Marco Santagata delinea un ritratto di uno dei più grandi autori della letteratura italiana, Francesco Petrarca, estremamente diverso da quello che ognuno di noi si aspetterebbe.
Un tempo, fin verso i quaranta, l’illustre poeta, puntualmente, si svegliava due ore prima dell’alba e operoso e voglioso si precipitava al tavolo di lavoro.
Il tempo allora non gli passava mai, lo trascorreva leggendo e rileggendo le opere dei grandi latini, scrivendo un grandioso numero di opere poetiche, storiche, morali, enciclopediche, di lettere, invettive e orazioni auliche e originali.
Di quel fervore era rimasto ben poco: alzarsi dal letto la mattina era diventata un'impresa assai ardua, e la sua mente, vuota di stimoli, non lo contrastava.
Non provava più la voglia di esplorare strade nuove, di evadere da quella sua quotidianità così monotona, di sperimentare cose nuove; non aveva neppure la forza, o forse la voglia, di svegliarsi da quel torpore, che rendeva grigie tutte le sue giornate, e di riprendere in mano la sua vita.
Eppure la sua produttività non era diminuita, anzi, era addirittura cresciuta. I suoi scritti riscuotevano sempre grande successo e venivano accolti come avvenimenti da commentare, discutere, elogiare in pubblico e in privato.
Probabilmente, si diceva, i suoi estimatori non erano del tutto sinceri, o quanto meno, nelle nuove opere applaudivano ancora le opere vecchie, perchè “gli uomini sono un gregge privo di discernimento, guidato per lo più dalla campanella della fama e del sentito dire, un gregge belante dietro ai valori consacrati”.
E come se non bastasse, all’astio che provava nei confronti della vita, si era aggiunto il rifiuto di misurarsi con il proprio decadimento fisico: si muoveva lentamente, ogni piccolo movimento gli provocava dolore, non si curava più della sua persona, era tormentato costantemente dai suoi disturbi intestinali e dalla acidità di stomaco, che testimoniavano la sua sofferenza fisica, oltre che psicologica.
Era in quei momenti di grande afflizione che riaffioravano i suoi ricordi più dolorosi, che, a volte, scatenavano tutta la sua ira, altre volte, gli procuravano un tale dispiacere, da farlo sciogliere in un pianto silenzioso.
Sentiva il bisogno di avere qualcuno al suo fianco, che si prendesse cura di lui, ma era rimasto solo come un “bambino abbandonato”, desideroso di carezze e amore.
L’epidemia di peste non solo gli aveva portato via la sua amata, Laura, ma anche suo figlio Giovanni e il suo amato nipotino, Franceschino, che amava immensamente e in cui aveva riposto la speranza di una discendenza.
A peggiorare la situazione, c’era stata la fuga improvvisa e inaspettata del suo fedele copista, Giovanni Malpaghini, che gli aveva provocato un dolore insopportabile.
Da questa descrizione di Marco Santagata traspare tutta l’umanità, la fragilità, il turbamento, la sofferenza di un’uomo così straordinario, che si ritrova da solo, ad affrontare, o meglio ad attendere, il sopraggiungere inevitabile della morte:
“Da giovane pensava alla vecchiaia come a un'età piena, un grande contenitore nel quale si ammassano tutte le esperienze di una vita e nel quale il vecchio può infilare le mani per estrarne, a suo piacere, questo o quel pezzo, godendo di una totale padronanza del vissuto. Adesso gli venivano i lucciconi ogni volta che si rendeva conto di quanto la vecchiaia fosse diversa da come se l’era immaginata. Altro che tutto pieno. Era una perdita continua, disordinata, causale. Il mondo rimpiccioliva e la vita si abbreviava fino a coincidere con un vuoto presente”.
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