martedì 2 giugno 2020

Sara Crispino, 3H 2019-2020: L’Europa e il Nuovo Mondo

Il XVI secolo fu l’inizio dell’era moderna: per “moderna” si intende, in storiografia italiana, il periodo che cominciò con la scoperta delle Americhe ed ebbe fine con la rivoluzione francese.

Grazie a queste scoperte gli Europei si resero conto delle vere dimensioni del mondo e della sua diversità e coloro che furono incaricati dai sovrani spagnoli di intraprendere viaggi alla volta di nuovi territori conobbero e interagirono con civiltà molto avanzate, come ad esempio i Maya, gli Aztechi e gli Incas. I conquistadores spagnoli lasciarono diverse testimonianze del loro incontro con questi popoli,  avevano opinioni contrastanti fra loro: alcuni consideravano questi popoli degni di pari diritti e dignità, altri invece no.


ESSERI UMANI O ANIMALI? 


Uno di questi esploratori fu Juan Ginés de Sepúlveda, che in una sua opera descrisse come gli Indios non potessero essere considerati umani, infatti li definiva “omuncoli”, quasi umani: aveva visto che questi popoli erano privi di capacità di ragionare e di cultura, siccome non sapevano scrivere e di conseguenza non conservavano nessun documento che riguardasse il loro passato, erano facilmente assoggettabili, inoltre le loro costruzioni erano inferiori a quelle delle api e dei ragni in fatto di ingegnosità e praticavano il cannibalismo, sacrificavano vittime umane, davano pieno sfogo ai piaceri carnali e soprattutto non possedevano religione.

Così dicendo voleva legittimare la conquista e la devastazione totale dei popoli americani e il ricorso alla violenza su di loro usando come pretesto la loro “inferiorità”.

Invece una tesi opposta a quella di Sepúlveda venne discussa da Bartolomé de las Casas, il più noto difensore di queste popolazioni, in un’opera chiese infatti l’abolizione della schiavitù degli Indios. Lui li vedeva come gente pacifica, umile, paziente e poverissima, che si accontentava solo di ciò che la natura dava loro e grazie a queste caratteristiche era adatta a ricevere e assorbire la dottrina cristiana. Condannò poi quelli che vollero distruggere tali popoli solo per avere il loro oro, senza capire quanto in realtà queste civiltà fossero sviluppate e senza curarsi del valore delle persone uccise. 

Per sostenere le sue argomentazioni Bartolomé de las Casas trascrisse un testo proveniente dal diario di viaggio di Cristoforo Colombo, approdato a San Salvador nell’ottobre del 1492, con la convinzione di essere arrivato in India ed è per questo motivo che gli Indios vennero chiamati così. Colombo vedeva gli indigeni come gente bella, mite e buona d’animo, non sapeva a quale genere di culto fossero devoti, anzi, gli sembrava non ne praticassero alcuno e li ritenne quindi adatti a essere indottrinati al Cristianesimo. La conversione di massa non era il suo unico scopo, voleva anche riuscire a portare dell’oro in Spagna alla corte dei sovrani e renderli coscienti della ricchezza dei territori scoperti. 

Un po’ più vicino alle idee di Sepúlveda era Amerigo Vespucci, che, di ritorno da un viaggio in Sudamerica, scrisse una lettera nella quale dipinse nuovamente gli Indios come più vicini agli animali che non agli esseri umani.

Il moralista francese Michel de Montaigne, vissuto nel XVI secolo, diceva saggiamente che il fatto di chiamare “barbarie” ciò che i conquistadores vedevano negli usi e costumi degli Indios non era altro che il risultato del prendere come unico punto di riferimento quelli che erano i loro usi e costumi e le loro abitudini; venendo da una società aristocratico-feudale l’impatto fu grande da entrambe le parti: gli spagnoli conobbero gli amerindi (i Nativi d’America) con le loro usanze, ma si sarebbe dovuto prendere in considerazione anche l’altro punto di vista, cioè come gli amerindi giudicavano i loro conquistatori. Lui stesso considerava questi popoli “barbari” ma per il solo motivo che erano estremamente vicini alla semplicità naturale primitiva: riteneva infatti che non fossero per niente inferiori agli Europei in quanto ad abilità, bastava pensare alle città di Cuzco e Messico. Ammirava inoltre il coraggio col quale gli indigeni resistettero ai loro carnefici, che vedeva come vili.


CINQUECENTO ANNI DOPO


Anche i nostri contemporanei, a cinquecento anni di distanza dalla scoperta del Nuovo Continente, si sono espressi in merito alla questione.

Lucio Villari, storico italiano, in un articolo pubblicato sul giornale La Repubblica nel 1988, ha esposto come, a quattro anni di distanza dalle Colombiadi (l’anniversario della scoperta delle Americhe)  in realtà non si dovesse celebrare solo la scoperta del Nuovo Mondo come un fatto eccezionale fine a sé stesso, bensì ha messo in evidenza i pro e i contro che tale scoperta ha comportato: da un lato c’era la possibilità degli Europei di potersi impossessare di nuovi territori e quindi ricchezze, come ad esempio i vasti giacimenti d’oro e i prodotti locali, dall’altro la depredazione e il genocidio subito dalle civiltà amerindie da parte dei conquistadores; che, oltre a essere sproporzionatamente assetati di beni materiali, usarono la loro concezione degli Indios come animali per giustificare tale genocidio, che in seguito provocò la loro estinzione quasi completa.

In conclusione, la scoperta di nuove terre cinquecento anni fa è stato un evento estremamente significativo per la storia mondiale, in quanto ha dato la possibilità di arrivare a conoscere il mondo nella sua interezza a livello geografico, ma che ha determinato la fine di ricchi e brillanti popoli che sarebbero potuti essere risparmiati da un completo annientamento.


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