mercoledì 28 aprile 2021

Anna Sole Stabile, 4H 2020-21: Voltaire, Candido - Cap. XXIX, Conclusione

L'ultimo capitolo del Candido riassume perfettamente gli ideali e le critiche di Voltaire nei confronti della metafisica, di cui si parla in tutta l’opera. 

In queste ultime pagine viene descritta la vita dei personaggi dopo le mille avventure che hanno trascorso: infatti si trasferiscono tutti in una casa in campagna, probabilmente in Turchia, dove vivono una vita tranquilla, che però a volte risulta anche noiosa. La vecchia dice infatti che non sa se sia peggio vivere tutte quelle disavventure che hanno vissuto loro oppure continuare una vita nell’ozio, senza fare niente. 

A questo proposito decidono di consultare un “Dervis” per trovare una soluzione a questo sentimento di noia e per capire quanto male c’è nel mondo.

Egli risponde in questo modo: ”Quando sua altezza spedisce un vascello in Egitto, s’imbarazza ella se i topi vi sieno a lor agio o no?” 

Da questo momento inizia la riflessione del protagonista attraverso la quale Voltaire mette in discussione i sistemi di pensiero precedenti, in particolare gli ideali dell’antropocentrismo che pongono l’uomo al centro dell’universo. Da questa frase possiamo dedurre che alla natura non importa niente degli uomini, che vengono definiti come ratti, perché sono solamente delle creature “di passaggio”, in quando dopo che l’umanità si sarà estinta la Terra continuerà a esistere ugualmente.

L’uomo comune però crede che questo sia il migliore dei mondi possibili nonostante ci siano molte sofferenze.

Secondo Candido, invece, la soluzione contro i grandi mali della vita e la noia è lavorare: infatti afferma che “bisogna coltivare il nostro giardino”. Con questo discorso Voltaire vuol riabilitare il lavoro, che deve servire a rendere tutti uguali, a nobilitare l’uomo, a renderlo più felice e a evitare che sopraggiunga la noia.

Questo messaggio sociale può essere considerato moderno, perché quando l’opera è stata scritta, cioè durante l’assolutismo, il lavoro era considerato una condizione degradante per l’uomo, che lo rendeva simile ad un animale, tanto che le uniche classi sociali a lavorare erano il terzo stato e gli schiavi.

Inoltre, da quest’ultimo capitolo capiamo che l’uomo non è mai contento, desidera continuamente quello che non ha. Non esiste quindi il mondo perfetto e l’unica speranza che ha l’uomo è il lavoro, che deve servire a evitare che il mondo sia il peggiore e a migliorare noi stessi.


lunedì 26 aprile 2021

Margherita Bettazzi, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

Francesco Petrarca è il protagonista del libro Il copista di Marco Santagata. Viene descritto come una persona dall’animo “grigio”, distrutta dai suoi ricordi negativi.

Infatti lui un tempo era molto mattiniero e si metteva a lavorare e scrivere con grande entusiasmo, veniva elogiato e ammirato dal pubblico, ma con il passare degli anni accumulò brutti ricordi, come le morti, dovute alla pandemia di peste, della sua amata Laura (da cui non era corrisposto), di suo figlio Giovanni e di suo nipote. Oltre a queste disgrazie, al suo continuo dolore si aggiunse la fuga del copista che gli era fedele: Giovanni Malpaghini. A questo punto gli rimase a fianco una sola persona: la sua serva Francescona.

Questi brutti ricordi portarono Petrarca a non trovare più la voglia di mettersi a lavorare al mattino, come era sua consuetudine, ma anzi si muoveva lento come se ogni cosa gli provocasse dolore, poiché soffriva sia fisicamente che mentalmente.

Ma la sua produttività non si fermò, anche se non faceva altro che lamentarsi del suo passato, dei pensieri che gli passavano per la testa e della fuga del suo fedele copista. Cominciò anche a negare l’immortalità dell’anima, ma lo manteneva in vita il piacere della scrittura. La sua esistenza, negli ultimi anni, consistette infatti nella revisione del Canzoniere, che diventò la sua opera più famosa:

“Era una perdita continua, disorientata, casuale. Il mondo rimpiccioliva e la vita vi abbreviava fino a coincidere con il vuoto presente. Quasi nessun futuro e pochissimo passato”.




domenica 25 aprile 2021

Sara Pagnozzi, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista: un venerdì di Francesco Petrarca

Marco Santagata delinea un ritratto di uno dei più grandi autori della letteratura italiana, Francesco Petrarca, estremamente diverso da quello che ognuno di noi si aspetterebbe.

Un tempo, fin verso i quaranta, l’illustre poeta, puntualmente, si svegliava due ore prima dell’alba e operoso e voglioso si precipitava al tavolo di lavoro. 

Il tempo allora non gli passava mai, lo trascorreva leggendo e rileggendo le opere dei grandi latini, scrivendo un grandioso numero di opere poetiche, storiche, morali, enciclopediche, di lettere, invettive e orazioni auliche e originali.

Di quel fervore era rimasto ben poco: alzarsi dal letto la mattina era diventata un'impresa assai ardua, e la sua mente, vuota di stimoli, non lo contrastava.

Non provava più la voglia di esplorare strade nuove, di evadere da quella sua quotidianità così monotona, di sperimentare cose nuove; non aveva neppure la forza, o forse la voglia, di svegliarsi da quel torpore, che rendeva grigie tutte le sue giornate, e di riprendere in mano la sua vita.

Eppure la sua produttività non era diminuita, anzi, era addirittura cresciuta. I suoi scritti riscuotevano sempre grande successo e venivano accolti come avvenimenti da commentare, discutere, elogiare in pubblico e in privato. 

Probabilmente, si diceva, i suoi estimatori non erano del tutto sinceri, o quanto meno, nelle nuove opere applaudivano ancora le opere vecchie, perchè “gli uomini sono un gregge privo di discernimento, guidato per lo più dalla campanella della fama e del sentito dire, un gregge belante dietro ai valori consacrati”.

E come se non bastasse, all’astio che provava nei confronti della vita, si era aggiunto il rifiuto di misurarsi con il proprio decadimento fisico: si muoveva lentamente, ogni piccolo movimento gli provocava dolore, non si curava più della sua persona, era tormentato costantemente dai suoi disturbi intestinali e dalla acidità di stomaco, che testimoniavano la sua sofferenza fisica, oltre che psicologica.  

Era in quei momenti di grande afflizione che riaffioravano i suoi ricordi più dolorosi, che, a volte, scatenavano tutta la sua ira, altre volte, gli procuravano un tale dispiacere, da farlo sciogliere in un pianto silenzioso.

Sentiva il bisogno di avere qualcuno al suo fianco, che si prendesse cura di lui, ma era rimasto solo come un “bambino abbandonato”, desideroso di carezze e amore.

L’epidemia di peste non solo gli aveva portato via la sua amata, Laura, ma anche suo figlio Giovanni e il suo amato nipotino, Franceschino, che amava immensamente e in cui aveva riposto la speranza di una discendenza. 

A peggiorare la situazione, c’era stata la fuga improvvisa e inaspettata del suo fedele copista, Giovanni Malpaghini, che gli aveva provocato un dolore insopportabile.


Da questa descrizione di Marco Santagata traspare tutta l’umanità, la fragilità, il turbamento, la sofferenza di un’uomo così straordinario, che si ritrova da solo, ad affrontare, o meglio ad attendere, il sopraggiungere inevitabile della morte:


Da giovane pensava alla vecchiaia come a un'età piena, un grande contenitore nel quale si ammassano tutte le esperienze di una vita e nel quale il vecchio può infilare le mani per estrarne, a suo piacere, questo o quel pezzo, godendo di una totale padronanza del vissuto. Adesso gli venivano i lucciconi ogni volta che si rendeva conto di quanto la vecchiaia fosse diversa da come se l’era immaginata. Altro che tutto pieno. Era una perdita continua, disordinata, causale. Il mondo rimpiccioliva e la vita si abbreviava fino a coincidere con un vuoto presente”.


venerdì 23 aprile 2021

Benedetta Monteleone, 3A 2020-21: Marco Santagata: IL COPISTA. Un venerdì di Francesco Petrarca

Nel libro “Il Copista” di Marco Santagata, il protagonista è Francesco Petrarca, che viene descritto come una persona sporca, malata di ulcera e chiusa nella tristezza dovuta dalla morte di suo figlio Giovanni e del suo nipotino Franceschino, morti entrambi di peste, che precedentemente uccise anche la sua amata Laura.

Durante le sue giornate non fa altro che lamentarsi del suo passato, tormentato dalla morte dei suoi cari e dalla fuga del suo aiutante copista Giovanni Malpaghini, di cui sente la mancanza quasi come se fosse morto, ma in realtà è solo andato alla ricerca di una carriera indipendente. 

Dunque Petrarca si trova tutto solo con la sua tristezza, in “compagnia” della sua serva Francescona. 

Trascorre il suo tempo a riordinare le poesie che poi comporranno il Canzoniere, la sua opera più celebre. 

Francesco Petrarca si rivela una persona grigia, la cui anima è ormai affranta e logorata dai pensieri e dai ricordi che gli riempiono la mente: 


Da giovane pensava alla vecchiaia come a un'età piena, una grande contenitore nel quale si ammassano tutte le esperienze di una vita e nel quale il vecchio può infilare le mani per estrarne, a suo piacere, questo o quel pezzo, godendo di una totale padronanza del vissuto.”(pag. 74). 


In questo modo Petrarca da giovane si immaginava la vecchiaia, l’età in cui puoi prendere una pausa e pensare a ciò che hai fatto in gioventù, ma ogni volta che si rendeva conto che la sua vecchiaia non aveva niente a che fare con quello che si era immaginata, scoppiava a piangere e pensava a Valchiusa, in Provenza, città nella quale non avrebbe più fatto ritorno. 


Martina Mortelliti, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

Marco Santagata descrive F. Petrarca come un uomo malato, che rutta, che si lamenta del proprio passato e che con le unghie si gratta i peli radi del pube. Si diceva senza amarezza, con un fondo di compiaciuto disincanto: “Tu petrarcheggi, sei la scimmia di te stesso”. (pag.17)

Il poeta è benestante, adorato e omaggiato dagli adulatori. Però resta comunque un uomo solo, consumato dai vari lutti, come la morte del figlio Giovanni e del nipotino Francesco, portati via dalla peste, come prima la stessa Laura, e poi la fuga del giovane copista Giovanni Malpaghini, che lo han fatto rimanere così soltanto con la serva Francescona.

Francesco Petrarca si rivela una persona turbata e contraddittoria, che ha perso la fede fino al punto di non credere più alla sopravvivenza dell’anima, decidendo così di trascurare non solo l’anima ma anche il corpo.


Un brano significativo :

“Gli venivano i lucciconi ogni volta che si rendeva conto di quanto la vecchiaia fosse diversa da come se l’era immaginata. Altro che tutto pieno. Era una perdita continua, disordinata, casuale. Il mondo rimpiccioliva e la vita si abbreviava fino a coincidere con un vuoto presente. Quasi nessun futuro e pochissimo passato.”

“Un deserto regnava sui luoghi della memoria.” (pag. 68)


Petrarca ritorna al passato, pensa a Valchiusa, al fatto che non ci sarebbe più tornato e a tutti i sogni della giovinezza, ormai lontani. 


giovedì 22 aprile 2021

Giulia Massari, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

In questo breve romanzo Marco Santagata ci fornisce un’accurata descrizione di una giornata, precisamente un venerdì, di Francesco Petrarca e arricchisce la narrazione attraverso flashback e ricordi impressi nella mente del poeta.

Petrarca, uno dei personaggi più illustri della letteratura italiana, vive in una piccola e umile casa insieme a Francescona, una donna che si occupa di lui e trascorre gli ultimi istanti della sua vita completamente logorato, ricolmo di dolore e sofferenza, sia fisica che psicologica. A tormentarlo costantemente erano i suoi disturbi intestinali, l’acidità di stomaco e l’immensa nostalgia di persone a lui care che purtroppo a causa dell’imminente pestilenza aveva perduto. Questo è il caso della sua amata Laura, alla quale dedica una delle sue opere più celebri: il Canzoniere, e di suo figlio Giovanni, sul quale ha sempre nutrito grandi speranze, offrendogli eccellenti percorsi di studio. Il poeta viene descritto come un uomo con il costante timore di essere dimenticato, e che prova per questa ragione una penosa sensazione di vuoto allo stomaco. 

Questa percezione viene incrementata anche dalla sua condizione: era completamente abbandonato a se stesso e avvertiva questo estenuante senso di solitudine, “Si sentiva come un bambino abbandonato”, tanto che spesso avrebbe avuto la necessità di chiamare sua madre, donna che per decenni aveva quasi dimenticato, ma alla quale ripensava nei momenti più bui e dolorosi della sua vita.
Una delle parti che più mi ha colpito riguarda le sue riflessioni sulla vita e, in questo caso, sulla vecchiaia. “Da giovane pensava alla vecchiaia come a una età piena, un grande contenitore nel quale si ammassano tutte le esperienze di una vita e nel quale il vecchio può infilare le mani per estrarne, a suo piacere, questo o quel pezzo, godendo di una totale padronanza del vissuto. Adesso gli venivano i lucciconi ogni volta che si rendeva conto di quanto la vecchiaia fosse diversa da come se l’era immaginata. Era una perdita continua, disorientata, casuale. Il mondo rimpiccioliva e la vita si abbreviava fino a coincidere con il vuoto presente. Quasi nessun futuro e pochissimo passato”.Questa sua visione infatti, sebbene sia triste, pessimista e drammatica, è al tempo stesso estremamente umana, cruda e realistica, e per certi aspetti dimostra anche il percorso di crescita e maturazione del poeta, che è arrivato ad un punto in cui ha acquisito una nuova consapevolezza.




Francesca Pedretti, 3A 2020-21: M. Santagata, Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca

 


Un brano significativo: “In questa vita, l’unico bene che veramente desideriamo e che ci illudiamo di possedere in eterno, come il Paradiso, siamo trafitti a tradimento, buoni e cattivi giovani e vecchi, e scompariamo, per sempre. Nessuna sopravvivenza in terra, nessuna vita dopo la morte. Il male e il nulla. Un attimo di luce e il buio perpetuo. Questo è tutto: un niente.


Ed ecco, nel tallon punta d’un angue,

come fior colto langue;

in terra cadde ove star pur sicura

credeasi: o mondo rio, nulla in te dura!

(p. 112)

Il ritratto di Petrarca che emerge nel libro: 

Dal libro si comprende subito l’età avanzata di Petrarca, ormai afflitto da ogni tipo di male fisico e psicologico. Ciò lo porta quasi a non avere la forza per scrivere, che rimane però l’unica attività  che lo tiene in vita. Emerge, soprattutto, il suo tormento, dovuto alle varie perdite: del figlio, della moglie e del nipote. A tale sofferenza si aggiunge l’abbandono dell’amico copista, di cui sentiva ogni giorno la mancanza. 

Possiamo, infatti, percepire la grande solitudine di Petrarca, il quale, nonostante amasse stare solo, aveva bisogno di circondarsi delle persone che amava, e non gli bastava la vecchia serva che gli era rimasta. 

Probabilmente a causa di tali tormenti avviene un perdita della fede, e Petrarca diventa incapace di credere nella vita dell’anima dopo la morte, tema di cui scrive nella canzone per Boccaccio. Insomma, diventa molto inquieto, astioso e infelice. 

Ed è proprio l’infelicità il sentimento principale che emerge dalle sue giornate, tutte uguali, ripetitive, malinconiche e solitarie.



mercoledì 21 aprile 2021

Maddalena Bonifacci, 4H 2020-21: Il Principe di Machiavelli a partire dall'analisi del cap. XII

Di quanti siano i generi di milizie e delle milizie mercenarie 


Nel capitolo XII del Principe, Machiavelli affronta il tema delle milizie di cui occorre servirsi per proteggere il principato. Nel brano, si concentra sull’impiego delle milizie mercenarie, descrivendolo come inadeguato ed attribuendogli anzi la causa della rovina dell’Italia. 

Le truppe mercenarie non riuscirono infatti a far fronte all’avanzata del re di Francia Carlo VIII, che “prese l’Italia col gesso”, ovvero senza incontrare resistenze, solo segnando sulla mappa i territori da conquistare.

I soldati mercenari non combattono per un ideale o per la propria patria, ma solo per denaro, perciò si rivelano infedeli, inaffidabili e vili; se possono sembrare inizialmente coraggiosi e disposti a servire un signore, appena giunto il momento della guerra si mostrano codardi e non disposti a morire combattendo. 

Machiavelli sostiene infatti che questi soldati “vogliono bene essere tua soldati mentre che tu non fai guerra, ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene”, ribadendo ancora una volta l’inaffidabilità di questo tipo di milizia che, essendo motivata unicamente dal denaro, cercherà sempre il più possibile di evitare i combattimenti e i rischi e pericoli che essi comportano. 

Inoltre, utilizzando la seconda persona singolare: “tu”, “tua”, “te”, il politico si indirizza direttamente a Lorenzo II de’ Medici, a cui è dedicata l’intera opera, avvertendolo dell’inadeguatezza e pericolosità di servirsi di una truppa mercenaria per il proprio principato, mostrando quindi la chiara funzione pratica e di guida dell’intero trattato. 

Il passo si apre proponendo due opzioni: le milizie proprie e quelle mercenarie, seguendo quello che è lo stile generale dell'intera opera, che procede nel corso dei capitoli per dicotomie, contrapposizioni tra opposti, di cui l’autore ne scarta subito uno o più, per concentrarsi poi sul vero oggetto d’interesse e analisi. 

Così, come nei primi capitoli vengono proposti i tipi di principati, ereditari o nuovi, aggiunti ad uno Stato esistente o interamente nuovi, scartando sempre una delle due opzioni, così in questo brano vengono presentate le due possibilità, scartando momentaneamente le milizie proprie per descrivere quelle mercenarie, che a loro volta vengono suddivise ulteriormente in ausiliarie e miste. Il terzo tipo viene subito scartato, mentre di quelle mercenarie e ausiliarie, ovvero gli eserciti alleati, viene immediatamente detto che sono “inutile e periculose”, per poi focalizzarsi unicamente su quelle mercenarie, di cui vengono descritti la natura e i limiti. 

Risulta quindi chiaro che per Machiavelli è necessario servirsi di milizie proprie per mantenere solido il proprio potere, in quanto se sono i cittadini stessi a combattere per difendere la propria patria, saranno sicuramente più motivati e determinati. 

Ciò dimostra quindi la grande importanza che il politico aveva attribuito all’argomento durante il suo servizio come segretario della Repubblica fiorentina, istituendo l’ordinanza, ovvero la leva dei cittadini, che viene nuovamente riproposta a Lorenzo II de’ Medici. 

Non servirsi di un esercito proprio, fedele e coraggioso, non è tuttavia stato l’unico errore che hanno commesso i principati e le signorie italiane e che ha impedito la formazione di un grande Stato Italiano. Più volte nei capitoli del trattato viene ribadita e sottolineata la peculiarità della situazione italiana, che si trova frammentata e divisa, governata da principi egoisti e incapaci che seguono unicamente i loro interessi privati senza preoccuparsi del bene comune. 

Le critiche che Machiavelli muove contro i governanti del suo tempo sono di non sapere adattare la loro azioni alla situazione che hanno a disposizione, ovvero di non tenere conto della realtà effettuale. Adattarsi alle circostanze significa quindi saper usare al bisogno la forza e l’astuzia, ovvero saper essere sia golpe che lione, in quanto un uomo di potere che sa essere solo uno dei due, è destinato a perire.

È inoltre necessario saper cogliere l’occasione, senza temporeggiare, e approfittando delle occasioni offerte dalla fortuna, agendo energicamente per ottenere ciò che si vuole. 

I “peccati” dei principi dell’epoca consistono dunque in una mancanza di astuzia e capacità politica, più che in un comportamento contrario ai canoni morali né tantomeno religiosi. 

La virtù e i valori, così come i difetti e i peccati, nel “Principe” assumono infatti un significato nuovo, quasi scandaloso per l’epoca, in quanto non coincidono affatto con ciò che viene prescritto dalla religione. Il principe virtuoso non è dunque dotato di misericordia, generosità e bontà, ma di astuzia, intelligenza e scaltrezza, così come non è da condannare un principe che usa la violenza e l’inganno, che vengono descritte anzi come assolutamente necessarie per la formazione e il mantenimento di uno Stato solido. 

Per sostenere le sue teorie, Machiavelli ricorre continuamente ad esempi, tratti dalla storia antica e contemporanea, da imitare e seguire oppure da evitare per non fallire nella propria impresa. 

Nel brano viene appunto riportato l’esempio dell’Italia contemporanea, che si trova in uno stato di rovina a causa dei continui conflitti e invasioni e della mancanza di una figura politica decisa. 

Altri esempi contemporanei a cui l’autore fa più volte ricorso sono l’impresa di Papa Alessandro VI e soprattutto di suo figlio Cesare Borgia, che viene esaltato e considerato come imitabile nel suo tentativo di fondare un grosso stato in Romagna, nonostante il fallimento finale, che fu dovuto -secondo Machiavelli - solo alla mala sorte. 

I modelli per eccellenza tuttavia quelli del passato, perché per Machiavelli “Historia magistra vitae”, ovvero occorre seguire i grandi esempi dell’antichità, considerati come la massima espressione di virtù politica. Fra questi si possono citare Romolo e in generale la storia romana, ma anche grandi condottieri come Ciro o eroi come Teseo. 

Fare riferimento a situazioni concrete e fornire esempi è fondamentale per il fine del trattato, ovvero educare il nuovo principe Lorenzo de’ Medici affinché svolga il proprio compito al meglio e attui una strategia di azione che gli permetta di consolidare il potere appena acquisito. Sono presenti quindi molti appelli e richiami al lettore, come si può osservare nel brano analizzato, che hanno la funzione di stimolare e richiamare l’attenzione. 

Il trattato stesso si apre con una dedica al giovane, e si conclude con un’esortazione finale all’azione, dove viene sostenuto che il  momento sia propizio per costruire un grande Stato italiano, che riporti il popolo italiano a quel valore che comunque non è svanito. 

L’opera nasce quindi da un’esigenza pratica urgente, ovvero quella di definire quali sono le priorità e le caratteristiche fondamentali che il nuovo principe deve avere per consolidare il proprio potere ed espandere il proprio dominio. 

Viene definito dunque il modello di Principe virtuoso, inteso come attento ed energico, pronto a cogliere le occasioni , astuto e prudente, ma pronto altresì ad utilizzare la violenza se necessario, tenendo conto delle circostanze e non lasciandosi cogliere impreparato dagli attacchi della fortuna, che domina gli eventi solo per metà. 

Un’altra finalità fondamentale e non troppo celata del trattato è però anche quella di esporre la qualità e il valore della conoscenza politica dell’autore, facendo leva sulla passata esperienza di segretario della Repubblica fiorentina, nella speranza di ottenere un incarico. 

Dopo la caduta della Repubblica, Machiavelli era stato infatti incarcerato, torturato e successivamente esiliato in campagna. L’impossibilità di partecipare alla vita politica e l’inattività erano per l’autore causa di grande sofferenza, come testimoniano le lettere di corrispondenza con l’amico Francesco Vettori. 

È anche quindi l’ardente desiderio di riacquistare un ruolo nella politica di Firenze che spinge Machiavelli a comporre quella che sarà l’opera di riferimento per i politici delle generazioni successive fino alla nostra. 

Tina Silverio, 3A 2020-21: Donne e beffe nel Decameron - Giornate VII 2 e VIII 10: Peronella e Biancofiore




 

mercoledì 14 aprile 2021

L. Castellucci, 3A 2020-21: Andreuccio, Fiordaliso, Lisabetta, Francesca - Confronti tra le novelle di Boccaccio e tra Dante e Boccaccio

Andreuccio

Andreuccio inizialmente si comporta ingenuamente, prestando poca attenzione ad i suoi 500 fiorini, quasi sfoggiandoli, senza pensare alle conseguenze plausibili delle sue azioni. Viene infatti ingannato una prima volta perdendo le sue ricchezze. 

Si dimostra nuovamente ingenuo in seguito, quando si fa coinvolgere in una rapina da due ladri chiaramente poco affidabili, che cercano a loro volta di ingannarlo. Alla fine del racconto però il personaggio di Andreuccio ha una svolta: il coinvolgimento nel furto avrà anche un risvolto positivo per il protagonista che, essendo stato imbrogliato già più volte ed essendosi trovato in una situazione di smarrimento, comincia ad essere più prudente, facendosi più astuto e furbo, riprendendosi in questo modo le ricchezze perdute nel viaggio. In questo modo però ha una perdita dal punto di vista della rettitudine e dell’etica. 

Andreuccio quindi trova sempre una via d’uscita dalle situazioni problematiche incontrate nel suo viaggio grazie al caso, ma infine prende consapevolezza e diventa più astuto per risollevarsi dalle sventure accadute quella notte. Facendo ciò dovrà mettere da parte la morale, che inizialmente invece segue e a cui resta fedele. 

A mio parere Andreuccio ha fatto una grande evoluzione in questo suo viaggio, imparando ad usare l’ingegno per non farsi più prendere in giro e ingannare da nessuno. Ha fatto una conquista, maturando e essendo più consapevole di ciò che accade attorno a lui.

Trovo che a volte sia necessario mettere da parte la morale per non farsi calpestare da qualunque persona, come in questo caso, purché non si faccia del male a nessuno. 

Lisabetta e Fiordaliso

Se dovessimo confrontare la figura femminile della novelle di Andreuccio da Perugia con quella della novella di Lisabetta da Messina, noteremmo subito una grande lontananza tra i due personaggi. 

Da una parte abbiamo madonna Fiordaliso, una prostituta siciliana che utilizza la sua bellezza e la sua astuzia per raggiungere i suoi obbiettivi, senza essere influenzata da emozioni. È infatti una donna maliziosa, che spesso inganna le persone per ottenere da loro qualcosa. Questo personaggio femminile, quindi, non segue una morale, al contrario è indipendente e si sente libero di fare quello che vuole, anche cose eticamente sbagliate.

Dall’altra parte troviamo la figura di Lisabetta, una giovane e nubile ragazza che vive sottomessa dai suoi tre fratelli, a cui deve continuamente obbedire e con cui non riesce quasi a dialogare. La ragazza, nella novella in questione, è totalmente travolta dal sentimento amoroso verso Lorenzo, e proprio per questo sentimento, non compreso dai perfidi fratelli, soffrirà tanto. Questo personaggio non manifesta mai i suoi sentimenti a parole, ma con i gesti, come il pianto. Tende dunque a tenere tutte le emozioni dentro di sé, chiudendosi in se stessa. Inoltre Lisabetta, seguendo l’istinto e la pulsione del suo amore per Lorenzo, va contro la morale dei fratelli, che cercano di reprimere il sentimento tra i due giovani per ragioni economiche e sociali. 


Lisabetta e Francesca

Confrontando invece la storia d’amore tra Paolo e Francesca con quella di Lorenzo e Lisabetta, notiamo alcune affinità e altre differenze. Gli innamoramenti avvenuti all’interno di entrambe le coppie vengono visti come degli sbagli dagli altri personaggi delle due storie, che tentano di reprimere i sentimenti dei giovani con la violenza e con l’ingiustizia:, per questo inizialmente entrambe le relazioni tra gli amanti vengono tenute segrete. 

Una differenza la possiamo invece notare nei motivi che spingono gli altri personaggi della storia a reprimere l’amore tra i giovani: l’amore tra Lisabetta e Lorenzo viene represso per motivi economici, in quanto lui provenie da una famiglia modesta.

Paolo e Francesca invece sono una coppia adulterina, e quindi inoltre ciò che spinge Gianciotto ad ucciderli è il sentimento di gelosia e la rabbia nel vederli amoreggiare. 

Possiamo osservare una differenza anche nello svolgimento delle due vicende: l’amante di Lisabetta viene ucciso dai fratelli di lei, che la ingannano, costringendola così a soffrire terribilmente per amore fino alla sua morte, che avviene in seguito per cause naturali. Paolo e Francesca invece vengono uccisi insieme dal fratello di lui, Gianciotto, così nessuno dei due dovrà sentire la mancanza dell’altro, come è stato per Lisabetta verso Lorenzo.


martedì 13 aprile 2021

S. Gardini, 3A 2020-21: la X novella dell'VIII giornata del Decamerone - Salabaetto e Biancofiore

Riassunto: nella decima novella dell’ottava giornata si racconta di come venne imbrogliata una donna che abitualmente imbrogliava gli altri.
La storia si svolge a Palermo e il protagonista è il giovane mercante Nicola da Cignano, detto Salabaetto, arrivato da Firenze a Palermo con molte stoffe del valore di 500 fiorini. Registrate le merci in dogana e lasciate in un magazzino, il giovane mercante va in città a divertirsi e lì incontra una di quelle donne, Biancofiore, abituate a fingere amore per imbrogliare i mercanti. Infatti Biancofiore, sentito delle stoffe e del loro valore, fa finta di essere innamorata di Salabaetto, che cade subito nel tranello senza sospettare nulla. A lungo i due si incontrano, fino a che un giorno Biancofiore si presenta da Salabaetto piangendo e dicendo che se non manderà a suo fratello mille fiorini, gli sarà tagliata la testa. Salabaetto, completamente innamorato di lei, le da subito i suoi 500 fiorini, senza sospettare nulla della truffa. 
Ma dal giorno successivo Biancofiore non è più così accogliente e soprattutto non gli restituisce mai i suoi 500 fiorini. Allora Salabaetto, intuito l’inganno, va a Napoli da Pietro del Canigiano, suo amico, che lo aiuta a organizzare la vendetta. 
Fa infatti preparare venti botti di olio e molte balle e le manda con 
Salabaetto di nuovo a Palermo, annunciando che poi ne sarebbero arrivate altre, per un totale di 5.000 fiorini. 
Biancofiore viene subito a sapere la notizia e, pensando di aver ricavato poco dal suo inganno, fa richiamare Salabaetto, gli restituisce i passati 500 fiorini e gli dichiara di nuovo grande amore. Salabaetto finge di crederci perché vuole vendicarsi dell’inganno di Biancofiore. Infatti dopo poco che si frequentano di nuovo, Salabaetto va da lei fingendo una catastrofe e le dice che la sua merce, in arrivo da Oriente, è stata presa da dei pirati e che ha perciò bisogno di mille fiorini per riscattarla. Biancofiore fa finta di proporgli una persona che prestava denaro a usura (in realtà è lei stessa) e gli dà mille fiorini, ricevendo in cambio in garanzia la merce contenuta nei magazzini. 
Salabaetto se ne va con i suoi mille fiorini e Biancofiore capisce dopo poco di essere stata ingannata: infatti apre le botti e trova non olio ma acqua marina e non stoffe ma “capecchio”. Così, sconsolata, dice a se stessa: chi ha a che fare con un toscano, non può essere cieca.

Commento: Il senso di questa novella sembra essere quello del “chi la fa, l’aspetti”, cioè che chi imbroglia deve aspettarsi di essere imbrogliato prima o poi. 
Inoltre, anche in questa novella, come in altre, vengono descritte donne pronte ad imbrogliare e a fingere grandi amori pur di ottenere denaro o fortuna, ma questo è sempre narrato con una grande leggerezza, come se fosse normale ai tempi. Non si capisce se per Boccaccio sia un modo per farci capire quanto fossero furbe le donne, e quindi un modo per esprimere un giudizio negativo, o se al 
contrario voglia dirci che erano furbe, intelligenti e forse anche indipendenti, sottolineando un aspetto certamente originale per i suoi tempi. 
La figura di Salabaetto è invece certamente più comune di altre: è un giovane mercante ingenuo che dal Nord arriva al Sud e si trova ad affrontare gli inganni della vita, ma che in questo caso si fa più furbo di chi pensava di ingannarlo.

Asia Monteleone, 3A 2020-21: La condizione della donna dall'Antichità a oggi




 












lunedì 12 aprile 2021

B. Monteleone, 3A 2020-21: la II novella della VII giornata del Decamerone - Peronella


 

Sara Pagnozzi, 3A 2020-21: La novella dei due Guglielmi, Decameron IV 9

 Guglielmo Rossiglione fa mangiare alla moglie il cuore di Guglielmo Guardastagno, da lui ucciso perché da lei amato. Quando la donna scopre quale cibo le è stato propinato, si getta da una finestra ed è sepolta con il suo amante.

  • In Provenza vissero un tempo due nobili cavalieri, Guglielmo Rossiglione e

           Guglielmo Guardastagno, entrambi signori di castelli e di vassalli.

  • Erano grandi amici ed eccellevano nell’esercizio delle armi e, infatti, avevano l’abitudine di partecipare insieme a ogni torneo e a ogni occasione in cui potevano mettere in mostra la loro abilità.

  • Nonostante la solida amicizia che li univa, successe che il Guardastagno si innamorò perdutamente della bellissima moglie del Rossiglione. 

  • Il cavaliere innamorato trovava mille pretesti per presentarsi al castello dell’amico e faceva di tutto perché la donna si accorgesse di quel suo sentimento. 

  • Quando lei lo comprese, cominciò a vedere quel gentiluomo sotto un’altra luce e finì con l'innamorarsi perdutamente di lui, al punto da volere che lui stesso si facesse avanti in modo esplicito.

  • Ben presto, quell’amore divenne per entrambi una fonte di grandi e frequenti piaceri concreti.

  • Dal momento che la passione fece loro dimenticare la prudenza, il Rossiglione venne presto a conoscenza di quella storia adultera e si sdegnò moltissimo per quel doppio tradimento. 

  • L’amicizia e l’affetto che provava per il Guardastagno si tramutarono ben presto in odio. Ma, nonostante avesse già deciso di fargliela pagare con la vita, il cavaliere tradito pensò bene di tenere nascosto il suo stato d’animo.

  • L’occasione per la sua vendetta si presentò quando in Francia fu bandito un grandioso torneo. Il Rossiglione mandò a dire al Guardastagno di raggiungerlo appena possibile, per parlare dell'importante gara.

  • L’altro gli rispose con entusiasmo che l’indomani sarebbe senz’altro andato a

cenare da lui.

  • Il Rossiglione pensò che fosse giunto il momento opportuno per ucciderlo, così il giorno seguente decise di tendergli un agguato nel bosco dove sarebbe dovuto passare per forza per recarsi al castello dell’amico. 

  • Dopo averlo atteso a lungo, finalmente lo avvistò e vide che sia lui sia i due servi al suo seguito erano disarmati. 

  • Lo lasciò avvicinare, poi, con la lancia alzata per colpire, si avventò su di lui. 

Il Guardastagno, dopo esser stato trapassato dalla lancia, cadde al suolo e in pochi attimi morì.

  • A quel punto, il Rossiglione con un coltello gli squarciò il torace e a mani nude gli strappò il cuore, che poi consegnò, avvolto nella banderuola della lancia, a uno dei suoi uomini.

  • Intimò a tutti di non fare parola di quanto era successo e tornò nel suo castello.

  • Sua moglie, sapendo che l’amante quella sera era stato invitato a cena, si meravigliò molto nel vedere che suo marito era tornato solo. 

  • Domandò quindi al Rossiglione perché mai il Guardastagno non fosse ancora arrivato e questo rispose che non poteva essere presente quella sera.

  • La notizia non fece certo piacere alla donna, che tuttavia seppe dissimulare la

            propria delusione.

  • Il cavaliere fece allora chiamare un cuoco, gli ordinò di cucinare il cuore del Guardastagno nella maniera migliore e di servirlo in una ciotola d’argento. 

  • Il cuoco, obbedendo agli ordini del signore, lo sminuzzò, lo insaporì con abbondanti spezie e ne fece un piatto delizioso. 

  • Quando fu arrivata l’ora di cena, Guglielmo si mise a tavola con la moglie.

  • Preoccupato com’era per il delitto che aveva compiuto, delle prime portate mangiò poco o nulla. Quando arrivò la pietanza preparata con il cuore, ordinò di metterla davanti alla moglie.

  • La moglie, a cui non mancava l’appetito, lo assaggiò e, siccome era saporito, lo mangiò tutto di gran gusto.

  • Terminata la cena, l’uomo confessò alla moglie che quello che aveva mangiato era il cuore di colui che, da sgualdrina quale era, aveva tanto amato. 

  • Disse anche, che era stato lui stesso a strapparglielo dal petto a mani nude. 

  • Udite queste parole, la donna rimase impietrita per un bel po’, poi disse al marito che si era reso protagonista di un’azione ingiusta e malvagia e che era stata lei, senza essere minimamente forzata, ad amare il cavaliere e a recare oltraggio al marito. 

  • Disse inoltre che le aveva fatto mangiare il cibo più nobile che ci potesse essere: il cuore di un cavaliere tanto valoroso e tanto virtuoso quanto lo era stato Guglielmo Guardastagno. 

  • Detto ciò si alzò in piedi e, con fredda determinazione, si gettò da una finestra che era alle sue spalle e che si trovava a grande altezza da terra. 

  • Messer Guglielmo, vedendo questa scena, si turbò molto e, temendo la punizione della gente e del conte di Provenza, fatti sellare i cavalli, fuggì. 

  • La mattina seguente gli abitanti dei due castelli, con grandissimo dolore e pianto, presero i corpi dei due amanti e li portarono nella chiesa del castello di lei, dove furono deposti in un unico sepolcro. 

  • Un poeta anonimo scrisse poi alcuni versi che furono riportati come epitaffio sul sarcofago, perché chiunque potesse sapere chi fossero i due defunti e perché avessero perso la vita. 



COMMENTO

La nona novella, raccontata durante la quarta giornata del Decameron, ha per protagonisti due nobili cavalieri, Guglielmo Rossiglione e Guglielmo Guardastagno, e una giovane donna, moglie del Rossiglione. Quest’ultima è vittima di una pressione maschile, quella del marito, perché ha violato le leggi maschili dell’amore ed è andata contro le regoli morali imposte dalla società dell’epoca, pretendendo di poter scegliere lei chi amare. 

Visto che a quei tempi i matrimoni erano combinati, la donna non aveva il diritto di sposare l’uomo di cui era realmente innamorata. Per questo, nel momento in cui la moglie del Rossiglione sceglie come amante il Guardastagno, per la prima volta è libera di prendere una scelta dettata dal cuore e dal sentimento.

La donna, dunque, è schiacciata tra l’amore, che prova per il suo amato, e le regole morali della società.

L’omicidio compiuto da Guglielmo Rossiglione è terribilmente efferato e brutale: il cavaliere tradito, infatti, non si limita ad uccidere l’amante di sua moglie, ma gli strappa il cuore dal petto e lo fa mangiare a sua moglie. 

Dimostrando tutta questa violenza e crudeltà, il cavaliere finisce con il passare dalla parte della ragione alla parte del torto, perché assume un atteggiamento che va contro natura.

La novella si conclude in modo tragico, perché l’unico modo che la donna ha per affermare la sua volontà è il suicidio, dato che in questo nessuno può impedirle di scegliere per la sua vita. 

Alla fine i due amanti ottengono ciò che è stato loro negato: non hanno potuto vivere il loro amore, ma, dal momento che vengono seppelliti insieme, insieme potranno stare per l’eternità.


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