Il capitolo conclusivo del Principe è indirizzato a Lorenzo II de’ Medici: intende coinvolgerlo a livello emotivo con espressioni di carattere iperbolico e retorico per convincerlo a prendere in mano le redini delle sorti dell’Italia e salvarla.
Il discorso si apre con la presa di coscienza di Machiavelli del fatto che ci sia una forte urgenza: le circostanze sono favorevoli all’affermazione di un principe nuovo che sia dotato di virtù, che sappia plasmare la materia degli eventi nella forma adatta a governarli, infatti le condizioni in cui versa l’Italia sono gravi e il paese necessita di una guida autorevole che sia in grado di liberarla, facendo alcuni esempi di grandi condottieri appartenenti ai miti, come Mosé, Teseo e Ciro. Le azioni del principe non servono solo ad accrescere la sua gloria ma soprattutto a perseguire il benessere di tutte le popolazioni italiane, il trattato si rivela così una guida per uomini politici desiderosi di affermarsi e allo stesso tempo uno spunto di riflessione politica per non perdere mai di vista il bene comune.
Machiavelli afferma che già in passato si era presentata al popolo l'occasione di avere un principe che fosse in grado di redimere l’Italia, ma la fortuna era loro nemica, facendo quindi l’esempio di Alessandro e Cesare Borgia, in questo passo si può notare l’innalzamento del linguaggio, con l’assunzione di toni drammatici e l’uso di espressioni religiose: pur non essendo credente, Machiavelli ritenne opportuno utilizzarle a scopo persuasivo.
In seguito Machiavelli si rivolge direttamente a Lorenzo, constatando che per la sua famiglia il momento è propizio, dato che il papa Leone X è un Medici. Dice inoltre che l’impresa non sarà difficile se Lorenzo saprà cogliere l’occasione, sarà necessario però la guerra, come sostiene citando Tito Livio.
Con la ripresa dei toni biblici viene sottolineata la necessità di un intervento da parte di un uomo che non si affidi esclusivamente a Dio e alla fortuna ma soprattutto alle proprie capacità.
Secondo Machiavelli sono due le ragioni principali dei precedenti fallimenti in merito: in primis nessun capo ha saputo creare un nuovo esercito e un nuovo ordinamento politico con una potenza tale da restituire gloria alla patria, in secondo luogo non ci sono state persone in grado di affermarsi sugli altri avvalendosi di una qualità innata del popolo italiano quale è il coraggio. Sostiene inoltre, rivolgendosi nuovamente a Lorenzo, che qualora i Medici si dotassero di milizie proprie (cioè non mercenarie) guidate direttamente dal principe non potrebbero fallire. Si appella dunque al de’ Medici chiedendogli di adempiere a questi doveri.
Machiavelli entra poi nell’ambito della tecnica militare, esprime il proprio pensiero riguardo ai difetti delle fanterie europee più forti, quella svizzera e quella spagnola, dicendo che sarebbe possibile crearne una egualmente forte che ne corregga allo stesso tempo le imperfezioni. Qui è presente un tentativo evidente da parte di Machiavelli di riprendere per sé un ruolo politico di organizzatore dell’esercito e stratega militare.
Sul tema dell’occasione tornerà finalmente nelle ultime righe dell’opera, deve essere colta al volo, in modo da poter redimere l’Italia. Qui i toni si alzano di ancor di più e si fanno sempre più appassionati dato che lo scopo non è più quello di convincere ma di coinvolgere emotivamente. Machiavelli chiude il trattato con una citazione di Petrarca, i cui versi, tratti dalla canzone Italia mia, sottolineano la superiorità del valore del popolo italiano sul furore barbarico, e che quello stesso valore è ancora vivo. Per “liberazione dell’Italia”, però, non intendeva la liberazione dell’intera penisola se non quella degli Stati fino all’Italia centrale, che avrebbero dovuto poi costituire uno Stato unico. Sappiamo che l’esortazione del Principe non raggiunse il suo scopo, anzi, i Medici furono riluttanti ad assumersi una tale responsabilità e furono molto scettici nei confronti dell’autore, che non ottenne l’incarico da lui desiderato.
Mario Reale, professore di Filosofia teoretica alla Sapienza, Università di Roma, dà una definizione machiavellica di “occasione”: “un modo di presentarsi dei tempi e delle cose che, se non trova virtù adeguata, trascorre vanamente”, significa che le opportunità che vengono presentate, seppur la situazione sia “miserevole e sconsolata”, devono essere sempre colte al momento giusto poiché rappresentano delle vie d’uscita da quella stessa situazione, e per fare ciò non bastano le sole armi, occorre saper “accendere gli animi”.
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