mercoledì 28 aprile 2021

Anna Sole Stabile, 4H 2020-21: Voltaire, Candido - Cap. XXIX, Conclusione

L'ultimo capitolo del Candido riassume perfettamente gli ideali e le critiche di Voltaire nei confronti della metafisica, di cui si parla in tutta l’opera. 

In queste ultime pagine viene descritta la vita dei personaggi dopo le mille avventure che hanno trascorso: infatti si trasferiscono tutti in una casa in campagna, probabilmente in Turchia, dove vivono una vita tranquilla, che però a volte risulta anche noiosa. La vecchia dice infatti che non sa se sia peggio vivere tutte quelle disavventure che hanno vissuto loro oppure continuare una vita nell’ozio, senza fare niente. 

A questo proposito decidono di consultare un “Dervis” per trovare una soluzione a questo sentimento di noia e per capire quanto male c’è nel mondo.

Egli risponde in questo modo: ”Quando sua altezza spedisce un vascello in Egitto, s’imbarazza ella se i topi vi sieno a lor agio o no?” 

Da questo momento inizia la riflessione del protagonista attraverso la quale Voltaire mette in discussione i sistemi di pensiero precedenti, in particolare gli ideali dell’antropocentrismo che pongono l’uomo al centro dell’universo. Da questa frase possiamo dedurre che alla natura non importa niente degli uomini, che vengono definiti come ratti, perché sono solamente delle creature “di passaggio”, in quando dopo che l’umanità si sarà estinta la Terra continuerà a esistere ugualmente.

L’uomo comune però crede che questo sia il migliore dei mondi possibili nonostante ci siano molte sofferenze.

Secondo Candido, invece, la soluzione contro i grandi mali della vita e la noia è lavorare: infatti afferma che “bisogna coltivare il nostro giardino”. Con questo discorso Voltaire vuol riabilitare il lavoro, che deve servire a rendere tutti uguali, a nobilitare l’uomo, a renderlo più felice e a evitare che sopraggiunga la noia.

Questo messaggio sociale può essere considerato moderno, perché quando l’opera è stata scritta, cioè durante l’assolutismo, il lavoro era considerato una condizione degradante per l’uomo, che lo rendeva simile ad un animale, tanto che le uniche classi sociali a lavorare erano il terzo stato e gli schiavi.

Inoltre, da quest’ultimo capitolo capiamo che l’uomo non è mai contento, desidera continuamente quello che non ha. Non esiste quindi il mondo perfetto e l’unica speranza che ha l’uomo è il lavoro, che deve servire a evitare che il mondo sia il peggiore e a migliorare noi stessi.


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