragole, che ormai ha perso e non sa se potrà mai ritrovare. In questo pezzo il suono della batteria si fa imponente, quasi a voler rappresentare la corazza che Sally ha indossato. In questo frangente si iniziano a sentire anche i violini, che rappresentano la forza interiore della ragazza, che non è morta e sta per rinascere.

Nell’ultima strofa invece qualcosa è cambiato, perché Sally cammina leggera e pensa che forse qualcosa s’è salvato e la vita non è tutta persa. Tutti gli strumenti suonano in armonia, nessuno prevale: le parole del cantante sono trasportate dal suono della batteria, del pianoforte e della chitarra elettrica. 

Se si ascolta un paio di volte la canzone è evidente come a partire dalla seconda strofa in poi la parte finale venga accentuata sia dal tono della voce che si fa più imponente sia dall’intensità del suono. Ciò accade perché è proprio negli ultimi versi che sono contenute delle parti fondamentali della canzone. Gli ultimi tre versi della seconda strofa racchiudono il messaggio che l’autore vuole condivide all’ascoltatore: la vita non è semplice, nasconde sempre delle insidie dietro l’angolo, ma è proprio questo suo bello; come dice Vasco è un equilibrio sopra la follia, ed è per questo che non bisogna arrendersi ma combattere. 

Come detto in precedenza, la terza strofa è quella più particolare poiché l’autore parla direttamente a Sally. Non la guarda più con gli occhi di un estraneo che osserva una donna che gli cammina davanti, bensì si comporta nei suoi confronti come se fosse suo amico. Il cantante riflette ad alta voce come se volesse far ragionare la sua amica: il senso del suo vagare sta proprio nell’affrontare questa faticosa vita, perché è  dalle difficoltà che Sally riuscirà a trovare il coraggio per vivere ogni momento, anche quello più difficile, come se fosse l’ultimo. Infine, negli ultimi versi dell’ultima strofa, non è più il cantante a parlare ma sono le parole della stessa Sally. Finalmente ha preso coraggio: si è resa conto che la vita non è facile e che sicuramente dovrà affrontare delle difficoltà; però ciò che ha passato l’ha aiutata a crescere e deve usare la forza ritrovata per rinascere e sbocciare.

La canzone si conclude con l’ultimo ritornello: in quelli precedenti in entrambi i versi il cantante parla alla ragazza come se le volesse risollevare il morale, come se cercasse di farle vedere anche il bello delle difficoltà, il lato positivo; l’ultimo invece è un dolce saluto<. il cantante amico ha fatto il suo lavoro, ha risollevato la bambina che era caduta e con una dolce frase, “senti che bel rumore”, le lascia la mano per farla camminare da sola. 


Sally è uno dei brani più amato dagli Italiani. Tutti portano nel cuore questa poesia cantata, perché grazie alla forza che essa dà all’ascoltatore, aiuta qualsiasi persona a ritrovare la motivazione e la grinta per andare avanti. Chiunque durante la sua vita si può trovare in difficoltà, perché come dice Vasco il pericolo è dietro l’angolo, è tutto un equilibrio sopra la follia. Però non dobbiamo mollare e spaventarci, ma cercare in noi stessi la forza di andare avanti. Possiamo circondarci di persone care che farebbero di tutto per strapparci un sorriso, ma dobbiamo ricordarci che la nostra felicità è dentro di noi e nessuno ce la potrà mai dare. Dobbiamo quindi svegliarci ogni mattina felici di vivere un’altra giornata e pronti a goderci ogni singolo istante, partendo da noi stessi.


G. Cricca, 5H 2021-22: Werther: la libertà dell’arte e la libertà dell’amore

 Il brano è tratto da I dolori del giovane Werther  di Johann Wolfgang Goethe. Scrittore tedesco, nato nella seconda metà del Settecento, Goethe realizza questo romanzo epistolare nel quale le sfortunate vicende passionali del giovane protagonista rappresentano i tormenti dello stesso autore. Principale tra tutti i conflitti è la contrapposizione tra la sua appartenenza alla borghesia e il suo essere artista, che viene rappresentano nel romanzo attraverso l’impossibilità del protagonista Werther di sposare la ragazza da lui amata. Con l’opera Goethe dà vita ad un idealismo pessimista che apre la via al Romanticismo. 

Il passo è composto da due lettere, entrambe appartenenti al Libro Primo. Nella prima il protagonista racconta di aver realizzato un quadro osservando solamente la natura. Da ciò compie una riflessione sul rapporto che vi è tra regole della classe borghese e la natura, che stimola l’ispirazione artistica. Rivolgendosi ad un amico, <<Tu mi dirai… Amico mio…>>, afferma che è grazie alle regole che le persone diventano educate e buone, ma sono proprio tali norme a distruggere l’autenticità espressiva della natura e ad intralciare l’irruenza dell’ispirazione. Lo scrittore immagina che l’amico possa obiettare che le regole tagliano i ramoscelli troppo rigogliosi: con tale metafora Werther vuole fare riferimento alla società nella quale vive, dove la borghesia, rappresentata dalle regole, vuole eliminare gli artisti, rami troppo rigogliosi, per paura che la loro arte possa contrastare le imposizione della realtà settecentesca e diffondere messaggi non accettabili. Lo scrittore dice infatti che l’arte deve entrare in armonia con la natura e che l’espressione artistica non deve essere intralciata da ostacoli che possano fermare il fiume del genio.
La stessa arte è comparabile all’amore. Un uomo dimostra il proprio sentimento stando accanto alla sua donna sempre. Però è lo stesso uomo che viene sottoposto alle regole della società: diventerà sì un buon consigliere, ma l’amore puro finirà. Nella seconda parte della lettera infatti  Werther giudica la mentalità e il modo di vivere dei borghesi, chiamati filistei o placidi signori. Sono uomini egoisti, che mettono al primo posto la propria condizione sociale e i propri averi e come ultima ruota del carro l’amore per la propria donna. Infine, tormentato e amareggiato, si domanda come mai gli artisti, coloro che lasciamo scorrere il proprio fiume del genio, siano così pochi,
<< oh amici miei! Perché mai il fiume del genio prorompe così raramente e così raramente, con le sue acque in piena, investe e scuote le vostre anime meravigliate? >>.


Invece  la seconda lettera, quella del 30 luglio, descrive le emozioni e i pensieri del protagonista Werther a seguito dell’arrivo di Albert, il fidanzato di Lotte. In lui nascono sentimenti contraddittori rispetto al rivale: dapprima un sentimento di insofferenza e gelosia, che viene alimentato dalla causa principale del disagio del protagonista, ovvero il possesso che Albert ha di Lotte. Ma osservando il rivale, dotato di qualità eccellenti, << è un bravo e simpatico giovane , al quale non si può non voler bene>>, << è molto discreto>>, nascono nel ragazzo amareggiato una certa stima per il rivale, soprattutto per come tratta la ragazza, ma allo stesso tempo invidia e ostilità, poiché costui sembra privo di vizi. La frase <<è un bravo e simpatico giovane, al quale non si può non voler bene>> contiene una doppia negazione: se essa viene soppressa s’intende il significato vero che Werther vorrebbe esprimere, vale a dire che il giovane è amato da qualsiasi persona, poiché la sua personalità glielo consente.
Nella seconda parte della lettera, invece, il giovane è sopraffatto da una nuova forma di gioiosa ribellione: <<mi abbandono a una sfrenata allegria e invento ogni sorta di scherzi e le trovate più strane>>. Nonostante  la ragazza percepisca  il carattere inquietante di tale comportamento e gli chieda di smettere, << … la prego, non faccia più scene come quella di ieri sera!…>>, Werther non cessa, poiché divorato dalla sua travolgente passionalità. Lo scrittore usa due immagini antitetiche della natura, una riferita a Werther e l’altra alla coppia: i boschi e il giardino. Il significato è chiaro: il bosco è insidioso è pieno di alberi, all’interno del quale ci si può perdere poiché è quasi troppo frenetico, ed è riconducibile al personaggio di Werther; invece il giardino è un luogo sereno e curato, nel quale ci si può rilassare; è infatti riferito alla coppia dei due giovani, che vivono il loro amore in un pacato idillio.
Il romanzo scritto da Goethe è epistolare senza però le risposte dell’interlocutore. Infatti il protagonista si riferisce sempre all’amico Wilhelm, senza che l’altro possa rispondere. Infatti entrambe le lettere sono caratterizzate da una soggettività accentuata, che fa sì che il lettore entri in contatto con i tormenti del protagonista. Nella prima lettera il tono è pacato, poiché Werther argomenta le proprie riflessioni, nella seconda diventa più enfatico, dal momento che la sua razionalità è oscurata dalla passione non corrisposta.

domenica 9 gennaio 2022

E. Mirri, 5H 2021-22: La distopia moderno conte philosophique

Nel corso della storia, sono tanti gli autori che con le loro opere hanno cercato di descrivere la società, proponendo anche messaggi morali. Questo “genere” ha visto nel tempo vari cambiamenti: dalle sue prime origini con le favole fino alla distopia moderna. Il punto in comune che caratterizza queste opere è lo stile, spesso velato o metaforico, che gli autori utilizzano per descrivere la società, dandone un quadro ed esprimendo il proprio giudizio. Nelle favole, per esempio, i vizi e le virtù umane vengono personificati sotto forma animale, mostrando attraverso episodi quotidiani insegnamenti etici e morali.

Lungo il corso del ‘700 alcuni autori hanno applicato il metodo delle favole a opere più elaborate e con significati più complessi a livello sociale. Questi presero il nome di contes philosophiques, ovvero “favole filosofiche”, come ad esempio il Candide di Voltaire. Nel romanzo del filosofo francese, infatti, i personaggi rappresentano le varie correnti filosofiche del ‘700, mettendone in luce gli aspetti fondamentali. Da qui scaturisce la critica dell’autore alla logica aristotelica e lo sviluppo della sua morale, che si concentra, in modo rivoluzionario, sull’individuo e sul suo rapporto con la società stessa. Candido, alla fine del libro è cambiato e ha raggiunto la consapevolezza del valore del suo lavoro sulla terra. La morale che Voltaire vuole presentare è che ognuno di noi deve applicare la propria operosità, dando il meglio di sé stesso: solo in questo modo si raggiungerà, grazie alla forza collettiva, uno stato di benessere.

Il conte philosophique raggiunse un grandissimo successo proprio per l’efficacia della sua scrittura, tanto da influenzare la letteratura e la cinematografia contemporanea. Infatti, anche oggi temi come questi sono di forte attualità, e sebbene siano strutturati attraverso modalità diverse, lo scopo è sempre il medesimo. Sicuramente, non possiamo più parlare di favole o racconti filosofici, ma il genere a loro forse più corrispondente è la distopia. Nel corso del ‘900, la società mondiale ha in effetti subito veri e propri stravolgimenti, sia a livello storico che tecnologico. Questo secolo è interessante soprattutto per la densità degli eventi che racchiude, talmente importanti e innovativi che hanno creato grande scalpore sociale. Molti autori si sono sentiti ispirati dal cambiamento che stavano vivendo, tanto da scrivere opere che descrivevano la loro visione e le loro prospettive future. Il romanzo distopico si pone dunque come una narrazione ambientata in un futuro molto lontano, dove vivere sembra impossibile e spaventoso, ma in realtà le vicende portano a riflettere sulla nostra realtà e a interpretare gli aspetti della società odierna. 

Ispirati probabilmente dallo sviluppo della tecnologia e dalle nuove strumentazioni, gli autori di romanzi distopici hanno riflettuto a lungo sull’individualità e sull’identità del singolo e su come essa possa essere messa a repentaglio dal controllo compulsivo sulla società. I temi più ricorrenti sono infatti il processo di "oggettificazione" dell’uomo pur di arrivare ad un apparente stato di perfezione, così come la perdita della libertà personale o dei sentimenti più autentici che caratterizzano il genere umano. 

Uno dei romanzi distopici più celebri è il Mondo Nuovo di Huxley, dove l’autore mette appunto in scena una società manipolata da forze superiori che gestiscono ogni singolo individuo. Nel Mondo Nuovo a rendere perfetta la vita stessa è la paradossale mancanza delle emozioni umane più belle: infatti gli abitanti non possono avere figli poiché ognuno di loro viene creato in laboratorio, e quindi non appartengono neanche ad un nucleo famigliare. Inoltre, sin dalla “nascita” questi esseri vengono adibiti a diversi ambiti, così da ricoprire il loro ruolo nella società fin dalla tenera età. Per non dar loro la possibilità di ribellarsi al sistema, i capi dello stato hanno cancellato ogni traccia della storia precedente al Mondo Nuovo: gli abitanti sanno solo che qualsiasi epoca antecedente era barbarica e molto meno sviluppata rispetto a quella moderna. Questo libro è stato influenzato probabilmente dall’arrivo della produzione di massa, che infatti è il criterio utilizzato per qualsiasi cosa nel Mondo Nuovo, e dai rischi che la crescita tecnologica può comportare per la libertà personale. 

A toccare lo stesso tema è anche un altro romanzo fondamentale per la cultura del ‘900, ovvero Fahrenheit 451 di Bradbury, che tratta le vicende di un giovane che nella sua città lavora come vigile del fuoco, ma invece che salvare la gente dalle fiamme dà fuoco ai libri che trova. Infatti in questa società è severamente vietata ogni forma di libro, perché essi vengono considerati pericolosi per il benessere del popolo. Ad essere favoriti e propagandati sono invece i programmi televisivi, chiaro metodo di manipolazione delle menti, che porta al consumo di massa e all'indifferenza nei sentimenti.

Il principio di questa letteratura, dunque, è sempre lo stesso: affrontare aspetti di attualità presentandoli sotto forma esagerata e paradossale, per prospettare al lettore l’analisi del presente. 

Con queste opere è interessante confrontare anche un film che, sia pure in maniera differente, pone l’attenzione sulle stesse questioni: La notte del giudizio di James De Monaco, del 2013. In questo thriller distopico, viene messo in scena il futuro metodo utilizzato dal governo statunitense per migliorare la società, tanto che i governatori degli Stati Uniti hanno raggiunto risultati eccezionali, ottenendo una realtà ottimale. Dietro a questa perfezione, però, c’è un duro lavoro da parte di ogni cittadino: per questo sono state proclamate 12 ore all’anno, durante le quali qualsiasi attività illegale diventa legale, anche l’omicidio. Questa scelta è vista come metodo di “sfogo” per i cittadini, che pieni di frustrazioni necessitano di allentare la tensione, ma anche per eliminare crudelmente i deboli. In queste ore vige la legge della natura e la guerra all’ultimo sangue. Il concetto è quindi contrapposto a quello dei libri: se nei romanzi la realtà era utopica, sebbene profondamente drammatica, nel film la distopia e l’assurdità sono rese estremamente esplicite. Il punto al quale voleva aspirare De Monaco è la consapevolezza di come l’uomo, preso dai suoi istinti animali, sia capace di perdere ogni forma di moralità, il che si ricollega perfettamente al concetto della disumanizzazione trattato dai romanzi. 



Per concludere, si può affrontare un altro aspetto che il conte philosophique e la distopia hanno in comune. In entrambi questi generi è fondamentale la giusta interpretazione del messaggio dell’autore, senza la quale le opere sarebbero prive di significato e molto monotone. Questo non è un particolare indifferente e costringe a ridurre i possibili lettori ideali, gli unici capaci di comprenderne il vero significato. Infatti il punto debole di questo genere è proprio la comprensibilità della metafora, poiché ne limita molto la divulgazione, anche quando l’opera è di grande efficacia.  


sabato 8 gennaio 2022

A.S. Stabile, 5H 2021-22: Artemisia Gentileschi: personaggio storico, letterario e, da ultimo, del fumetto

Artemisia Gentileschi è una figura molto importante per la storia, per la letteratura e per l’arte. È la prima e la più famosa artista italiana, ha una vita ricca di eventi importanti che influenzarono la società dell’epoca e portarono a cambiamenti significativi in campo artistico, infatti attraverso la sua arte supera i traumi e le vicende vissute, ma viene anche considerata un simbolo del femminismo.

Artemisia Gentileschi nasce nel 1593 a Roma dal pittore Orazio Gentileschi e Prudenzia Montone. 

Grazie alla professione del padre anche Artemisia si avvicina molto all’arte, diventando un’eccellente pittrice e viene affidata alla guida di un maestro d’arte amico del padre, Agostino Tassi. Quest’ultimo però, approfittando dell’assenza del padre, violentò Artemisia nel 1611. Lo stupro fu certamente un evento significativo e cruciale nella vita della ragazza e influenzò anche il suo stile e la sua arte.

Dopo l’accaduto Tassi cercò di rimediare al disonore arrecato alla famiglia proponendo un “matrimonio riparatore”: infatti al tempo era possibile ovviare alla violenza sessuale sposando la vittima. Inizialmente la famiglia Gentileschi accettò il matrimonio, ma successivamente scoprirono che in realtà Tassi era già sposato e che quindi il matrimonio non si sarebbe potuto celebrare, così decisero di denunciare il reato commesso. Artemisia affronta il processo con molta forza sia fisica che morale, viene infatti sottoposta a visite ginecologiche invasive e umilianti, ma anche a interrogatori sotto tortura. Nonostante questo, la ragazza è fortemente motivata a far riconoscere i propri diritti. Nel 1612 le autorità condannano quindi Agostino Tassi all’esilio, ma egli è costretto a rimanere a causa del suo lavoro, mentre Artemisia veniva considerata una bugiarda.

Già da questa parte della biografia della Gentileschi possiamo capire quanto sia stata importante per la storia femminile, infatti Artemisia è stata una delle prime donne ad avere il coraggio di affrontare un processo lungo e difficile, caratterizzato da torture e umiliazioni pubbliche, pur di vedere riconosciuti i propri diritti e risanare il proprio onore e quello della famiglia. 

Possiamo paragonare la sua storia con quella di un’altra donna forte e determinata della Sicilia della fine del ‘900: Franca Viola nel 1965 fu rapita e violentata da un giovane che dopo l’accaduto chiese alla famiglia il permesso di sposare la ragazza, perché lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona che lo subiva. Franca però rifiutò di continuare a subire violenze da un uomo che poteva diventare suo marito, così decise di denunciarlo e di affrontare un processo durante il quale cercarono di incolpare lei per aver istigato l’uomo alla violenza. Franca Viola riuscì a vincere il processo e il suo violentatore fu messo in carcere. La sua storia fu un grande scandalo, tanto che la legge del “matrimonio riparatore” venne ritirata. 

Artemisia e Franca sono state sicuramente due donne molto coraggiose che hanno lasciato un forte impatto nella storia e grazie a loro vennero riconosciuti alcuni diritti alle donne, che prima erano trattate come oggetti, tanto che un caso di stupro era considerato un danno alla morale della famiglia e non un’umiliazione e una violenza contro un essere umano. 


Grazie a diversi scrittori, Artemisia diventa anche un personaggio letterario: la sua storia viene infatti raccontata in molti libri e in chiavi sempre nuove per diffondere il più possibile la storia di questa grande donna e artista. 

La storia di Artemisia viene raccontata per esempio nel libro Artemisia Gentileschi di Anna Banti, pubblicato nel 1947. La Banti inizia il suo libro immaginando che Artemisia prenda forma e parli con lei chiedendole di riportarla in vita attraverso il suo racconto. La voce che le dice “non piangere”, con la quale inizia il romanzo, è proprio la voce di Artemisia. La scrittrice è sola e disperata, sente una voce, ma sa che non c’è nessuno lì: è la voce di una bambina che ha corso per andare da lei. Infatti la scrittrice non ha perduto solo le pagine del suo romanzo sotto le macerie della sua casa, ha perso Artemisia, sua compagna di 400 anni prima. 

Così inizia il romanzo, trasportando il lettore in due mondi paralleli a 400 anni di distanza l’uno dall’altro: infatti viene descritto il crollo del palazzo dove viveva la scrittrice e da qui il lettore intuisce in quale periodo storico è scritto il romanzo, ma successivamente inizia la narrazione della storia di Artemisia e il lettore viene catapultato nella Roma della fine del ‘500.

Anna Banti si sofferma molto sulla descrizione del personaggio di Artemisia e della sua infanzia. La racconta come una bambina indipendente, con un forte legame con il padre con il quale condivide la passione per la pittura. Attraverso l’episodio in cui Artemisia parla con l’amica Cecilia il lettore può capire quanto sia profonda la passione di Artemisia.

Successivamente la Banti sceglie di narrare lo stupro come se fosse Artemisia a parlare con lei, raccontando esattamente i fatti e ricostruendo le immagini anatomiche e della scena attraverso parole dirette. Questo è quello che Artemisia disse in tribunale davanti al giudice e grazie alle testimonianze la scrittrice è riuscita a ricostruire fedelmente il discorso.

Il racconto viene spesso interrotto da bruschi ritorni alla realtà della scrittrice che, a causa dei bombardamenti, interrompe Artemisia mentre sta narrando.

Per ricostruire la storia di Artemisia, la Banti utilizza le opere della pittrice, ricostruendo le varie vicende a partire da queste. 

Nella parte finale vediamo ancora la scena della Banti che sente la voce di Artemisia, una voce diversa però da quella iniziale. La scrittrice confessa che quello che ha scritto è frutto delle immagini di un sogno. Il libro si conclude con la morte di Artemisia avvenuta a Napoli nel 1653.

Sulla figura di Artemisia è stato scritto anche un fumetto di Nathalie Ferlut e Tamia Baudouin pubblicato nel 2017.

La storia inizia nel 1638, quando Artemisia Gentileschi, pittrice già affermata, intraprende un viaggio da Roma a Londra per incontrare il padre. Durante il tragitto in carrozza, sua figlia Prudenzia continua a farle delle domande per capire come abbia fatto sua madre, una donna, a imporsi in un mondo dell’arte totalmente maschilista. A quel punto Marta, la nutrice le racconta la storia di Artemisia.

Il fumetto, a differenza del libro della Banti, è sicuramente più semplice sia come stile di scrittura sia per la narrazione degli eventi. Nel fumetto infatti vengono narrati solo gli eventi più importanti della vita di Artemisia, inoltre il lettore viene coinvolto non solo dalla lettura dei testi ma anche da tutte le immagini e i colori tipici dei fumetti. I disegni sono infatti importantissimi nei fumetti perché a causa dello spazio limitato molte informazione vengono racchiuse proprio nelle immagini, come per esempio le descrizioni dei personaggi e dei luoghi. Il fumetto è inoltre un modo originale e innovativo per coinvolgere maggiormente il lettore, farlo divertire e allo stesso tempo fargli imparare nuove nozioni. Rispetto al libro che contiene moltissime pagine ricche di descrizioni e informazioni che in alcuni punti potrebbero annoiare il lettore, il fumetto di Artemisia riprende invece tutte le vicende essenziali della storia della pittrice, raccontate in modo semplice e conciso. 


In conclusione, il personaggio di Artemisia Gentileschi è essenziale e presente ancora oggi nella nostra letteratura e nella nostra cultura, che in questi ultimi anni stanno riscoprendo molto la sua storia. Artemisia è un esempio per tutte le donne che devono lottare per i propri diritti e contro le ingiustizie, ci insegna a non arrenderci mai e a non perdere la speranza, a lottare per ciò in cui crediamo e per ciò che vogliamo diventare, proprio come ha fatto lei diventando una grande artista in un mondo in cui l’arte era considerato un mestiere riservato solo agli uomini. 


A.S. Stabile, 5H 2021-22: Le donne e i bambini davanti alla guerra. Riflessione intorno ai romanzi Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e La ciociara di Moravia

<Senza quel dolore di Rosetta, a Roma non ci sarebbero arrivate le due donne senza colpa che ne erano partite un anno prima, bensì una ladra e una prostituta, quali, appunto, attraverso la guerra e a causa della guerra, erano diventate.>


Questa frase tratta dal libro La ciociara di Moravia, riassume brevemente come la guerra possa cambiare la vita di due donne entrambe forti e indipendenti, costrette a mutare abitudini e ad andare oltre ai principi morali pur di sopravvivere. 

Nel libro La ciociara la guerra è raccontata dal punto di vista di due donne, madre e figlia, costrette a lasciare Roma a causa dei bombardamenti e a rifugiarsi in Ciociaria. Nel corso del romanzo assistiamo ad un progressivo cambiamento delle due donne che, da “ignoranti” e ingenue, diventano scaltre e furbe, a causa delle conseguenze portate dalla guerra, quali carestia, povertà e criminalità. 

Se già prima della guerra le donne non godevano di una piena libertà perché sempre assoggettate al marito o alla famiglia ed erano spesso oggettificate e non in grado di compiere le stesse azioni di un uomo, con la guerra la condizione femminile non è certamente migliorata. 

Durante i conflitti le donne venivano e vengono tutt’ora spesso considerate come bottino di guerra, trattate come oggetti, come serve o prostitute da parte dei soldati. Nel romanzo viene appunto descritta la scena in cui Cesira e Rosetta vengono violentate dai soldati turchi, trattate senza rispetto in un luogo sacro come se fossero prive di sentimenti. Questo è sicuramente uno dei punti più intensi e importanti del libro, ed è il momento in cui due donne rispettabili e di sani principi si trasformano in qualcosa di completamente diverso, diventano dure, insensibili, simili a degli animali senza principi e valori, tanto che Cesira alla vista di un cadavere lo deruba e scappa con la figlia, mentre Rosetta diventa una prostituta.

Un altro evento significativo avviene quando due soldati fascisti arrivano nella casa dei contadini dove erano ospiti le due donne, alla ricerca dei figli della padrona di casa, scappati per evitare il servizio militare. La donna promette ai soldati di portare Rosetta alla caserma in modo che possano usarla per compiere le faccende domestiche come una serva, in cambio della vita dei suoi figli.

La guerra, insomma, rende le persone egoiste e diffidenti, in grado solo di pensare al proprio bene, spesso penalizzando gli altri. Nel romanzo La ciociara in molte occasioni si può notare come questo avvenga con facilità, soprattutto nei momenti più difficili in cui è necessario un aiuto esterno da parte di qualcuno e quest’ultimo viene a mancare perché per timore o per codardia sceglie di pensare solo a se stesso, senza immaginare una situazione in cui è lui ad aver bisogno di aiuto.

Durante la guerra è necessario restare uniti, aiutarsi a vicenda e combattere insieme, ma proprio a causa dei conflitti invece le persone si allontanano sempre di più cercando di proteggere il poco che resta loro, e tutti diventano nemici di tutti, poiché la paura è più forte della compassione e della generosità.  

Al contrario, nel libro Il sentiero dei nidi di ragno vediamo la guerra dalla prospettiva di un bambino, Pin, un orfano che vive con la sorella prostituta e passa il tempo all’osteria cantando e parlando con uomini adulti. In questo romanzo attraverso il racconto delle avventure di Pin incontriamo le figure dei partigiani, non soldati di professione, ma uomini provenienti da ogni settore della società e pronti a morire e sacrificarsi per la libertà o per aiutare un compagno. I partigiani infatti accolgono subito Pin come se fosse uno di loro, facendolo sentire utile e parte di un gruppo. Anche in questo libro assistiamo agli orrori della guerra come sparatorie, bombardamenti e combattimenti, anche se in modo diverso. Infatti dalla descrizione dell’autore noi possiamo solo sentire i rumori e immaginare quello che sta succedendo, proprio perché assistiamo alle vicende dal punto di vista di Pin che, essendo ancora un bambino, non viene portato direttamente sul campo di battaglia. Lui vive la guerra come una cosa bella e divertente, non ne comprende appieno l’importanza e quanto in realtà sia pericolosa: vuole sentirsi grande ed essere un uomo come gli adulti che frequenta all’osteria; infatti per esempio vede le armi come oggetti di grande bellezza e di cui vantarsi e non come degli strumenti di morte. 

Anche qui incontriamo un paio di figure femminili, la sorella di Pin e La Giglia moglie di uno dei partigiani, ed entrambe vengono descritte come prive di intelletto e come delle prostitute o come donne che hanno più di una relazione alla volta. Anche loro sono quasi completamente estranee alla guerra e non partecipano alle azioni, anche se La Giglia, essendo la moglie di uno dei partigiani, partecipa alle discussioni insieme agli uomini. 

Anche in questo libro da alcune frasi dei personaggi possiamo capire che le donne non erano ben accette nel gruppo di partigiani, probabilmente perché viste come una distrazione dalla loro missione; inoltre avere delle donne e dei bambini in battaglia si diceva che portasse sfortuna.  

In conclusione, le donne erano considerate non abbastanza intelligenti per comprendere le motivazioni della guerra, non venivano informate sui fatti importanti e dovevano solamente continuare ad occuparsi della casa e della famiglia come se la guerra non ci fosse.

I bambini a volte sono abbastanza intelligenti da comprendere quello che gli sta succedendo intorno, come Pin capiscono ma non percepiscono il pericolo degli avvenimenti a cui assistono. Per esempio, durante un dialogo tra Pin e il Cugino, quest’ultimo gli dice che sono sette anni che cammina ininterrottamente e che dorme con le scarpe ai piedi senza mai toglierle e il bambino, ovviamente non capendo i reali motivi delle azioni del Cugino, risponde con una battuta.

In conclusione, Pin, come tutti i bambini, durante la guerra viene privato della sua infanzia, perché invece di passare questo periodo della vita spensierato e libero di giocare e divertirsi, è costretto a diventare uomo troppo presto, a dover imparare ad occuparsi di se stesso da solo per sopravvivere, senza avere nessuno a cui fare riferimento.

La guerra, dunque, non si combatte solo sul fronte e non è combattuta, vinta o persa solo dai soldati ma anche dai civili, dalle donne e dai bambini che rimangono nelle città e sono costretti a sopravvivere in condizioni estreme a causa di carestie, epidemie e bombardamenti. I veri eroi non sono solo quelli che tornano dalla guerra, ma anche coloro che sono costretti a fuggire, a lasciare la loro casa per cercare di salvarsi la vita andando in contro a un futuro incerto e difficile. 

Spesso durante le guerre accade che molte donne perdono i loro diritti, non vengono più rispettate o trattate da esseri umani, sono considerate un bottino e molti credono di potersi approfittare di loro come se non avessero anima o sentimenti, ma non è così. Molte donne forti hanno combattuto fino alla morte per liberarsi da questa condizione e avere riconosciuti dei diritti, e tutto questo non può venir meno o essere dimenticato a causa di una guerra.

Le donne e i bambini vengono spesso non presi in considerazione durante i conflitti, anche se in realtà sono loro le principali vittime, strappati dalle loro case e dalle loro vite, al punto che su di loro si scatenano ritorsioni e vendette, mentre gli uomini sono al fronte a combattere per una patria che li ha portati alla guerra. 

I bambini, che dovrebbero solo pensare a giocare spensierati, sono costretti a rinunciare alla loro infanzia pur di aver salva la vita e vivranno sempre con dei ricordi spaventosi di quel periodo; sono anche costretti a maturare e diventare adulti più in fretta per provvedere alla famiglia a causa dell’assenza dei genitori.

La guerra ha messo alla prova moltissime persone, e in particolare le donne sono riuscite a dimostrare il loro valore, hanno capito di essere forti, in grado di proteggersi e di provvedere a tutto da sole, ma soprattutto hanno dimostrato al mondo e a loro stesse che non hanno bisogno di un uomo per vivere.


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