giovedì 25 marzo 2021

M. Brusori, 3A 2020-21: La condizione della donna dall'Antichità a oggi

 



































OGGI

Nel 1791 Olympe de Gouges pubblica “nell’età delle rivoluzioni” la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, preso in considerazione come il manifesto dell’uguaglianza tra i sessi. Un’altra figura importante è Mary Wollstonecraft che incolpa i maschi definendoli come prime cause della loro emarginazione.

Nell’800 vi è la protesta da parte di un gruppo di lavoratrici, le suffragette (suffragio). Le autorità risposero con metodi violenti e di repressione. Dalla prima guerra mondiale in poi inizia ad essere possibile il diritto di voto per le donne (in Italia nel 1946).

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il movimento femminista inizia ad essere sempre più forte portando avanti numerose cause: battaglie per il divorzio avvalendosi di nuovi modi di vestire anche provocatori che sottolineano il voler la libertà di decisione sul proprio corpo, la diffusione dei metodi contraccettivi e l’interruzione della gravidanza.

Dopo aver raggiunto vari obiettivi, i movimenti femminili contemporanei si impegnano nella rivendicazione delle pari opportunità nel mondo del lavoro come anche nella rappresentanza politica (uguaglianza di trattamento tra i sessi). Nel mondo occidentale rimangono comunque diversi stereotipi e discriminazioni in particolare nell’uso del linguaggio e delle immagini: il corpo femminile viene spesso mostrato come merce affianco ad altre merci per invogliare l’acquisto per esempio. Nei Paesi in via di sviluppo invece la situazione è più drammatica perché vi sono ancora pratiche arcaiche crudeli nei confronti delle donne e delle bambine.




mercoledì 24 marzo 2021

Valentina Zheng, 3A 2020-21 - La concezione del lavoro dal mondo antico al Medioevo (schema)

 La concezione medievale del lavoro

Il lavoro nel Medioevo si fonda:

  1. Sulla tradizione classica.

La cultura classica nutre uno spregio per l'attività manuale.

  • Il lavoro viene concepito come un occupazione che ha la funzione di rispondere alle esigenze dell'uomo e che distoglie dall'ozio.

  • Il lavoro manuale è solo per schiavi e servi.


  1. Sugli insegnamenti biblici.

Nella cultura biblica:

C'è la condanna del Creatore per la disobbedienza di Adamo.

Oltre ad essere associato alla colpa originaria, il lavoro è considerato come una fatica necessaria che può diventare strumento di purificazione e penitenza, mezzo di riscatto e salvezza.

Il lavoro è elemento sia di dannazione sia di elevazione.


  1. Sulla mentalità delle popolazioni germaniche.

La visione del lavoro presso le società barbariche:

Le uniche occupazioni degne di un uomo erano la guerra e la conquista di un bottino. Il lavoro manuale, come coltivare la terra, era solo per i servi.


Il lavoro è quindi, considerato come un'attività forzata che svilisce l'uomo.


Alto medioevo: la condanna del lavoro

Il lavoro manuale corrisponde all'attività rurale.

  • La società feudale è organizzata in 3 ordini: i contadini rappresentano la maggioranza della popolazione e dalla loro attività dipende la sopravvivenza dei nobili e degli ecclesiastici.

  • I lavoratori sono assoggettati al lavoro stesso (fatica)

  • Presso i monaci benedettini esiste l'espressione "ora et labora". Il lavoro è considerato come uno strumento di penitenza e mortificazione che può stemperare l'orgoglio umano.


L'economia agricola 

  • Viene riorganizzata in curtes, aziende agricole con ampi terreni.

  • Esse erano proprietà di un dominus che assicurava il mantenimento dello status quo.

  • Le terre erano coltivate dai servi.

  • Alcuni piccoli appezzamenti terrieri venivano affidati ai massari, contadini liberi che, sotto la protezione del signore, gli assicuravano un canone, o ai servi che coltivavano la terra e che come ricompensa ottenevano una parte del raccolto.


A partire dell'XI:

  • I contadini possono pagare un riscatto che garantisce loro una maggiore libertà nei confronti del signore. Essi mantengono infatti solo gli obblighi di corvées e di pagamento del canone.

  • Vi fu anche una professionalizzazione del lavoro: se nei primi secoli dell'Alto Medioevo, il contadino doveva saper svolgere diversi compiti, successivamente si sviluppò sempre di più una specializzazione nelle attività artigianali, permettendo una maggiore mobilità sociale.

lunedì 22 marzo 2021

Martina Mortelliti, 3A 2020-2021: Calandrino incito, Decameron IX 3

Una zia di Calandrino morì e gli lasciò duecento lire in contanti, per cui lui cominciò a dire che voleva comprare un podere. Ma ogni trattativa andava a monte non appena si parlava di prezzo. Bruno e Buffalmacco, informati della cosa, gli avevano più volte detto che avrebbe fatto meglio a godersi quei soldi insieme a loro. Ma non erano mai riusciti a convincerlo, neppure a offrire loro un pranzo.     Perciò, un giorno, furono raggiunti da un compagno di nome Nello, pure lui pittore, a cui svelarono il motivo del loro disappunto. Così, tutti e tre insieme decisero che avrebbero dato piena soddisfazione ai propri gargarozzi a spese di quell’avaraccio. Si accordarono sul da farsi e la mattina seguente si appostarono nelle vicinanze dell’abitazione del gonzo. 

Quasi subito, gli si fece incontro Nello, che iniziò a scrutarlo in viso, aggrottando un po’ le sopracciglia e chiedendogli se gli fosse successo qualcosa di notte. Queste poche parole fecero immediatamente l’effetto voluto. Calandrino, tutto preoccupato anche se non si sentiva niente di particolare, proseguì per la sua strada. Poco dopo incontrò Buffalmacco, e anche questo gli chiese la stessa cosa. Al credulone già sembrava di avere come minimo la febbre, quando gli capitò lì pure Bruno. Calandrino, sentendosi dire per tre volte e da tre persone differenti la stessa cosa, si convinse senz’altro di essere malato.

Bruno gli consigliò di mandare la sua orina al maestro Simone, con cui era in ottimi rapporti. Il dottore - d'accordo coi tre imbroglioni - fece credere a Calandrino di essere incinto, e gli disse che non c’era bisogno di preoccuparsi perché c’era un rimedio, cioè un infuso, che guariva ma che gli sarebbe costato molto. Noncurante di ciò, Calandrino accettò e per tre giorni bevve la bevanda, sentendosi guarito, mentre i tre pittori furono soddisfatti del loro scherzo.

Calandrino Incinto è la terza novella della nona giornata, che impone come tema, deciso da Emilia, quello libero, anche se le novelle sembrano riprendere gli argomenti delle giornate precedenti, tanto che ritornano anche alcuni personaggi, come appunto Calandrino, Buffalmacco e Bruno.

La novella tratta infatti di come gli “amici” di Calandrino si siano fatti beffa di lui. Ma il protagonista assoluto è Calandrino, un personaggio ingenuo, egoista, credulone e presuntuoso, che infatti proprio per queste caratteristiche diventa vittima delle beffe dei suoi “amici” pittori.                                                                                       Forse Boccaccio cerca di creare nei confronti di questo personaggio infantile e sciocco la simpatia del lettore, che lo vede come una persona capace di immaginare cose e situazioni eccezionali.

Inoltre lo scrittore ci suggerisce che non sempre bisogna fidarsi, e che bisogna scegliere con cura i propri amici, perché a volte anche loro ci possono pugnalare alle spalle.


Benedetta Monteleone, 3A 2020-21: Cisti fornaio, in Decameron VI 2


 

Sofia Gardini, 3A 2020-21: Guido Cavalcanti in Decameron VI 9

 La novella 9 della sesta giornata è ambientata a Firenze e racconta di una delle tante brigate che popolavano la città al tempo, quella di Betto Brunelleschi, che un giorno incontrò il poeta e filosofo Guido Cavalcanti che passeggiava vicino San Giovanni. Il capo brigata Betto più volte aveva tentato di coinvolgere il filosofo nella sua brigata, senza mai riuscirci. Ma anche questa volta volle ritentare insieme ai suoi compagni e così andò “a dargli briga”. 


Il protagonista di questa novella è certamente Guido Cavalcanti con la risposta che dà alla brigata, ma anche il personaggio di Betto.

Guido Cavalcanti viene descritto da Boccaccio come “uno dei migliori “logici”, un filosofo naturale; gentile nel parlare e nel comportarsi. Inoltre - specifica Boccaccio - Guido era anche ricchissimo e sapeva rendere onore a chi ne fosse degno nell’animo”. Il poeta, alla brigata che lo provoca dicendogli in sostanza “che passi a fare il tuo tempo a capire se Dio esista o no?”, risponde “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace” e poi “posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall'altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.

Inizialmente la brigata non capì il senso della risposta di Cavalcanti, il quale voleva dir loro, in modo elegante come lo descrive fin dall’inizio Boccaccio, che quel cimitero e quelle arche erano casa loro, perché sprecando la loro vita a fare niente, a mangiare, bere e fare festa, erano già morti e quindi “signori” in quel cimitero. Invece Cavalcanti può “saltar via leggerissimo”, anche oltre le arche, proprio grazie a quel suo pensare continuo, come potesse superare persino la morte grazie alla sua sete di conoscenza.

Il poeta dà così una grandissima lezione di vita a tutta la brigata, che rimane stordita e lo accusa di essere uno “smemorato”: solo Betto Brunelleschi ne capisce il senso e lo spiega alla fine ai suoi compagni. Questo, secondo me, lo rende protagonista insieme a Cavalcanti. Si capisce che Betto è carismatico e intelligente: infatti riconosce il valore di Cavalcanti e lo vuole nella sua brigata, ma non soltanto, visto che alla fine capisce anche la grandezza  della risposta del filosofo poeta, “gli uomini non letterati, idioti come loro, sono già morti e dunque abitanti di quel cimitero, a differenza degli uomini scienziati che superano quella vita vuota e dunque già morta”. E dopo averlo fatto capire anche agli altri, smette di importunare Cavalcanti.


martedì 16 marzo 2021

V. Zheng, 3A 2020-21: La parabola politica di Federico II

 La parabola politica di Federico II

Alla morte di Papa Innocenzo III, nel 1220, Federico II riesce a farsi incoronare imperatore da Papa Onorio III.

Federico II fondò un governo forte e accentrato. Egli, infatti, riuscì a sottomettere gli aristocratici normanni a cui tolse tutti i privilegi che avevano acquisito negli anni.

Nel 1220, durante la dieta di Capua, ordinò di abbattere tutti i castelli costruiti abusivamente e di revisionare tutti i privilegi, annullando le autonomie cittadine.

Federico II fece costruire una rete di castelli per avere il controllo di tutto il regno. Essi venivano ispezionati periodicamente dai suoi funzionari.

Tra il 1222 e il 1224, Federico II affrontò i Saraceni di Sicilia che erano diventati i padroni di diversi territori. Li sconfisse e li deportò a Lucera, dove permise loro di continuare a vivere secondo le loro abitudini e professando la religione islamica. Questa sua azione mostrò la grande tolleranza che Federico II possedeva. Dal punto di vista politico, questa mossa era stata molto favorevole. Infatti, Federico II, con questa clemenza, si era assicurato il favore e la devozione dei Saraceni che erano degli abilissimi arcieri e che diventarono le sue guardie del corpo.

Nel 1227, Papa Gregorio IX bandì la crociata in Terrasanta, ma solo nel 1228, dopo la scomunica, Federico II partì. Nel 1229 riuscì a ottenere la restituzione di Gerusalemme da parte del sultano senza ricorrere alle armi, ma con diplomazia.

Un cronista arabo racconta stupito del comportamento di Federico II, che era curioso di imparare e vedere gli usi e le tradizioni dei musulmani. Il sultano, inoltre, per rispetto all'imperatore, aveva proibito al muezzin di salire sul minareto della moschea per recitare i versi del Corano che richiamavano alla preghiera, ma Federico II si mostrò contrario a tale scelta, sostenendo che se il sultano fosse andato da lui, egli non avrebbe sospeso il suono delle campane.


Tornato dalla crociata, Federico II riprese la sua idea di riordinamento del regno con l'accentramento dei poteri, infatti nel 1231, a Melfi, emanò le Costituzioni melfitane, dove venivano esposti i principi secondo i quali voleva governare.

Egli infatti, aveva riscoperto il diritto pubblico romano, codificato nel Corpus iuris civilis di Giustiniano e, facendo riferimento a ciò, sostenne che il suo potere non derivasse dal Papa, ma da Dio. La sovranità doveva essere esercitata mediante le leggi, applicate dai giudici e nessuno, nemmeno l'imperatore, era al di sopra di esse.

Federico II, per dare notorietà alle Costituzioni melfitane e alla sua immagine di imperatore, fece anche coniare una nuova moneta d'oro chiamata augustale, dove da una parte c'era il suo volto con una corona d'alloro e dall'altra l'aquila imperiale, simbolo di vittoria.


Le ragioni del suo scontro con il papato e perché venne scomunicato più volte

Federico II, dopo la morte di Papa Onorio III, si scontrò con il suo successore, Papa Gregorio IX. Il Papa infatti, era molto preoccupato per la crescente potenza politica e militare che stava acquisendo Federico II e per questo nel 1227 indisse una nuova crociata per la Terrasanta che avrebbe dovuto essere guidata da Federico II. Il pontefice non aveva solo lo scopo di liberare Gerusalemme, ma anche quello di allontanare l'imperatore e di tenerlo occupato per parecchio tempo.

Federico II esitò per lungo tempo prima di partire poiché per lui, più che la liberazione di Gerusalemme, erano importanti gli affari del suo regno. Inoltre, l'imperatore riteneva che i musulmani fossero solo uomini con una diversa religione, piuttosto che "perfidi infedeli".

A causa di tutti questi indugi, il Papa lo scomunicò e mantenne questa scomunica anche quando Federico II partì per la crociata nel 1228. Nel 1229, il sovrano riuscì a ottenere dal sultano la restituzione di Gerusalemme praticamente senza combattere e ciò non fece piacere al Papa che avrebbe preferito degli aspri combattimenti. Federico II riteneva infatti, che solo con la diplomazia si sarebbe avuto successo e non con una guerra di conquista.

Successivamente alla lotta contro i Comuni, nel 1239, Papa Gregorio IX, spaventato dalla potenza di Federico II, usando come pretesto delle presunte angherie subite dalla chiesa nel regno di Sicilia, lo scomunicò una seconda volta.

Dopo la morte di Gregorio IX, fu eletto come pontefice Innocenzo IV, che concentrò tutte le sue forze per distruggere Federico II. Infatti, nel concilio tenutosi a Lione, nel 1245, il Papa lo scomunicò per la terza volta. Nonostante l'imperatore avesse cercato più volte di raggiungere un accordo, il Papa lo proclamò decaduto, sciogliendo tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Inoltre, Innocenzo IV indisse una vera e propria crociata contro Federico II, mandando dei predicatori per tutto il regno che lo accusavano di colpe ignobili e che lo definivano "l'Anticristo".

Sia Gregorio IX sia Innocenzo IV scomunicarono Federico II non per ragioni religiose, ma politiche, poiché sentivano minacciati i loro territori dal suo potere.


Le ragioni per cui si scontrò con i Comuni italiani

Il progetto di Federico II di riordinare la Sicilia aveva provocato dei grandi timori in Italia Settentrionale, dove i Comuni sospettavano che l'imperatore avrebbe esteso quel modello a tutta la penisola. Per questo, Federico II entrò subito in conflitto con i Comuni.

Nel 1226, egli revocò tutte le concessioni che i Comuni erano riusciti a ottenere da Federico Barbarossa con la Pace di Costanza. A questo punto, molti comuni insieme a Gregorio IX fondarono una lega guelfa, ma Federico II con i Comuni ghibellini, nel 1237, la sconfissero a Cortenuova.

Successivamente, dopo la morte di Gregorio IX, Innocenzo IV si alleò con i Comuni ostili a Federico II. A Parma, nel 1247, l'esercito dell'imperatore, che aveva sottovalutato il suo avversario ed erano andato a una battuta di caccia, fu sconfitto clamorosamente. Federico II inoltre, in quegli anni, aveva dovuto fare delle concessioni ai feudatari tedeschi che si erano ribellati ed avevano appoggiato la lotta dei Comuni italiani. A capo di queste stesse ribellioni ci fu il suo stesso figlio, Enrico VII.

Nel 1250, Federico II morì nella totale tristezza.


I molteplici interessi culturali di Federico II

Federico II fu un imperatore con una grande apertura culturale e con una straordinaria tolleranza verso le minoranze religiose.

Federico II non stabilì mai una capitale fissa del suo regno, ma viaggiò tantissimo insieme al suo harem di concubine, spostandosi continuamente fra i castelli che fece costruire.

Egli sapeva leggere, scrivere, cantare, conosceva la musica e sapeva anche comporre poesie.

Federico II amava anche gli animali esotici come gli elefanti o i falchi.

Inoltre, l'imperatore conosceva molto bene le scienze naturali e aveva una passione per la caccia col falcone. Al giorno d'oggi, si è conservata una copia del codice dove Federico II spiegava, con l'aiuto di miniature, le abitudini delle specie di uccelli e il modo in cui allevare ed addestrare i falconi.


Aurora Negrini, 4H 2020-21: Analisi orale del cap. XXVI del Principe di Machiavelli




 

Vittoria Anna Corciulo, 3A 2020-21: Federico II, "Stupor Mundi"


All'inizio del suo impero  Federico II decise di rispettare  le volontà di Papa Innocenzo  III, cioè di tenere separate la  corona di Germania e quella di  Sicilia. Quando il Papa morì,  però, Federico Il lasciò la  corona di Germania a suo figlio  Enrico e si fece incoronare  imperatore dal successore di  Innocenzo lll, Onorio lll.  Quest'ultimo morì poco dopo  e fu sostituito da Gregorio IX,  che subito si rese conto del  pericolo che rappresentava  Federico II. Così decise di  bandire una crociata per la  Terra Santa e convinse lʼimperatore a guidarla.  Federico II però non era  realmente interessato a liberare  Gerusalemme e continuò a  rimandare la partenza. Il Papa, infastidito, lo scomunicò.  Questo fu il primo scontro di  Federico II con il papato.

Ma i veri  interessi dellʼimperatore erano  nellʼItalia Meridionale,  specialmente nei territori  ereditati da sua madre: il  Regno di Sicilia. Il progetto di  Federico II era quello di creare  un regno unitario, eliminando  le autonomie feudali e  comunali concesse dai  normanni. 

Durante la  realizzazione di questo  progetto, fu comunque costretto da  Gregorio IX a partire per una  crociata, che tuttavia Federico II condusse con  tolleranza e senza venire alle  armi, accordandosi con il  sultano dʼEgitto. Tornato in Italia, continuò il suo progetto di  riordinamento del regno e  emanò le Costituzioni  Melfitane, un codice di leggi  con il quale affermava che il suo  potere di  imperatore derivava dalla Divina Provvidenza.

Quando il sovrano volle  applicare il suo progetto anche  allʼItalia Settentrionale, però, si trovò  in conflitto con i Comuni.  Inizialmente revocò tutti i  privilegi della pace di  Costanza e, quando i Comuni si  allearono con Gregorio IX nella  lega guelfa per sconfiggerlo, li  affrontò nella battaglia di  Cortenuova e vinse. Allora fu  scomunicato per la seconda  volta da Gregorio IX. 

Ma il  culmine dello scontro con il  papato avvenne dopo la morte  di Gregorio IX, con il  successore: Innocenzo IV. Il  nuovo Papa scomunicò per la  terza e ultima volta  lʼimperatore e bandì
contro di  lui una crociata, definendolo  “lʼAnticristo”. In effetti, lʼimpero di  Federico II finì quando  Innocenzo IV decise di allearsi  con i Comuni, i quali vennero  poi appoggiati anche dai  feudatari tedeschi.

Federico II durante il suo  impero fu inoltre noto per la sua  tolleranza religiosa e per la sua apertura  culturale, qualità rare per un  sovrano medievale. Diede  molti esempi di tolleranza  verso le minoranze religiose:  per esempio, fece accordi con  il sultano dʼEgitto e formò una  guardia del corpo imperiale  composta da Saraceni. Per  quanto riguarda le sue vaste  conoscenze culturali sappiamo  che componeva canzoni e  poesie ed ospitava nelle sue  corti molti artisti e intellettuali  come gli esponenti della  Scuola Siciliana, la prima  scuola della letteratura italiana.


Sara Crispino, 4H 2020-21: Analisi orale del cap. XXVI del Principe di Machiavelli



Il capitolo conclusivo del Principe è indirizzato a Lorenzo II de’ Medici: intende coinvolgerlo a livello emotivo con espressioni di carattere iperbolico e retorico per convincerlo a prendere in mano le redini delle sorti dell’Italia e salvarla.

Il discorso si apre con la presa di coscienza di Machiavelli del fatto che ci sia una forte urgenza: le circostanze sono favorevoli all’affermazione di un principe nuovo che sia dotato di virtù, che sappia plasmare la materia degli eventi nella forma adatta a governarli, infatti le condizioni in cui versa l’Italia sono gravi e il paese necessita di una guida autorevole che sia in grado di liberarla, facendo alcuni esempi di grandi condottieri appartenenti ai miti, come Mosé, Teseo e Ciro. Le azioni del principe non servono solo ad accrescere la sua gloria ma soprattutto a perseguire il benessere di tutte le popolazioni italiane, il trattato si rivela così una guida per uomini politici desiderosi di affermarsi e allo stesso tempo uno spunto di riflessione politica per non perdere mai di vista il bene comune.

Machiavelli afferma che già in passato si era presentata al popolo l'occasione di avere un principe che fosse in grado di redimere l’Italia, ma la fortuna era loro nemica, facendo quindi l’esempio di Alessandro e Cesare Borgia, in questo passo si può notare l’innalzamento del linguaggio, con l’assunzione di toni drammatici e l’uso di espressioni religiose: pur non essendo credente, Machiavelli ritenne opportuno utilizzarle a scopo persuasivo.

In seguito Machiavelli si rivolge direttamente a Lorenzo, constatando che per la sua famiglia il momento è propizio, dato che il papa Leone X è un Medici. Dice inoltre che l’impresa non sarà difficile se Lorenzo saprà cogliere l’occasione, sarà necessario però la guerra, come sostiene citando Tito Livio.

Con la ripresa dei toni biblici viene sottolineata la necessità di un intervento da parte di un uomo che non si affidi esclusivamente a Dio e alla fortuna ma soprattutto alle proprie capacità.

Secondo Machiavelli sono due le ragioni principali dei precedenti fallimenti in merito: in primis nessun capo ha saputo creare un nuovo esercito e un nuovo ordinamento politico con una potenza tale da restituire gloria alla patria, in secondo luogo non ci sono state persone in grado di affermarsi sugli altri avvalendosi di una qualità innata del popolo italiano quale è il coraggio. Sostiene inoltre, rivolgendosi nuovamente a Lorenzo, che qualora i Medici si dotassero di milizie proprie (cioè non mercenarie) guidate direttamente dal principe non potrebbero fallire. Si appella dunque al de’ Medici chiedendogli di adempiere a questi doveri.

Machiavelli entra poi nell’ambito della tecnica militare, esprime il proprio pensiero riguardo ai difetti delle fanterie europee più forti, quella svizzera e quella spagnola, dicendo che sarebbe possibile crearne una egualmente forte che ne corregga allo stesso tempo le imperfezioni. Qui è presente un tentativo evidente da parte di Machiavelli di riprendere per sé un ruolo politico di organizzatore dell’esercito e stratega militare. 

Sul tema dell’occasione tornerà finalmente nelle ultime righe dell’opera, deve essere colta al volo, in modo da poter redimere l’Italia. Qui i toni si alzano di ancor di più e si fanno sempre più appassionati dato che lo scopo non è più quello di convincere ma di coinvolgere emotivamente. Machiavelli chiude il trattato con una citazione di Petrarca, i cui versi, tratti dalla canzone Italia mia, sottolineano la superiorità del valore del popolo italiano sul furore barbarico, e che quello stesso valore è ancora vivo. Per “liberazione dell’Italia”, però, non intendeva la liberazione dell’intera penisola se non quella degli Stati fino all’Italia centrale, che avrebbero dovuto poi costituire uno Stato unico. Sappiamo che l’esortazione del Principe non raggiunse il suo scopo, anzi, i Medici furono riluttanti ad assumersi una tale responsabilità e furono molto scettici nei confronti dell’autore, che non ottenne l’incarico da lui desiderato. 

Mario Reale, professore di Filosofia teoretica alla Sapienza, Università di Roma, dà una definizione machiavellica di “occasione”: “un modo di presentarsi dei tempi e delle cose che, se non trova virtù adeguata, trascorre vanamente”, significa che le opportunità che vengono presentate, seppur la situazione sia “miserevole e sconsolata”, devono essere sempre colte al momento giusto poiché rappresentano delle vie d’uscita da quella stessa situazione, e per fare ciò non bastano le sole armi, occorre saper “accendere gli animi”.









Sara Pagnozzi, 3A 2020-21: Il lavoro femminile nel Medioevo

giovedì 11 marzo 2021

Martina Mortelliti, 3A 2020-21: La liberazione dei contadini-servi da parte del Comune di Bologna (dal Liber Paradisus)

 


“La liberazione dei contadini – servi da parte del 

Comune di Bologna”


Il  LIBER PARADISUS  PARADISUM VOLUPTATIS  (così chiamato dalle prime due parole del testo, che richiamano l’originaria condizione di libertà dell’uomo dell’Eden) è un libro che riporta l’atto di liberazione, avvenuto nel 1257, da parte del Comune di Bologna di circa 6000 servi appartenenti ai signori del contado circostante.

L’atto si può suddividere in tre parti:

  • La prima tratta del peccato di Adamo, e abbiamo una spiegazione di che cosa siano libertà e schiavitù in termini religiosi e si capisce che per l’autore la schiavitù è sia quella del peccato che quella della dannazione, invece la libertà è data da Gesù e scioglie sia dal peccato sia dalla dannazione.

Quindi abbiamo una spiegazione di tipo religioso dell’idea di schiavitù.


  • Nella seconda parte viene affermato che la natura generò e creò uomini liberi ed il diritto delle genti li sottomise alle servitù. Quindi si dice che in natura gli uomini sono liberi, la servitù invece è un vincolo giuridico, cioè dipende dalle leggi.

Dunque non è una condizione naturale che gli uomini siano servi, ma è una condizione stabilita da leggi che vanno contro natura e contro ciò che ha fatto Gesù: di conseguenza sono leggi INGIUSTE.


  • La terza parte dichiara che cosa ha fatto Bologna: ha liberato a prezzo di denaro TUTTI coloro che ha trovato soggetti a condizione servile, stabilendo che da ora innanzi nessuno che sia soggetto a qualche servitù osi dimorare nella città o nel vescovado di Bologna.

Perciò è PROIBITO essere servi dentro la città o il vescovado di Bologna, perché la libertà è naturale e non deve essere corrotta dalla servitù.

La città di Bologna afferma così un diritto naturale, cioè quello della libertà. 




mercoledì 10 marzo 2021

Sofia Gardini, 3A 2020-21: Federico II e il sultano - analisi di documento iconografico

 In questa miniatura del XIV sec che illustra la Nuova Cronica di Giovanni Villani, conservata nella Biblioteca Vaticana a Roma, sono raffigurati l’imperatore Federico II e il sultano al-Malik al-Kamil mentre parlano cordialmente alle porte di Gerusalemme. 


È  noto che papa Gregorio IX nel 1227 aveva indetto una nuova crociata in Terrasanta per liberare il santo sepolcro dai “perfidi infedeli” e aveva chiesto all’imperatore Federico II di condurre la crociata. Il problema è che per Federico II non erano né perfidi né infedeli e che attraverso una semplice operazione di diplomazia riuscì  ad ottenere dal sultano, durante la Sesta crociata, la restituzione di Gerusalemme senza dover combattere né spargere sangue. Al contrario, il sultano apprezzando molto i suoi modi gentili, lo incoronò re di Gerusalemme.  Tutto ciò al pontefice non piacque perché Federico II non aveva condotto una vera guerra di conquista come avrebbe voluto lui per la  sua crociata, e  decise quindi di scomunicare  l’imperatore perché era venuto a patti con gli infedeli invece di combatterli. 

Federico II, è altrettanto noto, parlava molte lingue tra le quali l’arabo, era un uomo coltissimo, l’imperatore apprezzava molto la scienza  araba, soprattutto la matematica e la medicina, come abbiamo  avuto occasione  di leggere anche nel fumetto Stupor Mundi di Nejib, e il suo atteggiamento di grande tolleranza verso i Saraceni in Puglia lo aveva reso molto benvoluto agli occhi degli arabi. 


Infatti nella miniatura del codice che contiene la cronaca del Villani viene rappresentato proprio questo atteggiamento: un incontro cordiale, alle porte della città santa di cui si intravvedono la porta di accesso a Gerusalemme e parte delle mura che la circondano, e al cui interno si scorge una grande moschea di colore verde con la copertura in oro come spesso erano le moschee, nonché due torri ai fianchi, forse dei minareti. 

Al centro, in rilievo nella rappresentazione, abbiamo Federico II, con la mano sinistra alzata e la destra che stringe quella del sultano. L’imperatore  indossa una veste blu, un manto rosso e la sua corona di imperatore. Alle spalle c’è un suo soldato munito di armi e scudo con raffigurata l’aquila simbolo degli Hohenstaufen, mentre il sultano è interamente vestito di rosso, tunica e manto, ed è seguito da due sue guardie armate di piccole sciabole, uno scudo trilobato, un arco e - pare -  una mazza. 

Il senso dell’immagine che il miniaturista ha voluto raffigurare è dunque proprio quello dell’ ingresso cordiale dell’imperatore Federico II nella città santa, che è rappresentato dalle mani dei due chiuse in una stretta cordiale di amicizia e intesa, poste proprio al centro dell’immagine.


Greta Crous Ramiò, 3A 2020-21: ANALISI DOCUMENTO STORICO "FEDERICO II INCONTRA IL SULTANO D'EGITTO"

 

“Federico II incontra il Sultano d'Egitto” è un documento di tipo iconografico, in particolare una miniatura del XIV secolo. È contenuto all'interno del libro storico “Nuova Cronica” di Giovanni Villani e conservato nella Biblioteca Vaticana. La sua funzione è quella di offrire una rappresentazione grafica di quanto viene narrato.In questa immagine sono innanzitutto rappresentati cinque personaggi, in cui al centro si riconoscono Federico II e il Sultano d'Egitto. I due presentano dei caratteri distintivi che li enfatizzano: per prima cosa vengono raffigurati al centro, fattore che subito li fa risaltare. Anche l'abbigliamento è elemento contraddistintivo: entrambi indossano una corona e un mantello rosso porpora, stesso colore che distingueva i senatori romani. La porpora, infatti, è sempre stato un simbolo di sovranità e di superiorità rispetto agli altri.Per distinguere chi dei due sia Federico II e chi il Sultano, si può fare riferimento ai soldati posti dietro di loro. Dietro al personaggio a destra essi indossano un turbante e in mano hanno una sciabola; il soldato dietro quello più a sinistra, invece, indossa una sorta di elmo e lui e il suo re possiedono come arma un piccolo pugnale. È quindi subito molto chiaro che quello a destra è il Sultano d'Egitto, mentre il secondo l'Imperatore Federico II.

È facilmente comprensibile il rapporto amichevole che intercorre tra i due, supportato anche dalle nostre conoscenze storiche. Elemento fortemente simbolico è infatti sicuramente la stretta di mano tra l'Imperatore e il Sultano, visualizzabile non casualmente al centro della rappresentazione.
Per quanto riguarda l'ambientazione circostante si riconosce, come viene anche sottolineato nella didascalia, la città di Gerusalemme. Questa è un elemento importante, in quanto divide l'immagine in due: la porta da cui escono i musulmani e in cui potranno presto entrare i cristiani. Gerusalemme è identificabile in quanto sono distinguibili sia una moschea, l'edificio verdognolo sormontato da una cupola, e anche alcuni campanili cristiani, il che sottolinea l'aspetto di coesistenza tra le due religioni nella città.
Quest'opera descrive quindi l'accordo che Federico II compie con il Sultano d'Egitto nel 1229 per la restituzione pacifica dei territori di Gerusalemme, Nazareth e Betlemme ai Cristiani. Infatti, quando era stato incoronato Imperatore da Papa Onorio III, Federico era stato costretto a promettere in cambio l'organizzazione di una crociata. Per anni aveva tentato di mancare a questa promessa, ad esempio col pretesto che nel suo esercito circolava una pestilenza. Proprio per questo motivo era stato scomunicato dal nuovo Papa, Gregorio IX.
A questo punto l'Imperatore non aveva potuto fare altro che organizzare quanto aveva promesso, tuttavia, invece che compiere una crociata, si era accordato pacificamente con il Sultano. Il Papa, completamente contrario alla sua azione, in quanto l'obiettivo della Chiesa era quello di eliminare anche fisicamente gli infedeli (e non certo di arrivare a patti con loro!), lo aveva scomunicato una seconda volta e aveva tentato di invadere la Sicilia, ma era stato sconfitto dall'Imperatore, che lo aveva costretto a riconoscerlo come sovrano legittimo.
È possibile intuire la personalità di Federico II anche da questa situazione: egli era un uomo geniale, amante delle arti e della bellezza. Il suo obiettivo non era sicuramente quello di compiere una guerra di religione che non gli avrebbe portato nessun vantaggio, e per questo trovò dei metodi alternativi che, al giorno d'oggi, non possiamo che ritenere molto nobili.
Non a caso, nel romanzo a fumetti Stupor Mundi Federico II è presentato come un uomo amante sia delle arti che della scienza tanto da ospitare nella sua corte sapienti da tutto il mondo, compresi gli Arabi, come il protagonista. Sono chiare le priorità di Federico II: l’intelligenza e la cultura sono per lui molto più importanti della religione. Dimostra quindi una grande apertura mentale non ovvia al suo tempo. Era affascinato dalle arti e dalle scienze talmente tanto, che si disinteressava completamente dei fattori esterni, solitamente tenuti di grande conto nell’epoca medievale.
Non bisogna però scordare l’altro aspetto della personalità dell’Imperatore: egli era un sovrano e come tale faceva ciò che era necessario per arrivare ai suoi obiettivi. Non aveva problemi ad uccidere i suoi collaboratori in caso di un torto, così come non ha esitato ad attaccare e sconfiggere Gregorio IX quando si è sentito minacciato.
Greta Crous


martedì 9 marzo 2021

Asia Monteleone, 3A 2020-21: Federico Barbarossa in miniatura

 L’IMPERATORE FEDERICO BARBAROSSA


Questo documento è di tipo iconografico, una miniatura tratta dalla cronaca dei Guelfi, ed è una rappresentazione simbolica in cui sono raffigurati l’imperatore Federico Barbarossa insieme ai suo figli, Enrico VI (posto alla destra dell’imperatore, indossa la corona, in quanto futuro sovrano) e Federico.

L’imperatore, con barba e capelli rossi, è seduto sul trono ed impugna lo scettro con il giglio, che è segno di sovranità, e il globo sormontato da una Croce, che significa che il mondo è il suo, in quanto è il simbolo del valore universale dell’impero.

Insomma, l'immagine suggerisce che l’imperatore ha un valore soprannaturale e sta al di sopra di tutti gli altri; il suo potere è provvidenziale, perché è voluto da dio ed è il potere universale che riguarda tutti gli uomini. 

Sul capo dell’imperatore è posta una corona d’oro con tre croci, che simboleggiano il fatto che il potere deriva direttamente da Dio. 

 In alto si legge “IN MEDIO PLAS RESIDET PATER IMPERIALIS”. 

Per quanto riguarda il significato del colore dell’abbigliamento di Federico Barbarossa, il porpora simbolicamente indica un elevato status sociale, è simbolo di potere e prestigio: infatti, nella Chiesa, il rosso era un simbolo di autorità. Il blu invece era il colore legato alla nobiltà, nel suo grado più alto, facendo riferimento alla spiritualità e trascendenza. 



Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...