mercoledì 21 aprile 2021

Maddalena Bonifacci, 4H 2020-21: Il Principe di Machiavelli a partire dall'analisi del cap. XII

Di quanti siano i generi di milizie e delle milizie mercenarie 


Nel capitolo XII del Principe, Machiavelli affronta il tema delle milizie di cui occorre servirsi per proteggere il principato. Nel brano, si concentra sull’impiego delle milizie mercenarie, descrivendolo come inadeguato ed attribuendogli anzi la causa della rovina dell’Italia. 

Le truppe mercenarie non riuscirono infatti a far fronte all’avanzata del re di Francia Carlo VIII, che “prese l’Italia col gesso”, ovvero senza incontrare resistenze, solo segnando sulla mappa i territori da conquistare.

I soldati mercenari non combattono per un ideale o per la propria patria, ma solo per denaro, perciò si rivelano infedeli, inaffidabili e vili; se possono sembrare inizialmente coraggiosi e disposti a servire un signore, appena giunto il momento della guerra si mostrano codardi e non disposti a morire combattendo. 

Machiavelli sostiene infatti che questi soldati “vogliono bene essere tua soldati mentre che tu non fai guerra, ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene”, ribadendo ancora una volta l’inaffidabilità di questo tipo di milizia che, essendo motivata unicamente dal denaro, cercherà sempre il più possibile di evitare i combattimenti e i rischi e pericoli che essi comportano. 

Inoltre, utilizzando la seconda persona singolare: “tu”, “tua”, “te”, il politico si indirizza direttamente a Lorenzo II de’ Medici, a cui è dedicata l’intera opera, avvertendolo dell’inadeguatezza e pericolosità di servirsi di una truppa mercenaria per il proprio principato, mostrando quindi la chiara funzione pratica e di guida dell’intero trattato. 

Il passo si apre proponendo due opzioni: le milizie proprie e quelle mercenarie, seguendo quello che è lo stile generale dell'intera opera, che procede nel corso dei capitoli per dicotomie, contrapposizioni tra opposti, di cui l’autore ne scarta subito uno o più, per concentrarsi poi sul vero oggetto d’interesse e analisi. 

Così, come nei primi capitoli vengono proposti i tipi di principati, ereditari o nuovi, aggiunti ad uno Stato esistente o interamente nuovi, scartando sempre una delle due opzioni, così in questo brano vengono presentate le due possibilità, scartando momentaneamente le milizie proprie per descrivere quelle mercenarie, che a loro volta vengono suddivise ulteriormente in ausiliarie e miste. Il terzo tipo viene subito scartato, mentre di quelle mercenarie e ausiliarie, ovvero gli eserciti alleati, viene immediatamente detto che sono “inutile e periculose”, per poi focalizzarsi unicamente su quelle mercenarie, di cui vengono descritti la natura e i limiti. 

Risulta quindi chiaro che per Machiavelli è necessario servirsi di milizie proprie per mantenere solido il proprio potere, in quanto se sono i cittadini stessi a combattere per difendere la propria patria, saranno sicuramente più motivati e determinati. 

Ciò dimostra quindi la grande importanza che il politico aveva attribuito all’argomento durante il suo servizio come segretario della Repubblica fiorentina, istituendo l’ordinanza, ovvero la leva dei cittadini, che viene nuovamente riproposta a Lorenzo II de’ Medici. 

Non servirsi di un esercito proprio, fedele e coraggioso, non è tuttavia stato l’unico errore che hanno commesso i principati e le signorie italiane e che ha impedito la formazione di un grande Stato Italiano. Più volte nei capitoli del trattato viene ribadita e sottolineata la peculiarità della situazione italiana, che si trova frammentata e divisa, governata da principi egoisti e incapaci che seguono unicamente i loro interessi privati senza preoccuparsi del bene comune. 

Le critiche che Machiavelli muove contro i governanti del suo tempo sono di non sapere adattare la loro azioni alla situazione che hanno a disposizione, ovvero di non tenere conto della realtà effettuale. Adattarsi alle circostanze significa quindi saper usare al bisogno la forza e l’astuzia, ovvero saper essere sia golpe che lione, in quanto un uomo di potere che sa essere solo uno dei due, è destinato a perire.

È inoltre necessario saper cogliere l’occasione, senza temporeggiare, e approfittando delle occasioni offerte dalla fortuna, agendo energicamente per ottenere ciò che si vuole. 

I “peccati” dei principi dell’epoca consistono dunque in una mancanza di astuzia e capacità politica, più che in un comportamento contrario ai canoni morali né tantomeno religiosi. 

La virtù e i valori, così come i difetti e i peccati, nel “Principe” assumono infatti un significato nuovo, quasi scandaloso per l’epoca, in quanto non coincidono affatto con ciò che viene prescritto dalla religione. Il principe virtuoso non è dunque dotato di misericordia, generosità e bontà, ma di astuzia, intelligenza e scaltrezza, così come non è da condannare un principe che usa la violenza e l’inganno, che vengono descritte anzi come assolutamente necessarie per la formazione e il mantenimento di uno Stato solido. 

Per sostenere le sue teorie, Machiavelli ricorre continuamente ad esempi, tratti dalla storia antica e contemporanea, da imitare e seguire oppure da evitare per non fallire nella propria impresa. 

Nel brano viene appunto riportato l’esempio dell’Italia contemporanea, che si trova in uno stato di rovina a causa dei continui conflitti e invasioni e della mancanza di una figura politica decisa. 

Altri esempi contemporanei a cui l’autore fa più volte ricorso sono l’impresa di Papa Alessandro VI e soprattutto di suo figlio Cesare Borgia, che viene esaltato e considerato come imitabile nel suo tentativo di fondare un grosso stato in Romagna, nonostante il fallimento finale, che fu dovuto -secondo Machiavelli - solo alla mala sorte. 

I modelli per eccellenza tuttavia quelli del passato, perché per Machiavelli “Historia magistra vitae”, ovvero occorre seguire i grandi esempi dell’antichità, considerati come la massima espressione di virtù politica. Fra questi si possono citare Romolo e in generale la storia romana, ma anche grandi condottieri come Ciro o eroi come Teseo. 

Fare riferimento a situazioni concrete e fornire esempi è fondamentale per il fine del trattato, ovvero educare il nuovo principe Lorenzo de’ Medici affinché svolga il proprio compito al meglio e attui una strategia di azione che gli permetta di consolidare il potere appena acquisito. Sono presenti quindi molti appelli e richiami al lettore, come si può osservare nel brano analizzato, che hanno la funzione di stimolare e richiamare l’attenzione. 

Il trattato stesso si apre con una dedica al giovane, e si conclude con un’esortazione finale all’azione, dove viene sostenuto che il  momento sia propizio per costruire un grande Stato italiano, che riporti il popolo italiano a quel valore che comunque non è svanito. 

L’opera nasce quindi da un’esigenza pratica urgente, ovvero quella di definire quali sono le priorità e le caratteristiche fondamentali che il nuovo principe deve avere per consolidare il proprio potere ed espandere il proprio dominio. 

Viene definito dunque il modello di Principe virtuoso, inteso come attento ed energico, pronto a cogliere le occasioni , astuto e prudente, ma pronto altresì ad utilizzare la violenza se necessario, tenendo conto delle circostanze e non lasciandosi cogliere impreparato dagli attacchi della fortuna, che domina gli eventi solo per metà. 

Un’altra finalità fondamentale e non troppo celata del trattato è però anche quella di esporre la qualità e il valore della conoscenza politica dell’autore, facendo leva sulla passata esperienza di segretario della Repubblica fiorentina, nella speranza di ottenere un incarico. 

Dopo la caduta della Repubblica, Machiavelli era stato infatti incarcerato, torturato e successivamente esiliato in campagna. L’impossibilità di partecipare alla vita politica e l’inattività erano per l’autore causa di grande sofferenza, come testimoniano le lettere di corrispondenza con l’amico Francesco Vettori. 

È anche quindi l’ardente desiderio di riacquistare un ruolo nella politica di Firenze che spinge Machiavelli a comporre quella che sarà l’opera di riferimento per i politici delle generazioni successive fino alla nostra. 

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