martedì 16 marzo 2021

Sara Crispino, 4H 2020-21: Analisi orale del cap. XXVI del Principe di Machiavelli



Il capitolo conclusivo del Principe è indirizzato a Lorenzo II de’ Medici: intende coinvolgerlo a livello emotivo con espressioni di carattere iperbolico e retorico per convincerlo a prendere in mano le redini delle sorti dell’Italia e salvarla.

Il discorso si apre con la presa di coscienza di Machiavelli del fatto che ci sia una forte urgenza: le circostanze sono favorevoli all’affermazione di un principe nuovo che sia dotato di virtù, che sappia plasmare la materia degli eventi nella forma adatta a governarli, infatti le condizioni in cui versa l’Italia sono gravi e il paese necessita di una guida autorevole che sia in grado di liberarla, facendo alcuni esempi di grandi condottieri appartenenti ai miti, come Mosé, Teseo e Ciro. Le azioni del principe non servono solo ad accrescere la sua gloria ma soprattutto a perseguire il benessere di tutte le popolazioni italiane, il trattato si rivela così una guida per uomini politici desiderosi di affermarsi e allo stesso tempo uno spunto di riflessione politica per non perdere mai di vista il bene comune.

Machiavelli afferma che già in passato si era presentata al popolo l'occasione di avere un principe che fosse in grado di redimere l’Italia, ma la fortuna era loro nemica, facendo quindi l’esempio di Alessandro e Cesare Borgia, in questo passo si può notare l’innalzamento del linguaggio, con l’assunzione di toni drammatici e l’uso di espressioni religiose: pur non essendo credente, Machiavelli ritenne opportuno utilizzarle a scopo persuasivo.

In seguito Machiavelli si rivolge direttamente a Lorenzo, constatando che per la sua famiglia il momento è propizio, dato che il papa Leone X è un Medici. Dice inoltre che l’impresa non sarà difficile se Lorenzo saprà cogliere l’occasione, sarà necessario però la guerra, come sostiene citando Tito Livio.

Con la ripresa dei toni biblici viene sottolineata la necessità di un intervento da parte di un uomo che non si affidi esclusivamente a Dio e alla fortuna ma soprattutto alle proprie capacità.

Secondo Machiavelli sono due le ragioni principali dei precedenti fallimenti in merito: in primis nessun capo ha saputo creare un nuovo esercito e un nuovo ordinamento politico con una potenza tale da restituire gloria alla patria, in secondo luogo non ci sono state persone in grado di affermarsi sugli altri avvalendosi di una qualità innata del popolo italiano quale è il coraggio. Sostiene inoltre, rivolgendosi nuovamente a Lorenzo, che qualora i Medici si dotassero di milizie proprie (cioè non mercenarie) guidate direttamente dal principe non potrebbero fallire. Si appella dunque al de’ Medici chiedendogli di adempiere a questi doveri.

Machiavelli entra poi nell’ambito della tecnica militare, esprime il proprio pensiero riguardo ai difetti delle fanterie europee più forti, quella svizzera e quella spagnola, dicendo che sarebbe possibile crearne una egualmente forte che ne corregga allo stesso tempo le imperfezioni. Qui è presente un tentativo evidente da parte di Machiavelli di riprendere per sé un ruolo politico di organizzatore dell’esercito e stratega militare. 

Sul tema dell’occasione tornerà finalmente nelle ultime righe dell’opera, deve essere colta al volo, in modo da poter redimere l’Italia. Qui i toni si alzano di ancor di più e si fanno sempre più appassionati dato che lo scopo non è più quello di convincere ma di coinvolgere emotivamente. Machiavelli chiude il trattato con una citazione di Petrarca, i cui versi, tratti dalla canzone Italia mia, sottolineano la superiorità del valore del popolo italiano sul furore barbarico, e che quello stesso valore è ancora vivo. Per “liberazione dell’Italia”, però, non intendeva la liberazione dell’intera penisola se non quella degli Stati fino all’Italia centrale, che avrebbero dovuto poi costituire uno Stato unico. Sappiamo che l’esortazione del Principe non raggiunse il suo scopo, anzi, i Medici furono riluttanti ad assumersi una tale responsabilità e furono molto scettici nei confronti dell’autore, che non ottenne l’incarico da lui desiderato. 

Mario Reale, professore di Filosofia teoretica alla Sapienza, Università di Roma, dà una definizione machiavellica di “occasione”: “un modo di presentarsi dei tempi e delle cose che, se non trova virtù adeguata, trascorre vanamente”, significa che le opportunità che vengono presentate, seppur la situazione sia “miserevole e sconsolata”, devono essere sempre colte al momento giusto poiché rappresentano delle vie d’uscita da quella stessa situazione, e per fare ciò non bastano le sole armi, occorre saper “accendere gli animi”.









Sara Pagnozzi, 3A 2020-21: Il lavoro femminile nel Medioevo

giovedì 11 marzo 2021

Martina Mortelliti, 3A 2020-21: La liberazione dei contadini-servi da parte del Comune di Bologna (dal Liber Paradisus)

 


“La liberazione dei contadini – servi da parte del 

Comune di Bologna”


Il  LIBER PARADISUS  PARADISUM VOLUPTATIS  (così chiamato dalle prime due parole del testo, che richiamano l’originaria condizione di libertà dell’uomo dell’Eden) è un libro che riporta l’atto di liberazione, avvenuto nel 1257, da parte del Comune di Bologna di circa 6000 servi appartenenti ai signori del contado circostante.

L’atto si può suddividere in tre parti:

  • La prima tratta del peccato di Adamo, e abbiamo una spiegazione di che cosa siano libertà e schiavitù in termini religiosi e si capisce che per l’autore la schiavitù è sia quella del peccato che quella della dannazione, invece la libertà è data da Gesù e scioglie sia dal peccato sia dalla dannazione.

Quindi abbiamo una spiegazione di tipo religioso dell’idea di schiavitù.


  • Nella seconda parte viene affermato che la natura generò e creò uomini liberi ed il diritto delle genti li sottomise alle servitù. Quindi si dice che in natura gli uomini sono liberi, la servitù invece è un vincolo giuridico, cioè dipende dalle leggi.

Dunque non è una condizione naturale che gli uomini siano servi, ma è una condizione stabilita da leggi che vanno contro natura e contro ciò che ha fatto Gesù: di conseguenza sono leggi INGIUSTE.


  • La terza parte dichiara che cosa ha fatto Bologna: ha liberato a prezzo di denaro TUTTI coloro che ha trovato soggetti a condizione servile, stabilendo che da ora innanzi nessuno che sia soggetto a qualche servitù osi dimorare nella città o nel vescovado di Bologna.

Perciò è PROIBITO essere servi dentro la città o il vescovado di Bologna, perché la libertà è naturale e non deve essere corrotta dalla servitù.

La città di Bologna afferma così un diritto naturale, cioè quello della libertà. 




mercoledì 10 marzo 2021

Sofia Gardini, 3A 2020-21: Federico II e il sultano - analisi di documento iconografico

 In questa miniatura del XIV sec che illustra la Nuova Cronica di Giovanni Villani, conservata nella Biblioteca Vaticana a Roma, sono raffigurati l’imperatore Federico II e il sultano al-Malik al-Kamil mentre parlano cordialmente alle porte di Gerusalemme. 


È  noto che papa Gregorio IX nel 1227 aveva indetto una nuova crociata in Terrasanta per liberare il santo sepolcro dai “perfidi infedeli” e aveva chiesto all’imperatore Federico II di condurre la crociata. Il problema è che per Federico II non erano né perfidi né infedeli e che attraverso una semplice operazione di diplomazia riuscì  ad ottenere dal sultano, durante la Sesta crociata, la restituzione di Gerusalemme senza dover combattere né spargere sangue. Al contrario, il sultano apprezzando molto i suoi modi gentili, lo incoronò re di Gerusalemme.  Tutto ciò al pontefice non piacque perché Federico II non aveva condotto una vera guerra di conquista come avrebbe voluto lui per la  sua crociata, e  decise quindi di scomunicare  l’imperatore perché era venuto a patti con gli infedeli invece di combatterli. 

Federico II, è altrettanto noto, parlava molte lingue tra le quali l’arabo, era un uomo coltissimo, l’imperatore apprezzava molto la scienza  araba, soprattutto la matematica e la medicina, come abbiamo  avuto occasione  di leggere anche nel fumetto Stupor Mundi di Nejib, e il suo atteggiamento di grande tolleranza verso i Saraceni in Puglia lo aveva reso molto benvoluto agli occhi degli arabi. 


Infatti nella miniatura del codice che contiene la cronaca del Villani viene rappresentato proprio questo atteggiamento: un incontro cordiale, alle porte della città santa di cui si intravvedono la porta di accesso a Gerusalemme e parte delle mura che la circondano, e al cui interno si scorge una grande moschea di colore verde con la copertura in oro come spesso erano le moschee, nonché due torri ai fianchi, forse dei minareti. 

Al centro, in rilievo nella rappresentazione, abbiamo Federico II, con la mano sinistra alzata e la destra che stringe quella del sultano. L’imperatore  indossa una veste blu, un manto rosso e la sua corona di imperatore. Alle spalle c’è un suo soldato munito di armi e scudo con raffigurata l’aquila simbolo degli Hohenstaufen, mentre il sultano è interamente vestito di rosso, tunica e manto, ed è seguito da due sue guardie armate di piccole sciabole, uno scudo trilobato, un arco e - pare -  una mazza. 

Il senso dell’immagine che il miniaturista ha voluto raffigurare è dunque proprio quello dell’ ingresso cordiale dell’imperatore Federico II nella città santa, che è rappresentato dalle mani dei due chiuse in una stretta cordiale di amicizia e intesa, poste proprio al centro dell’immagine.


Greta Crous Ramiò, 3A 2020-21: ANALISI DOCUMENTO STORICO "FEDERICO II INCONTRA IL SULTANO D'EGITTO"

 

“Federico II incontra il Sultano d'Egitto” è un documento di tipo iconografico, in particolare una miniatura del XIV secolo. È contenuto all'interno del libro storico “Nuova Cronica” di Giovanni Villani e conservato nella Biblioteca Vaticana. La sua funzione è quella di offrire una rappresentazione grafica di quanto viene narrato.In questa immagine sono innanzitutto rappresentati cinque personaggi, in cui al centro si riconoscono Federico II e il Sultano d'Egitto. I due presentano dei caratteri distintivi che li enfatizzano: per prima cosa vengono raffigurati al centro, fattore che subito li fa risaltare. Anche l'abbigliamento è elemento contraddistintivo: entrambi indossano una corona e un mantello rosso porpora, stesso colore che distingueva i senatori romani. La porpora, infatti, è sempre stato un simbolo di sovranità e di superiorità rispetto agli altri.Per distinguere chi dei due sia Federico II e chi il Sultano, si può fare riferimento ai soldati posti dietro di loro. Dietro al personaggio a destra essi indossano un turbante e in mano hanno una sciabola; il soldato dietro quello più a sinistra, invece, indossa una sorta di elmo e lui e il suo re possiedono come arma un piccolo pugnale. È quindi subito molto chiaro che quello a destra è il Sultano d'Egitto, mentre il secondo l'Imperatore Federico II.

È facilmente comprensibile il rapporto amichevole che intercorre tra i due, supportato anche dalle nostre conoscenze storiche. Elemento fortemente simbolico è infatti sicuramente la stretta di mano tra l'Imperatore e il Sultano, visualizzabile non casualmente al centro della rappresentazione.
Per quanto riguarda l'ambientazione circostante si riconosce, come viene anche sottolineato nella didascalia, la città di Gerusalemme. Questa è un elemento importante, in quanto divide l'immagine in due: la porta da cui escono i musulmani e in cui potranno presto entrare i cristiani. Gerusalemme è identificabile in quanto sono distinguibili sia una moschea, l'edificio verdognolo sormontato da una cupola, e anche alcuni campanili cristiani, il che sottolinea l'aspetto di coesistenza tra le due religioni nella città.
Quest'opera descrive quindi l'accordo che Federico II compie con il Sultano d'Egitto nel 1229 per la restituzione pacifica dei territori di Gerusalemme, Nazareth e Betlemme ai Cristiani. Infatti, quando era stato incoronato Imperatore da Papa Onorio III, Federico era stato costretto a promettere in cambio l'organizzazione di una crociata. Per anni aveva tentato di mancare a questa promessa, ad esempio col pretesto che nel suo esercito circolava una pestilenza. Proprio per questo motivo era stato scomunicato dal nuovo Papa, Gregorio IX.
A questo punto l'Imperatore non aveva potuto fare altro che organizzare quanto aveva promesso, tuttavia, invece che compiere una crociata, si era accordato pacificamente con il Sultano. Il Papa, completamente contrario alla sua azione, in quanto l'obiettivo della Chiesa era quello di eliminare anche fisicamente gli infedeli (e non certo di arrivare a patti con loro!), lo aveva scomunicato una seconda volta e aveva tentato di invadere la Sicilia, ma era stato sconfitto dall'Imperatore, che lo aveva costretto a riconoscerlo come sovrano legittimo.
È possibile intuire la personalità di Federico II anche da questa situazione: egli era un uomo geniale, amante delle arti e della bellezza. Il suo obiettivo non era sicuramente quello di compiere una guerra di religione che non gli avrebbe portato nessun vantaggio, e per questo trovò dei metodi alternativi che, al giorno d'oggi, non possiamo che ritenere molto nobili.
Non a caso, nel romanzo a fumetti Stupor Mundi Federico II è presentato come un uomo amante sia delle arti che della scienza tanto da ospitare nella sua corte sapienti da tutto il mondo, compresi gli Arabi, come il protagonista. Sono chiare le priorità di Federico II: l’intelligenza e la cultura sono per lui molto più importanti della religione. Dimostra quindi una grande apertura mentale non ovvia al suo tempo. Era affascinato dalle arti e dalle scienze talmente tanto, che si disinteressava completamente dei fattori esterni, solitamente tenuti di grande conto nell’epoca medievale.
Non bisogna però scordare l’altro aspetto della personalità dell’Imperatore: egli era un sovrano e come tale faceva ciò che era necessario per arrivare ai suoi obiettivi. Non aveva problemi ad uccidere i suoi collaboratori in caso di un torto, così come non ha esitato ad attaccare e sconfiggere Gregorio IX quando si è sentito minacciato.
Greta Crous


martedì 9 marzo 2021

Asia Monteleone, 3A 2020-21: Federico Barbarossa in miniatura

 L’IMPERATORE FEDERICO BARBAROSSA


Questo documento è di tipo iconografico, una miniatura tratta dalla cronaca dei Guelfi, ed è una rappresentazione simbolica in cui sono raffigurati l’imperatore Federico Barbarossa insieme ai suo figli, Enrico VI (posto alla destra dell’imperatore, indossa la corona, in quanto futuro sovrano) e Federico.

L’imperatore, con barba e capelli rossi, è seduto sul trono ed impugna lo scettro con il giglio, che è segno di sovranità, e il globo sormontato da una Croce, che significa che il mondo è il suo, in quanto è il simbolo del valore universale dell’impero.

Insomma, l'immagine suggerisce che l’imperatore ha un valore soprannaturale e sta al di sopra di tutti gli altri; il suo potere è provvidenziale, perché è voluto da dio ed è il potere universale che riguarda tutti gli uomini. 

Sul capo dell’imperatore è posta una corona d’oro con tre croci, che simboleggiano il fatto che il potere deriva direttamente da Dio. 

 In alto si legge “IN MEDIO PLAS RESIDET PATER IMPERIALIS”. 

Per quanto riguarda il significato del colore dell’abbigliamento di Federico Barbarossa, il porpora simbolicamente indica un elevato status sociale, è simbolo di potere e prestigio: infatti, nella Chiesa, il rosso era un simbolo di autorità. Il blu invece era il colore legato alla nobiltà, nel suo grado più alto, facendo riferimento alla spiritualità e trascendenza. 



martedì 2 febbraio 2021

B. Monteleone, 3A 2020-21: Le crociate secondo Le Goff

 Individua nel testo di Le Goff quali erano i tre scopi principali delle crociate e spiega perché secondo l’autore non sono stati raggiunti. 


SCOPI DELLE CROCIATE 

Conquista dei Luoghi Santi, di Gerusalemme.  

Venire in aiuto dei Bizantini 

Unire la cristianità contro gli infedeli  



CAUSE DEL FALLIMENTO 

La tradizione cristiana del pellegrinaggio fu messa in causa. Inoltre la prima crociata portò un’ostilità violenta contro gli ebrei. 

Si aggravò sempre di più il conflitto e l’ostilità fra Greci e Latini 

Aumentano le rivalità tra i capi dei crociati, tra i tedeschi e i francesi, tra gli inglesi e i francesi. 

Poi vi sono anche delle rivalità sociali: tra ecclesiastici e laici e tra crociati occidentali e latino orientalizzati ( poilairs )


Secondo Jacques Le Goff, i tre scopi delle crociate non hanno avuto degli esiti positivi e perciò non sono stati raggiunti, poiché avrebbero avuto solo degli effetti illusori

  • il sapere orientale arriva in Occidente grazie ai pacifici scambi. 

  • Il punto d’arrivo di strade commerciali non furono più la Siria e la Palestina, perché la crociata ha portato ad una disorganizzazione le vie carovaniere terminati in Terra Santa. 

  • Le crociate vengono a costare molto ai loro promotori, poiché la cavalleria vi si è impoverita in uomini e in beni investendo il proprio denaro per l’equipaggiamento, per pagarsi il viaggio, il mantenimento. 

Inoltre uno degli esiti più negativi delle crociate è stata la messa in causa della tradizione Cristiana del Pellegrinaggio. 


Lo scopo delle crociate era quello di conquistare nuove terre uccidendo, che per i crociati non era nulla di sbagliato, anzi era qualcosa di giusto e perciò non classificabili come peccati poiché stavano facendo ciò in nome di Dio. 

Inoltre i crociati ottenevano l’indulgenza Plenaria, ovvero l’eliminazione di tutti i peccati, concessa dal Papa, così da incoraggiare il maggior numero di crociati. 


Per la pace di un paese e per la sua liberazione non vi è bisogno di uccidere, ma di trovare accordi nei quali entrambi i conflittuali possano tratta dei vantaggi, senza fare nessun tipo di guerra, che porta solo alla distruzione e alla malignità. 


giovedì 7 gennaio 2021

S. Pagnozzi, 3A 2020-21: Confronto tra l'incoronazione di Carlo Magno e quella di Napoleone nell'iconografia

 Presentazione del documento


Il documento storico è costituito da una miniatura di Jean Fouquet, risalente al XV secolo, che rappresenta l’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta a Roma la notte di Natale dell'anno 800.

Si tratta di una fonte iconografica, indiretta e posteriore ai fatti: la miniatura, infatti, risale al XV secolo, mentre l’evento storico rappresentato risale al IX secolo. 

Una miniatura è una tecnica di pittura in piccole dimensioni usata, soprattutto nel Medioevo, per decorare codici e libri. 

Il fatto che il documento storico sia una miniatura si evince anche dalla selezione limitata dei colori: i copisti, infatti, avevano a disposizione solo pochi colori, poiché questi si ricavavano da pigmenti molto costosi. 

In particolare, nella miniatura prevalgono l’oro, l’ocra e il blu. 

L’immagine è dunque molto preziosa: il colore centrale è l’oro, che si ricavava fondendo il metallo stesso.

Da tale preziosità e dal grande valore dei libri, si può dedurre che il documento si rivolgeva a un pubblico privilegiato di intellettuali, che aveva a disposizione la cultura e il denaro per acquistarli.


Descrizione del documento


Questo documento iconografico rappresenta l’episodio dell’incoronazione di Carlo Magno da parte di papa Leone III, storicamente avvenuta nella notte di Natale dell’anno 800 nella Basilica di San Pietro in Vaticano. 

Le figure centrali rappresentano papa Leone III, riconoscibile poiché indossa un particolare copricapo a forma di cono, la tiara papale o triregno, usato dai papi come simbolo di sovranità, e Carlo Magno, re dei Franchi e fondatore del Sacro Romano Impero. 

Tutt’intorno, la solennità dell’evento è partecipata da gruppi di cardinali e vescovi; quest’ultimi sono riconoscibili poiché indossano la mitra, un copricapo usato dai vescovi durante le cerimonie liturgiche.

Tra gli uomini del clero, vi sono alcuni che portano degli oggetti simbolo del Sacro Romano Impero, tra cui la corona d’oro, la croce dorata, la Bibbia, la spada imperiale, simbolo del potere temporale, lo scettro e il globo imperiale, una sfera sulla cui cima è posta una croce. Quest’ultimo può rappresentare il dominio di Cristo sul mondo e l’intenzione dell’imperatore di essere strumento di tale dominio. Il potere imperiale viene così qualificato come un potere cristiano legittimato dal favore divino. 

Leone III e Carlo Magno sono i personaggi più importanti di questa rappresentazione. Ciò è deducibile dalla centralità che le loro figure assumono nell’immagine e dalla  sontuosità dei loro abiti. Entrambi indossano infatti delle splendide vesti, realizzate interamente in oro. 

Papa Leone III depone sul capo di Carlo Magno, che è inginocchiato in preghiera, la corona d’oro, riccamente decorata, e lo proclama imperatore del Sacro Romano Impero. 

Il popolo romano e i guerrieri franchi, che presenziano alla cerimonia solenne, lo acclamano dopo l’incoronazione quale nuovo imperatore. 


Interpretazione del documento


Nell’immaginario medievale l’incoronazione è una cerimonia che segna l’investitura di un monarca e l’attribuzione del potere regale attraverso l’imposizione sul suo capo di una corona, unitamente ad altri atti simbolici.  

Nel caso dell’incoronazione di Carlo Magno la cerimonia assume una valenza religiosa, poiché colui che conferisce il potere all’imperatore è il papa, Leone III.

Il papa investe Carlo Magno, che è inginocchiato con il capo chino, e lo proclama imperatore del Sacro Romano Impero. 

Carlo Magno vede, così, riconosciuta al più alto livello possibile la legittimità del suo potere.

La più alta autorità politica, quella dell’Imperatore, viene riconosciuta dalla più alta autorità spirituale, quella del papa. Il potere consacrato da Dio è del resto un privilegio dei Franchi rispetto a tutti gli altri popoli germani.

L’autorità di Carlo Magno si arricchisce di una chiara valenza religiosa: è Dio stesso per tramite del suo rappresentante sulla terra, il papa, a conferire all’imperatore il suo potere; il potere spirituale del papa è pertanto superiore a quello temporale dell’Imperatore.  

D’altro canto la Chiesa rappresentata da papa Leone III legava definitivamente a sé la massima potenza militare e politica sulla scena internazionale, quella dei Franchi. 


Confronto tra documenti


Il dipinto, realizzato da Jacques-Louis David, rappresenta l’incoronazione di Napoleone Bonaparte e di sua moglie, che avvenne nel 1804 nella cattedrale di Notre Dame.

Napoleone è raffigurato al centro del dipinto nel momento della sua incoronazione. 

Confrontando i due documenti storici, appare subito evidente che il modo in cui Carlo Magno si pone nei confronti di papa Leone III è completamente diverso da quello in cui Napoleone Bonaparte si pone nei confronti di papa Pio VIII. 

A differenza di Carlo Magno, che è raffigurato in ginocchio, con il capo chino di fronte al papa, ovvero, in atto di sottomissione, Napoleone Bonaparte è in piedi rivolto verso i presenti e solleva in alto la corona imperiale. 

Il papa è presente, seduto dietro Napoleone, ma si limita a benedire l’incoronazione. 

La sua presenza dichiara soltanto l’appoggio della Chiesa.

Infatti, è Napoleone stesso che compie autonomamente il gesto di porre la corona imperiale sul proprio capo e su quello della moglie, sancendo in tal modo il proprio potere assoluto e dichiarando che esso non deriva da nessun’altra autorità. 


S. Gardini, 3A 2020-21: Confronto tra l'incoronazione di Carlo Magno e quella di Napoleone nell'iconografia

Nella prima immagine siamo in presenza di una miniatura di Jean Fouquet del 1460 che raffigura l’incoronazione ad imperatore di Carlo Magno da parte di Papa Leone III la notte di Natale dell’ 800 d.C. Questo gesto segna la rinascita dell’Impero romano in Occidente.

Nel documento vediamo l’interno della basilica di San Pietro con al centro Carlo Magno inginocchiato nell’atto di ricevere la corona di imperatore da Papa Leone III, raffigurato invece in piedi nell’atto di mettergli la corona sulla testa. A fianco di Carlo Magno ci sono altri re, mentre dietro il pontefice ci sono molti vescovi.

Da questa rappresentazione è evidente il motivo per cui l’impero di Carlo Magno fu chiamato Sacro Romano Impero: infatti è il Papa che incorona imperatore Carlo Magno ed è dunque evidente che il potere di Carlo Magno deriva dall’incoronazione del Papa. Questo vuol dire che il Papa ha un potere più grande dell’imperatore, perché è l’intermediario tra Dio che dà il potere e il sovrano Carlo Magno, che diventa imperatore solo grazie all’incoronazione del Papa.  



Nella seconda immagine siamo in presenza di un quadro di Jacques-Louis David dal titolo “Incoronazione di Napoleone” del 1806-1807, che oggi si trova nel museo del Louvre di Parigi.

Nel quadro possiamo vedere Napoleone raffigurato al centro del dipinto nel momento della sua auto-incoronazione di fronte a molti personaggi. L’imperatore è in piedi e solleva in alto la corona d’oro, indossa un abito bianco con decorazioni in oro, un ampio mantello rosso e una corona di foglie d’oro sulla testa. Due gradini più in basso c’è sua moglie Giuseppina inginocchiata, che già porta la corona e seduto dietro a Napoleone c’è Papa Pio VII e altri cardinali.

Dalla rappresentazione è chiara la concezione del potere di Napoleone, che si incorona da solo senza più la necessità di nessuna intermediazione con Dio da parte del Papa, che si limita a benedire l’incoronazione dichiarando così l’appoggio della Chiesa.

Questo gesto simboleggia quindi la concezione del potere assoluto dell’imperatore, che si ispira ai suoi predecessori romani.

G. Massari, 3A 2020-21: Confronto tra l'incoronazione di Carlo Magno e quella di Napoleone nell'iconografia

 Descrizione documento- Incoronazione di Carlo Magno a Roma nell’anno 800



Nel primo documento è raffigurata l’incoronazione di Carlo Magno, realizzato da Jean Fouquet.  

Si tratta di una fonte iconografica ed è un particolare dipinto: una miniatura del XV secolo. Aveva dunque la funzione di decorare i manoscritti molto costosi, indirizzati esclusivamente da intellettuali e classi privilegiate. 

L’immagine è ambientata a Roma, presso una chiesa e l’incoronazione è avvenuta l’anno Ottocento dopo Cristo. 

I protagonisti che dominano la scena, posti al centro del dipinto, sono sicuramente il Papa Leone III e Carlo Magno, rappresentato in ginocchio e con le mani giunte, così da far percepire la sua sottomissione e soprattutto il suo grande riconoscimento nei confronti del potere spirituale. Non sono soli, al contrario sono circondati da moltissimi altri personaggi. Tra questi si possono ben definire e distinguere i ruoli e in particolare le classi sociali. 

Il Papa è circondato da altri vescovi o personaggi religiosi, sicuramente importanti, ma non al suo livello: questi infatti indossano abiti sfarzosi e dai colori brillanti come il rosso e qualche orlo in oro, ma in testa dispongono di una mitra bianca con qualche dettaglio dorato. La mitra era un copricapo molto diffuso nell’alto clero, utilizzato principalmente nelle celebrazioni liturgiche. 

Il Papa, al contrario, indossa una splendente corona d’oro e un imponente mantello dello stesso colore, simbolo della divinità.

Personaggi meno rilevanti indossano invece semplicemente una tunica rossa, e alcuni di questi sorreggono alcuni oggetti tra cui una croce dorata (simbolo del potere spirituale), una spada -simbolo del potere temporale- oppure un libro (probabilmente si trattava della Bibbia).  

Non è presente alcun altare o tantomeno alcuna differenza sostanziale a livello delle dimensioni e della prospettiva: tutte le figure hanno all'incirca la stessa altezza. Ciò che eleva o fa risaltare alcuni personaggi rispetto ad altri sono elementi come il copricapo e i colori delle vesti. 

Nell’immagine, peraltro, i colori sono ben pochi. Quelli maggiormente utilizzati sono pigmenti caldi come il rosso, probabilmente il più semplice da reperire, ma anche l’oro, il bianco e qualche traccia di blu, presente specialmente negli indumenti di Carlo Magno.

Questa sicuramente rappresenta un’immagine molto significativa in quanto la consacrazione del Papa era un privilegio riservato solamente ai Franchi. In questo modo l'imperatore otteneva dalla massima autorità spirituale il riconoscimento del suo potere politico. 

Carlo Magno, così definito per le sue grandi imprese, durante la notte di Natale nell’800 viene in effetti incoronato come imperatore del Sacro Romano Impero, ossia di una ricostituzione dell’Impero Romano con l’aggiunta della consacrazione del Papa. 


Incoronazione di Napoleone




Questo dipinto, realizzato da Jacques-Louis David, rappresenta invece l’incoronazione di Napoleone, raffigurato in piedi al centro dell’opera, rivolto verso i presenti, nell’atto di sollevare una corona d’oro. L’imperatore indossa un abito bianco ornato di ricche decorazione dorate e un maestoso mantello. 

E’ importante osservare che, al contrario dell’immagine precedente, Napoleone e il Papa Pio VII sono entrambi raffigurati sul medesimo gradino. Non vi è alcuna traccia di sottomissione da parte del condottiero, anzi è lui stesso che prende l’iniziativa e incorona da solo sé stesso e la moglie, raffigurata due gradini più in basso. Così facendo dimostra un grande distacco nei confronti della figura papale e soprattutto l’indipendenza dell’impero dalla Chiesa, pur senza entrare in conflitto con essa.

Inoltre Napoleone, con questo atto, sancisce il suo potere assoluto, sostituendosi al Papa, il quale un tempo aveva il compito di conferire l’autorità imperiale.

Il ruolo del Papa passa dunque in secondo piano: è seduto dietro Napoleone e si limita esclusivamente a benedire l’incoronazione. La sua presenza dichiara unicamente l’appoggio della Chiesa e testimonia l’evento. 

Nell’altra immagine, al contrario, Carlo Magno invece viene rappresentato in modo del tutto differente: in ginocchio e con le mani unite, così da dimostrare sottomissione e soprattutto quanto sia importante il riconoscimento papale del suo potere.


martedì 2 giugno 2020

Sara Crispino, 3H 2019-2020: L’Europa e il Nuovo Mondo

Il XVI secolo fu l’inizio dell’era moderna: per “moderna” si intende, in storiografia italiana, il periodo che cominciò con la scoperta delle Americhe ed ebbe fine con la rivoluzione francese.

Grazie a queste scoperte gli Europei si resero conto delle vere dimensioni del mondo e della sua diversità e coloro che furono incaricati dai sovrani spagnoli di intraprendere viaggi alla volta di nuovi territori conobbero e interagirono con civiltà molto avanzate, come ad esempio i Maya, gli Aztechi e gli Incas. I conquistadores spagnoli lasciarono diverse testimonianze del loro incontro con questi popoli,  avevano opinioni contrastanti fra loro: alcuni consideravano questi popoli degni di pari diritti e dignità, altri invece no.


ESSERI UMANI O ANIMALI? 


Uno di questi esploratori fu Juan Ginés de Sepúlveda, che in una sua opera descrisse come gli Indios non potessero essere considerati umani, infatti li definiva “omuncoli”, quasi umani: aveva visto che questi popoli erano privi di capacità di ragionare e di cultura, siccome non sapevano scrivere e di conseguenza non conservavano nessun documento che riguardasse il loro passato, erano facilmente assoggettabili, inoltre le loro costruzioni erano inferiori a quelle delle api e dei ragni in fatto di ingegnosità e praticavano il cannibalismo, sacrificavano vittime umane, davano pieno sfogo ai piaceri carnali e soprattutto non possedevano religione.

Così dicendo voleva legittimare la conquista e la devastazione totale dei popoli americani e il ricorso alla violenza su di loro usando come pretesto la loro “inferiorità”.

Invece una tesi opposta a quella di Sepúlveda venne discussa da Bartolomé de las Casas, il più noto difensore di queste popolazioni, in un’opera chiese infatti l’abolizione della schiavitù degli Indios. Lui li vedeva come gente pacifica, umile, paziente e poverissima, che si accontentava solo di ciò che la natura dava loro e grazie a queste caratteristiche era adatta a ricevere e assorbire la dottrina cristiana. Condannò poi quelli che vollero distruggere tali popoli solo per avere il loro oro, senza capire quanto in realtà queste civiltà fossero sviluppate e senza curarsi del valore delle persone uccise. 

Per sostenere le sue argomentazioni Bartolomé de las Casas trascrisse un testo proveniente dal diario di viaggio di Cristoforo Colombo, approdato a San Salvador nell’ottobre del 1492, con la convinzione di essere arrivato in India ed è per questo motivo che gli Indios vennero chiamati così. Colombo vedeva gli indigeni come gente bella, mite e buona d’animo, non sapeva a quale genere di culto fossero devoti, anzi, gli sembrava non ne praticassero alcuno e li ritenne quindi adatti a essere indottrinati al Cristianesimo. La conversione di massa non era il suo unico scopo, voleva anche riuscire a portare dell’oro in Spagna alla corte dei sovrani e renderli coscienti della ricchezza dei territori scoperti. 

Un po’ più vicino alle idee di Sepúlveda era Amerigo Vespucci, che, di ritorno da un viaggio in Sudamerica, scrisse una lettera nella quale dipinse nuovamente gli Indios come più vicini agli animali che non agli esseri umani.

Il moralista francese Michel de Montaigne, vissuto nel XVI secolo, diceva saggiamente che il fatto di chiamare “barbarie” ciò che i conquistadores vedevano negli usi e costumi degli Indios non era altro che il risultato del prendere come unico punto di riferimento quelli che erano i loro usi e costumi e le loro abitudini; venendo da una società aristocratico-feudale l’impatto fu grande da entrambe le parti: gli spagnoli conobbero gli amerindi (i Nativi d’America) con le loro usanze, ma si sarebbe dovuto prendere in considerazione anche l’altro punto di vista, cioè come gli amerindi giudicavano i loro conquistatori. Lui stesso considerava questi popoli “barbari” ma per il solo motivo che erano estremamente vicini alla semplicità naturale primitiva: riteneva infatti che non fossero per niente inferiori agli Europei in quanto ad abilità, bastava pensare alle città di Cuzco e Messico. Ammirava inoltre il coraggio col quale gli indigeni resistettero ai loro carnefici, che vedeva come vili.


CINQUECENTO ANNI DOPO


Anche i nostri contemporanei, a cinquecento anni di distanza dalla scoperta del Nuovo Continente, si sono espressi in merito alla questione.

Lucio Villari, storico italiano, in un articolo pubblicato sul giornale La Repubblica nel 1988, ha esposto come, a quattro anni di distanza dalle Colombiadi (l’anniversario della scoperta delle Americhe)  in realtà non si dovesse celebrare solo la scoperta del Nuovo Mondo come un fatto eccezionale fine a sé stesso, bensì ha messo in evidenza i pro e i contro che tale scoperta ha comportato: da un lato c’era la possibilità degli Europei di potersi impossessare di nuovi territori e quindi ricchezze, come ad esempio i vasti giacimenti d’oro e i prodotti locali, dall’altro la depredazione e il genocidio subito dalle civiltà amerindie da parte dei conquistadores; che, oltre a essere sproporzionatamente assetati di beni materiali, usarono la loro concezione degli Indios come animali per giustificare tale genocidio, che in seguito provocò la loro estinzione quasi completa.

In conclusione, la scoperta di nuove terre cinquecento anni fa è stato un evento estremamente significativo per la storia mondiale, in quanto ha dato la possibilità di arrivare a conoscere il mondo nella sua interezza a livello geografico, ma che ha determinato la fine di ricchi e brillanti popoli che sarebbero potuti essere risparmiati da un completo annientamento.


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