lunedì 7 giugno 2021

Il Decameron della 3A 2020-21: Il progetto

Per leggere l'ebook: https://read.bookcreator.com/AxBSCMzQY2g952qHEG4h0GqVmFj2/22iGtYiyRO-aT3Y-q3HfgQ

Il nostro “ventinovelle”

Stavamo riassumendo e commentando in classe le novelle di Boccaccio rielaborate da Bianca Pitzorno nel suo Dame, mercanti e cavalieri, quando si alzò tra le alunne della 3A del Liceo delle Scienze Umane “Laura Bassi” di Bologna una mano:
- Prof, e se inventassimo il nostro Decameron?
- Che cosa vuoi dire?
- Potremmo inventare anche noi delle novelle, e raccontarcele in classe.
L’idea mi parve bellissima – come rifiutare del resto un invito che viene, per una volta, direttamente dagli alunni? - ma occorreva strutturarla un po’ più puntualmente, facendola rientrare nel quadro disciplinare. Ci poteva essere in gioco una conoscenza di Boccaccio che permettesse di interiorizzarne temi e problematiche, ma soprattutto l’educazione alla complessità, al pluralismo di punti di vista e all’ascolto. 
Questo libro nasce da quella prima proposta: la classe scelse otto temi intorno ai quali incentrare le novelle (la paura, il dolore, l’amore, il caso, mondi fantastici, avventure di teen-agers, l’amicizia, storie divertenti) e ogni alunna si candidò a idearne una. Poi organizzammo le narrazioni – sul modello boccacciano – in modo che si sviluppassero dagli argomenti più cupi a quelli più rassicuranti e gioiosi e ci demmo un calendario.
Ogni settimana doveva infatti corrispondere all’incirca a una tematica: le narratrici mi avrebbero inviato la versione scritta del loro racconto, che nei giorni successivi avrebbero narrato oralmente alla classe.
Inizialmente si era pensato di filmare le performances, per poi raggrupparle in brevi video-clip, che ne includessero quattro o cinque, fino a realizzare una sorta di breve serie del Decameron di classe. Purtroppo, ci si misero di mezzo la pandemia e la didattica a distanza: solo pochissime di quelle esposizioni poterono essere realizzate in presenza, e per giunta con tutta la serie di barriere igieniche che, se doverosamente proteggevano la salute, certamente impedivano un contatto più diretto e umano.
La gran parte delle narrazioni, invece, si tenne a distanza: da un canto, ciò ribadiva l’isolamento in cui tutti vivevamo in quel periodo, dall’altro però ci consentì di continuare a comunicare e a scambiarci idee anche quando sembrava più difficile farlo. Come in una galleria di ritratti di famiglia, conserviamo i volti, le voci, le interruzioni, l’emozione, la sfida a superare la timidezza e l’occhio vuoto della telecamera…
Uno specchio in cui le venti narratrici potranno riguardarsi soddisfatte, spero, sia ora, sia forse tra qualche anno: di seguito nel blog i quattro videoclip realizzati.
Alla fine, comunque, ci parve bello avere anche una versione scritta dell’opera, che assieme abbiamo appunto raccolto in questo e-book: ottenuta un’adeguata piattaforma digitale, ogni alunna vi ha caricato la propria novella, che io avevo precedentemente revisionato, rispettando l’ordine stabilito, e imparando a valorizzarla graficamente in modo che fosse – almeno ce lo auguriamo – accattivante per i lettori.
Anche le tavole che arricchiscono i racconti sono opera della mano, della creatività e della fantasia di alcune delle studentesse.
Ne è saltata fuori una ricca attività di Percorsi per Competenze Trasversali e Orientamento (PCTO), in cui in effetti le capacità espressive di story telling e story writing (potenziate anche con incontri specialistici) si sono intrecciate con alcune basilari grafiche e digitali, ma soprattutto con quelle di lavoro in team e di costruttiva interrelazione.
Otto temi, venti novelle, tre mesi di narrazioni: se, come crede Boccaccio, la PAROLA può salvare, noi ci abbiamo provato.

Bologna, 1 giugno 2021

Maria Raffaella Cornacchia

Il Decameron della 3A 2020-21: Paura e Dolore (1)

 

Le novelle ideate dalle alunne della 3A del Liceo delle Scienze Umane "Laura Bassi" di Bologna, riunite in florilegio per temi.





Il Decameron della 3A 2020-21: Storie divertenti e avventure di teenagers (2)

 

Le novelle ideate dalle alunne della 3A del Liceo delle Scienze Umane "Laura Bassi" di Bologna, riunite in florilegio per temi.



Il Decameron della 3A 2020-21: Amore e amicizia (3)

 

Le novelle ideate dalle alunne della 3A del Liceo delle Scienze Umane "Laura Bassi" di Bologna, riunite in florilegio per temi.



Il Decameron della 3A 2020-21: Caso e mondi fantastici (4)

Le novelle ideate dalle alunne della 3A del Liceo delle Scienze Umane "Laura Bassi" di Bologna, riunite in florilegio per temi.




sabato 5 giugno 2021

Greta Cricca, 4H 2020-21: La foresta di Saron per noi

 La foresta, “teatro della propria coscienza”

Il critico Franco Tomasi nel brano tratto dall’introduzione al canto XIII della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, stabilisce un raffronto tra la foresta di Saron e il Palazzo incantato di Atlante, mettendo in luce la diversità dell’atmosfera di tali luoghi magici. Entrambi sono luoghi simbolici che rappresentano la psiche dei personaggi. La foresta di Saron è un vero e proprio spaventoso teatro della coscienza e del valore, come afferma Tomasi, che mostra agli occhi di coloro che entrano le loro paure e le loro debolezze  tanto temute. Nel XIII canto, infatti, Tancredi sente parlare gli alberi che una volta tagliati emettono la voce della sua amata defunta Clorinda: una forte corrispondenza con il canto XIII dell’Inferno di Dante. 

Per quanto riguarda il Palazzo di Atlante, invece, al suo interno i cavalieri trovano gli oggetti del desiderio. Ancora una volta l'inconscio è messo a dura prova, però  in questo caso ciò che fugge non è più l’osservatore, bensì l'oggetto del desiderio, con una fuga caratterizzata dalla sorridente bonarietà di Ariosto. Tomasi nel suo testo cita a sua volta un altro critico, Raimondi, che osserva come “al centro del poema si profili l’immagine di un cosmo negativo e ostile…”. Tale citazione è condivisa da Tomasi, poichè dice che queste sono le parole del critico che meglio ha saputo cogliere la centralità dell’episodio della foresta di Saron, quasi affermando la sua posizione di inferiorità di fronte ad un maestro più grande, dal quale si può cogliere un insegnamento. Raimondi sostiene quindi che al centro del poema si può osservare rappresentata la realtà del cosmo, che si rivela negativo e ostile, caratterizzato da uomini o mostri che tormentano l’unità della coscienza e del regno di Dio. Il cammino verso la dimensione spirituale è quindi una vera e propria sfida, che l’uomo deve intraprendere contro la realtà nella quale lui stesso vive, un’iniziazione attraverso ciò che più contamina il cosmo e una battaglia contro gli uomini che dilaniano Dio e la sua percezione.


Laura Liguori, 4H 2020-21: Il significato del bosco di Saron per noi

Il critico Tomasi analizza il canto XIII della Gerusalemme Liberata cercando di dare una spiegazione più profonda al concetto della foresta di Saron, e paragonandola al palazzo di Atlante. Se nell'Orlando Furioso Ariosto muoveva i suoi personaggi all'interno di un lussuoso labirinto di "vanità" che rappresentava la loro "gabbia" dei desideri, Tasso sistema i suoi eroi all’interno di un cupo bosco, spaventoso "teatro della loro coscienza", che li lascia in balia delle loro più grandi angosce.

Più in generale però possiamo dire che l’intero poema di Tasso gira intorno ad un senso di inquietudine e minaccia: vediamo infatti la presenza del diavolo e delle forze del male che agiscono dietro i Musulmani, come se la vita fosse percepita sotto il segno della paura e del male. Tomasi nota inoltre come Tancredi, nonostante sapesse che le voci che sentiva provenire dagli alberi erano false, non sia riuscito a trattenersi e abbia deciso di fuggire: in proposito cita le parole del critico Raimondi, che a sua detta è “colui che ha meglio saputo cogliere la centralità dell’episodio della foresta di Saron”, secondo il quale il mondo rappresentato da Tasso è negativo e ostile e il cammino verso la dimensione spirituale non è altro che un viaggio per l’eliminazione di tutte quelle persone che contaminano e minacciano la coscienza umana e il regno di Dio.

Ciò significa che il bosco di Saron, che in realtà rappresenta il mondo intero, è influenzato dal male e che anche anche se noi, proprio come Tancredi, sappiamo cosa sarebbe giusto o sbagliato, rischiamo di farci suggestionare e commettere sbagli per poi “scappare”, cioè uscire dalla retta via, senza portare a termine il nostro compito, che è di realizzare una vita senza peccato che ci conduca in Paradiso.

venerdì 4 giugno 2021

Bianca Bolognini, 4H 2020-21: La foresta tassiana, “teatro della propria coscienza”


Il brano, tratto dall’introduzione del critico Franco Tomasi al canto XIII della Gerusalemme liberata, si apre con un paragone o meglio con un raffronto tra la selva di Saron, descritta da Tasso, e il Castello di Atlante di Ariosto.

Al contrario dei personaggi di Ariosto, che girano a vuoto mossi da una “sorridente bonarietà”, come sostiene il critico, e vedono il Castello di Atlante come un teatro delle loro passioni, dei loro desideri, un luogo dunque positivo, dal quale non si vuole scappare e in cui la beatitudine regna, la selva di Saron è uno “spaventoso teatro della propria coscienza”.

Infatti qui i personaggi incontrano, in maniera amplificata, le proprie paure e le proprie debolezze,  non sono messi dunque di fronte alle loro bramosie, ma a ciò che più temono.

Nela selva si nasconde dunque un labirinto interiore, in cui un personaggio, in questo caso Tancredi, si addentra, senza poter più scappare.

La differenza dei due luoghi si può anche notare dallo stile descrittivo e dal linguaggio utilizzato.

Se Ariosto predilige aggettivi che trascinano il lettore verso sentimenti di gioia, serenità e di amore, Tasso si abbandona invece a descrizioni di elementi sinistri e funebri, resi ancora più spaventosi e tremendi dalla presenza di un forte fruscio di vento, che lascia trasparire il ricordo dell’Inferno di Dante. 


Nella seconda parte del testo, invece, il critico inserisce una citazione di Raimondi, un altro critico, con il quale concorda pienamente, tant’è che lo definisce come colui “che meglio ha saputo cogliere la centralità dell’episodio della foresta di Saron”.

Raimondi sostiene appunto che l’essenza del poema lascia immaginare un ambiente negativo e ostile. 

In questo modo la via verso il bene e il sacro comincia con un assaggio di ciò che lo contamina e lo ostacola, come se per raggiungere la propria felicità interiore e la propria tranquillità si dovesse per forza passare per quella che è la sofferenza e il rimorso.

Questo si potrebbe interpretare come una sorta di condizione posta da Dio: per stare bene con sé stessi e per godere di una vita che ci soddisfi a pieno, senza elementi negativi che la condizionino, bisognerà sempre imparare a superare, nel migliore dei modi, con coraggio e disciplina, le proprie difficoltà e i drammi e i vissuti che ci portiamo dietro.


Yeison Bosco, 4H 2020-21: La Déclaration des droits de l’homme et du citoyen

   Pour faire remarquer les idées novatrices nées pendant la Révolution, le tiers état, désireux d'être considéré égal à l’aristocratie et au clergé, a décidé en 1789 de les rédiger dans un texte de portée universelle, la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen. Ce texte s'inspire à la Constitution américaine et aux pensées des Lumières. Au fil des années, cette déclaration a été considérée comme la première dans laquelle les fondements des droits de l'homme ont été affirmés. De plus, elle a détruit la pensée absolutiste en vigueur jusqu'à présent.

    Mais en quoi cette déclaration constitue-t-elle une rupture avec les principes de la monarchie absolue ? Cette rupture a-t-elle était complète ?

    La réponse peut être formulée à partir d’une lecture approfondie de la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, en mettant en évidence comment les nouvelles idées de l’époque révolutionnaire ont porté le peuple français à se rebeller contre la monarchie, mais aussi quelles soient des anciennes valeurs qu'y persistent.

    Dans la seconde moitié du XVIIIe siècle, la France a connu une période de grandes tensions politiques et économiques, à tel point que la Révolution a éclaté. C'est à cette occasion que l'Assemblée Nationale décida de se rebeller contre le roi et de l'obliger à faire une première constitution française (1791). Cette constitution, encore monarchique, ne devait pas seulement limiter le pouvoir absolu de la monarchie, mais également garantir les droits naturels de l’homme.

    C’est pour cela que les députés de l’Assemblée Nationale ont décidé d’écrire la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, qui affirme que le principe de toute la souveraineté réside essentiellement dans la nation, nul corp, nul individu ne peut exercer d’autorité qui n’en émane expressément, en autres paroles que le pouvoir de la nation appartenait aux citoyens et non plus à la seule personne du Roi.

    Ce texte insistait sur les droits naturels de l’homme, en introduisant le droit à la propriété privée, le droit à la vie, le droit d'être égal devant la loi et le droit à la liberté personnelle et des pensées, la liberté d’expression. Tous ces droits n’inexistaient pas pendant la monarchie et ils ont porté à la suppression des droits seigneuriaux.

    La Déclaration des droits de l’homme indiquait aussi que le respect de ces lois devait être faites par une force publique qui en aucun cas ne pouvait pas être utilisée pour l’avantage de ceux à qui elle est confiée, comme c’était avant la Révolution. 

    Pour finir, le coût de cette force publique et les impôts devaient être payés équitablement par tous les citoyens, et non plus excluant les aristocrates et le clergé. 

    Enfin, la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen concluait disant que toute société dans laquelle la garantie des droits n’est pas assurée, ni les séparations des pouvoirs déterminée, n’a point de constitution, en insistant sur la rupture avec les principes de la monarchie absolue.

    Toutefois, en raison de la culture et du moment historique de l'époque, la rupture avec la monarchie n’a pas été complète. En effet, il est important de noter que la Déclaration de 1789 se limite aux citoyens français, en ignorant les colonies, comme le faisait déjà la monarchie. Les habitants des colonies étaient encore constamment exploités, sans aucune loi pour protéger leur droit. L'esclavage colonial était ainsi toujours en vigueur, alors que la déclaration de 1789 déclarait l’abolir. En effet, ce n'est qu'en 1848 que l'esclavage fu vraiment aboli.

    Une autre grande absence dans la Déclaration de 1789 concerne les femmes à qui, bien qu'ayant été protagonistes de la révolution, n’a pas été reconnu le droit de vote et l’égalité aux hommes. Bien qu’il y ait eu une tentative par Marie Gouze d’insérer dans la Déclaration une correction en faveur des femmes, dans laquelle aurait été garantie l'égalité des droits avec les hommes, cette proposition ne fut pas acceptée par les députés. Comme sous la monarchie, les femmes n’étaient malheureusement encore que des citoyens de deuxième catégorie.


    Cette première Déclaration des droits de l’homme est donc importante parce qu’il a été la première fois qu’un texte ait été rédigé pour garantir les droits fondamentaux de l'homme, comme la liberté, l’égalité et la fraternité. 

    Toutefois elle était encore incomplète, car elle excluait des droits les femmes et les personnes autres que les citoyens français. 

    Malgré cela, ce fut une grande inspiration pour les futures constitutions de tous les pays. Mais qui a contribué à cette propagation de la Déclaration des droits de l’homme?


Laura Liguori, 4H 2020-21: La Déclaration des droits de l'homme

 Le XVIII siècle est une époque des grandes révolutions et améliorations qui portent à des changements sur de nombreux fronts. Un exemple est la révolution française, qui se développe à cause de diverses conditions qui caractérisaient aussi les pays environnants, comme la formation de monarchies éclairées qui voyaient le roi flanqué d’un philosophe. 

Par contre, la France, sommet de la naissance des Lumières, était encore basée sur une monarchie absolue qui ne satisfaisait pas les demandes des citoyens, ce qui a provoqué une rupture d’une partie de la population qui s’est unie dans une Assemblée Nationale et a enfin créé une constitution qui limitait le pouvoir du roi. 


Comment la Déclaration des droits de l'Homme de 1789 constitue-t-elle une rupture, même si incomplète, avec les principes de la monarchie absolue?

On va traiter ce sujet par un plan dialectique, en présentant d’abord les articles qui constituent une rupture avec la monarchie absolue, puis en reprenant ceux qui font comprendre que la rupture n’est pas complète.



Le 26 août 1789 l'Assemblée National, formé par le troisième état plus des personnes appartenants au clergé et certains nobles éclairés, approuve la Déclaration Des Droits de l'Homme et du Citoyen pour rappeler à tous les Membres du corps social leurs droits et leurs devoirs, afin que les réclamations de citoyens tournent toujours au maintien de la Constitution et au bonheur de tous.

Déjà de l’article trois les citoyens établissent que la souveraineté réside dans la Nation, en affirmant que le pouvoir appartient donc au peuple et c’est lui à établir qui doit gouverner, en éliminant tout principe de monarchie divine ou de descendance. Dans l’article 6 il est souligné que les citoyens doivent participer à la création des lois, qui sont égales pour tous, même pour le roi. En effet, il s’était passé que le roi n'avait pas respecté les lois sous le prétexte du maintien de l’équilibre social. 

Cela vaut aussi pour accuser quelqu’un : un exemple est Louis XIV qui était soupçonné avoir emprisonné son frère jumeau; maintenant, avec les articles 7, 8 et 9, le roi ne peut pas exercer son pouvoir en se basant seulement sur sa propre volonté. 

Enfin avec l’article 16 il est établi qu’une société douée de constitution doit assurer la division des pouvoirs,en brisant ainsi le principe de monarchie absolue.


Mais la Déclaration contient beaucoup de 'sauve’ qui laissent indirectement la place au roi de pouvoir agir de manière impropre en suivant sa volonté.

Par exemple dans l’article 7, un citoyen pourrait être inculpé par le roi avec de fausses accusations et son opposition pourrait le faire condamner; ou bien l’article 10 affirme le droit de l’homme à manifester ses idées et ses opinions, à moins qu’elles ne perturbent l’ordre de l’État. Mais, qui détermine quand quelque chose ou quelqu’un est nocif pour l’Etat? 

L’article 12 affirme la nécessité d’une force publique instituée pour l'avantage de tous et pour garantir les droits de l'Homme et du Citoyen: la présence d’une personne supérieure aux autres est ainsi confirmée. Elle doit agir avec l’objectif de garantir l’ordre dans la société. Si le roi agit sous ce prétexte, il décidera quelles sont les exceptions que la loi juge légales et en tout cas les gens ne s’opposeront pas à sa parole s’ils pensent que son objectif est de faire du bien à la société.



La Déclaration faite par l’Assemblée Nationale en 1789 est donc un document qui voit la participation des citoyens dans l’État, limitant ainsi le pouvoir du roi, qui reste cependant tout en exerçant une forte influence. Cette Déclaration sera la base d' une autre 

 revisitée en 1793.


giovedì 3 giugno 2021

Maddalena Bonifacci, 4H 2020-21: La Déclaration des droits de l'homme

 La “Déclaration des droits de l’homme et du citoyen” de 1789, décrétée par l’Assemblée Nationale Constituante et acceptée par le roi même, représente une fondamentale rupture avec les principes de la monarchie absolue. 

Est-elle cependant complète et juste envers tous les membres de la société? 

Par un plan dialectique, on va tout d’abord analyser les fondements et les nouveautés apportés par la Déclaration et puis on en montrera les limites. 


Les premiers articles de la Déclaration de 1789 affirment que les hommes sont libres et égaux en droits et que toute organisation politique doit assurer le respect des droits naturels, parmi lesquels la propriété privée. 

La rupture significative avec la monarchie précédente est toutefois scellée par l’article III, qui donne la souveraineté à la nation, qui exerce son autorité par des représentants et dans les limites établis par la loi; le roi n’a donc plus un pouvoir illimité et absolu. Il ne décide arbitrairement, et la loi doit  être par contre l'expression de la volonté commune (art. VI). 

Les articles suivants reprennent les principes indiquées dans l’Habeas Corpus anglais, qui protégeait la personne contre des procès injustes et des emprisonnements arbitraires souvent dans des lieux secrets, comme il se passait dans les royaumes absolus, notamment celui de Louis XIV. 

Les droit d’opinion et l’active participation à la vie politique et sociale sont aussi considérés comme des droits inaliénables dans le contexte de la nouvelle organisation politique. 


La “Déclaration des droits de l’homme et du citoyen” semble donc constituer une changement profond de mentalité, qui s’oppose firmament et d’une manière définitive au modèle du pouvoir absolu en vigueur jusqu’à ce moment là. 

Toutefois la Déclaration a des limites substantielles, qui la rendent incomplète. 

Tout d’abord, l’esclavage est maintenu dans les colonies, et il ne serat aboli jusqu’à 1848, et la nouvelle constitutions ne prevoit la partecipations ni considère d’aucune façon les 

femmes et les classes inférieures de la société.  

En réaction à ces problèmes, Robespierre propose, en 1793, une Déclaration qui vise à l’aide concret des tous citoyens, en instituant par exemple l’instruction pour tous et le secours public pour les «malheureux» (articles 21 et 22). Elle se propose de combattre l’oppression sociale, garantir la liberté d’opinion et d'expressions et a comme premier but le bonheur commun (article 1). Cette déclaration, toutefois, n’a jamais été appliquée. 

De l’autre coté, Olympe de Gouges publie en 1791 le premier document femministe de l’histoire, c’est à dire la Déclaration de droits de la femme et de la citoyenne, où elle demande une pleine participation sociale et politique, aussi que une égalité effective en droits, pour les femmes, décrites comme «le sexe superieur en beauté comme en courage», mais cependant exclues par la Constitution.  

Evidemment ce document n’a jamais été considéré ni appliqué, en effet les femmes françaises n’ont obtenu les droit de vote qu’en 1944, et en plus, en tant que proche au Girondins, Olympe de Gouges a été capturée et guillotinée cette même année. 


On voit donc que, même si la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen constitue une étape fondamentale vers un système politique plus democratique et inclusif et vers une société plus juste, en se contrapposant à la monarchie absolue, de nombreux problèmes restent sans solutions et des entières classes sociales restent exclues de la vie politique ou des droits établis. 

La stabilité de ce nouveau système n’est donc pas garantie et sa fragilité sera exploitée pour imposer facilement un nouveau type de pouvoir.


Sara Crispino, 4H 2020-21: LA DÉCLARATION DES DROITS DE L’HOMME ET DU CITOYEN

Pour affirmer les principes de la Révolution, les députés décident, en 1789, d’écrire un texte qui aura une portée universelle et qui servira de préambule à la Constitution française de 1791. 

Mais quelles sont les failles de ce premier document? 

Pour répondre, on suivra un plan thématique en expliquant d’abord comme la rupture avec la monarchie absolue est claire et manifeste, mais incomplète, puis comme les femmes sont exclues de la vie politique et sociale par cette déclaration.


L’introduction à la Déclaration constate que le bonheur de l’homme dépend de l’éducation, et donc de la connaissance et de la préservation de ses droits naturels. Pour cela la Déclaration vise à fixer des principes qui soient égaux pour tous et qui tiennent compte du bonheur commun. 

Il y a donc, avec ce document, une rupture évidente avec la monarchie absolue, comme on peut voir en particulier dans l’article III et l’article VII.  L’article III dit que «le principe de toute souveraineté réside essentiellement dans le peuple, nul corps, nul individu ne peut exercer d’autorité qui n’en émane expressément.» Ainsi les représentants du peuple français veulent remettre le pouvoir dans les mains du peuple même, pas comme dans l'âge de la monarchie absolue dont le roi était un seul homme qui détenait tout le pouvoir. Puis l’article VII dit que “nul homme ne peut être accusé, arrêté, ni détenu que dans les cas déterminés par la loi”, en se référant évidemment aux cas de détention injustifiés comme celui du masque en fer.

Cette rupture avec l’absolutisme est claire, mais incomplète, parce qu’on peut lire que cette même déclaration est “acceptée par le Roi”: les révolutionnaires avaient mis Louis XVI et sa famille sous assignation à résidence aux Tuileries, mais dans ce premier moment ils font réviser et signer les documents au Roi même s’il est prisonnier, peut-être parce que le peuple devait encore s’habituer à une nouvelle idée de République. 


La Déclaration de 1789 et la Constitution de 1791 ne mentionnent cependant pas les femmes comme potentielles constituantes du nouvel État, ainsi que la feministe Marie Gouze, dite Olympe de Gouges, publie une Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne, en réponse aux documents qui excluent la femme de la vie politique et sociale. L’introduction affirme que “les mères, les filles, les sœurs représentantes de la Nation demandent d’être constituées en Assemblée nationale [...]”, alors que dans l’article 1 dit que “la femme nait libre et demeure égale à l’homme” et l’article VI dit que “la Loi doit être l’expression de la volonté generale; toutes les citoyennes et citoyens doivent concourir personellement, ou par leur representants, à leur formation [...]”.

Avec cela, Olympe de Gouge dénonce le fait que les femmes sont tenues à un niveau social plus bas que l’homme, alors qu’en réalité elles sont fondamentales pour la constitution du nouvel État, car elles sont les personnes sur lesquelles on fonde la famille, unité de fondement de la société. Elles sont donc à tous effets égales aux hommes, et par conséquent elles méritent une place dans la vie politique du pays.


En conclusion, la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen présente des défauts d'incomplétude, mais il y a déjà les bases pour la Constitution qui sera promulguée en 1791. Même si en ce moment les révolutionnaires acceptent encore le Roi comme représentant du peuple, cela n'empêchera pas la tentative d’insurrection de Louis XVI et de Marie Antoinette contre la Révolution, qui sera arrêtée avec leur condamnation à mort et l’instauration de la Ière République. 


Greta Cricca, 4H 2020-21: Tancredi e Clorinda, il peso del rimpianto

Nella nostra vita non sempre tutto va come dovrebbe andare. Siamo messi costantemente di fronte a delle scelte da prendere, a delle lotte da combattere e ad ostacoli da superare, e a volte può capitare di sbagliare. Penso che almeno in un’occasione ci siamo trovati ad agire contro la nostra volontà o a capire che forse la nostra azione avrebbe fatto del male a qualcuno.

Dopo la perdita di una persona o di qualcosa a noi molto caro nasce il rimpianto, una forte e devastante nostalgia che inizia ad accompagnarci nelle nostre giornate, restando immobile nella nostra testa, fisso tra i pensieri. Di fronte al rimpianto neanche il presente riesce a vincere, perché le  armi che la grande nostalgia usa sono fatte di puro benessere, proprio quel benessere che prima sollevava il nostro animo ma che adesso ci provoca dolore.

Nella Gerusalemme liberata di Torquato Tasso il cavaliere Tancredi, innamorato della giovane Clorinda, è stravolto dal rimpianto. Si ritrova a duellare con Clorinda, senza però averne la consapevolezza. Il finale dello scontro è tragico poiché il giovane, preso dall’ira, uccide l’avversario, rendendosi conto troppo tardi di aver trafitto il cuore della sua amata. Impietrito dal dolore, lo spirito di Tancredi viene travolto dalla disperazione e crolla accanto alla sua Clorinda. Tancredi non avrebbe mai voluto liberarsi di quell’amore che tanto gli turbava il cuore, ma l’istinto è stato più forte della ragione e l’ha fatto agire senza riflettere.

Nella società di oggi penso che ci siano tanti Tancredi, persone affrante dal ricordo di qualcosa ormai perduto, che si abbandonano alla disperazione, senza poter godere del presente. Soprattutto noi giovani siamo soggetti a questo turbamento, forse perché l’adolescenza è un periodo molto delicato e ricco di avvenimenti.

L’amore vince il primo posto delle cause principali del rimpianto.. Innamorarsi è sicuramente una delle sensazioni più belle che si possano provare: quel senso di protezione, accettazione e felicità che solo una persona amata ti può dare. La parte più ardua però sta nel riuscire a lasciare andare chi ami, quando tu non vorresti ma lei invece sì. Sembra come se si perdesse un pezzo della persona che siamo diventati. Però anche se fa male e i primi tempi ci sentiamo soli, forse lasciar scorrere è la scelta migliore. Non bisogna guardarla come una perdita, bensì dobbiamo semplicemente chiudere dentro un cassetto del nostro cuore tutti i ricordi che abbiamo con quella persona, e pensare a quei momenti con pura felicità.

Il rimpianto è un sentimento che provoca solo dolore, senza portare niente di positivo. Quindi l’unico modo per combatterlo è affrontare tutte le sfide e le battaglie col sorriso, grinta e forza di volontà. Non saremo noi ad essere schiacciati da questo soffocante e pesante sentiment , bensì prenderemo il controllo e porteremo alla vittoria il nostro esercito.

Qualsiasi cosa richiede impegno e fatica, ma se il desiderio è più grande della paura di fallire o di stare male, il risultato sicuramente ripagherà l’azione. 


Aurora Negrini, 4H 2020-21: Tancredi e Clorinda: perché ci riguarda?

Il testo Il duello tra Tancredi e Clorinda è molto significativo sotto tanti aspetti. La scena si svolge al di fuori delle porte di Gerusalemme e notiamo Clorinda che è rimasta fuori dalle mura della Città e dunque decide di mischiarsi tra i cristiani per scappare, ma la donna non sfugge a Tancredi, il quale vede in lei il guerriero che aveva ucciso il suo amico Argante. Quindi decide di sfidare il guerriero in un duello ma dopo una notte intera passata a combattere, l’uomo si accanisce con maggiore violenza sulla donna, fino a ucciderla.


Clorinda si accascia al suolo, ma prima di morire chiede a Tancredi il battesimo, dato che questo era il suo ultimo desiderio.

La disperazione ben presto prende il sopravvento nell’animo di Tancredi, che è assalito dal dolore, dal rimorso per ciò che ha fatto e dal rimpianto.

Questi sentimenti, e in particolare il rimpianto ovvero il ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, sono molto diffusi nella società attuale, e in particolare nei giovani. Durante l’età adolescenziale, essi tendono ad avere i primi amori e le prime esperienze, e naturalmente con la crescita spesso cambiano questi sentimenti e capita che in una coppia una delle due parti voglia interrompere il rapporto. Ovviamente l’altra persona può rimanerci male e provare un grande sentimento di rimpianto e di dolore, ripensando a tutti i momenti belli passati, anzi, spesso si può anche pensare che un amore così non torni più.
E’ proprio grazie a questi momenti che si inizia a crescere e ad essere più forti, e non bisogna pensare che il presente e il futuro non ci possano offrire altre occasioni, perché non è così. Per noi  giovani è solo l’inizio della vita, abbiamo un mondo davanti, con tante occasioni e possibilità; quindi è necessario liberarsi dai rimpianti per poter andare avanti e continuare.
Sicuramente un modo per liberarsi dai rimpianti può essere pianificare la nostra vita, imponendoci  degli obiettivi, sperimentare cose nuove, fare qualcosa che possa segnare un nuovo inizio, ma soprattutto bisogna viversi il momento e pensare al presente, senza rimuginare sul passato.
Ovviamente tutti i momenti adolescenziali vanno ricordati, non bisogna eliminarli, ma devono solamente rimanere un ricordo bello nella nostra mente e non devono essere un ostacolo per vivere la nostra vita futura, la quale conta davvero.

Greta Cricca, 4 H 2020-21: La fin de la monarchie absolue, ou peut-être pas

    

En France en 1789 l'Assemblée Nationale réalise la première Déclaration des droits de l’homme et du citoyen et obtient l’approbation du roi. Elle s’inspire des idées de Montesquieu et de Rousseau et des déclarations des droits anglaise et américaine. Avec le consentement du roi, les représentants du peuple prennent la situation en main et une nette rupture se produit avec la monarchie absolue.
    Mais avec la déclaration des droits, l’assemblée se sépare totalement de la monarchie absolue ou est-ce une rupture incomplète? On va traiter ce sujet en examinant dans le premier paragraphe les nouveaux principes de la Déclaration, qui forme une nouvelle France, dans le deuxième les points contraires à l’idéal de la monarchie absolue et enfin dans le troisième paragraphe comme la rupture avec la monarchie absolue est incomplète.


La Déclaration des droits de l’homme et du citoyen affirme que les Français ne sont plus des sujets subordonnés au roi, mais des citoyens, qui ont des droits et devoirs. Dans le premier article, on affirme que tous les hommes sont libres et égaux en droits. Les articles suivants affirment les droits naturels, c’est-à-dire les droits à la vie, à la propriété privée, à la parole, à la santé et aussi à la résistance à  l'oppression, un droit non prévu par Locke. Par contre la deuxième partie s’inspire plus aux éléments tirés de l’Habeas Corpus anglais et du Bill of rights,en parlant de la question du procès, de la peine et de la culpabilité. 

cette nouvelle Déclaration se concentre donc sur le respect de la loi. À travers la protection des droits naturels, on exprime comment la pensée des Lumières, née précisément en France pendant le 18ème siècle, a influencé la politique française. 


En ce qui concerne la note révolutionnaire de cette déclaration, on peut analyser l’article 3. Dans ce dernier, on affirme un nouveau principe: la souveraineté nationale, c’est-à-dire qu'aucun pouvoir ne doit être supérieur à celui de la nation. De cette façon, l'image de la monarchie absolue est détruite. La France, qui pendant des siècles avait été guidée par le roi choisi par Dieu, qui avait le devoir de prendre toutes les décisions pour son propre royaume et de représenter Dieu sur la terre, se trouve à ne plus devoir reconnaître la souveraineté absolue. Au pouvoir, le peuple trouve ses représentants et en outre la déclaration affirme le droit des citoyens à les élire. Le roi ne pourra plus s’opposer aux décisions de l'Assemblée et le 14 juillet 1790 il jure de respecter la nouvelle Constitution.


Comme on l'a dit, la nouvelle Déclaration des droits joue un rôle fondamental dans le changement de la vie politique de la France. Bien sûr, le pouvoir du roi n’est plus absolu, mais on ne doit pas ignorer le fait que l’Assemblée a de toute façon dû demander le consentement du roi pour appliquer son projet. Le document sans l’approbation du roi n’aurait pas été mis en œuvre. Même s’il y a toutes les conditions pour prouver que la France n’est plus une monarchie absolue, cette même Assemblée n’a donc toujours pas le courage de prendre les rênes du gouvernement français, sans contempler le roi.


    En conclusion, avec la Déclaration des droits de l’homme et de citoyen, la France de monarchie absolue devient une monarchie constitutionnelle. Le peuple obtient enfin des droits et voit au gouvernement ses représentants, de manière à pouvoir faire entendre sa voix. Le roi ne peut plus s’opposer à l’Assemblée. 

Une nouvelle ère commence ainsi pour la France. Mais, malgré tout cela, l’assemblée a dû attendre que le roi approuve la Déclaration. Cependant, est-ce que le roi acceptera la perte de son autorité absolue, en acceptant la collaboration avec l’Assemblée, ou bien va-t-il envisager une attaque contre le gouvernement ?


Greta Cricca, IV H 2020-21: Il Satana di Tasso e la rappresentazione letteraria del diavolo

Il brano “Il concilio dei demoni” tratto dall’opera La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso descrive il concilio voluto da Satana per decidere insieme ai suoi demoni come far fronte alle forze cristiane che vogliono liberare il Santo Sepolcro.

Il testo si può suddividere in  4 sequenze principali: il richiamo dei demoni (I-III ottava); la descrizione delle anime infernali e di Satana ( IV-VIII); il discorso del re degli inferi (IX-XII), con l’esortazione al combattimento (XIII).
 

Nella prima sequenza Satana, colmo di ira nel vedere i cristiani che si preparano al combattimento, fa richiamare i demoni col suono della tromba infernale, un rumore così forte che mai la terra aveva tremato in quel modo. 

Successivamente la narrazione si compone di ottave descrittive. Nella IV e V ottava sono rappresentate le divinità infernali: una pura mescolanza tra creature animalesche e caratteristiche umane. Nella V ottava vi è una “poesia dei nomi”, nella quale si possono riconoscere alcune figure tipiche, come Polifemi, Gerioni, Centauri, Chimere, Sfingi, Arpie. Invece, le ottave che seguono, dalla VI all’VIII, descrivono Satana, seguendo l'iconografia tradizionale.

Nelle ottave successive Satana ripercorre la vittoria di Dio sulle forze del male, al quale però non riconosce la grandezza dell’impresa bensì affida al "caso" il motivo della sua vittoria. Inoltre ricorda anche la creazione dell’uomo e la discesa di Gesù negli Inferi per liberare le anime. Nella seconda parte del discorso, contenuta nelle ultime due ottave, Satana mostra la sua grande capacità oratoria, proponendo una serie di domande retoriche agli ascoltatori che coinvolge emotivamente e sposta l’argomentazione dal passato al presente. I demoni si sentono offesi per l’invadenza divina nei loro territori e le domande retoriche puntano ad accendere negli ascoltatori le passioni. Le domande diventano sempre più dirette e concise e infine nell’ultima ottava Satana incita alla guerra i suoi demoni, poiché in loro l’eroismo non sono ancora spenti, nonostante le sconfitte subite. 

Analizzando più a fondo il testo, la prima ottava racchiude una contrapposizione morale tra i valori cristiani e quelli infernali. Il demonio, nel vedere i cristiani orgogliosi per la prima vittoria ottenuta, prova un senso di invidia e frustrazione, si morde il labbro ed emette un grande lamento. Perciò richiama all’ordine tutti i suoi seguaci, che giungono accalcati in diverse folle.

L’ambientazione infernale è immensa, buia, rumorosa, cupa. Tasso utilizza le espressioni “ombre eterne”, “enormi caverne oscure”, “l’aria nera rimbomba” per descrivere tale luogo. Sono effetti fonici. A seguire, la descrizione passa al “popolo di Satana”. Oltrepassate le porte del regno, i demoni sono pronti a seguire i comandi del loro sovrano. Come in un concilio vengono nominati uno a uno, e ogni mostro è associato alla sua caratteristica più inquietante. Vi sono scille che latrano; idre che fischiano; pitoni che sibilano; chimere che vomitano. Inoltre ci sono anche mille arpie, gorgoni, sfingi, centauri e mostri mai visti. In questa parte di testo è molto forte il richiamo al mondo infernale di Dante, anche giustificato dal fatto che molte di queste creature sono presenti anche nell’inferno.

Satana è seduto al centro, in mezzo a tutti i diavoli. Chiamato col nome di Plutone, è più alto di qualsiasi montagna conosciuta, che in confronto a lui apparirebbe una semplice collinetta. Ha enormi corna; con la mano destra sostiene il suo scettro ruvido e pesante e dal suo capo fuoriescono dei fumi vulcanici. Gli occhi infuocati che secernono veleno, il petto peloso, il mento ricurvo e la barba folta accrescono la ferocia nel suo aspetto e dalla sua bocca scende del sangue, nonostante non stia maciullando nessuna anima, oltre che cattivi odori e scintille. La barba e la fronte riconducono a degli aspetti umani, tipici anche nella raffigurazione ad esempio  di Caronte nell’antinferno di Dante. Collegato all’immagine di Satana all’inizio dell’ottava VII vi è anche l’epiteto “orrida maestà”. Esso è enfatizzato sia dalla posizione iniziale nel verso sia dall’ossimoro tra due parole, che sottolineano il contrasto che c’è tra l’orrenda estetica infernale del sovrano e la sua maestosità. 

Nel discorso che il diavolo fa ai suoi demoni, vi sono diverse espressioni che esprimono il suo orgoglio: utilizza la parola “dèi” nei confronti degli angeli dannati; a Dio non riconosce la vittoria bensì la affida solo al “gran caso”, unica vera forza che l’avrebbe cacciato dal Paradiso; non è pentito per ciò che ha fatto, anzi è felice per l’impresa che ha compiuto; si sente offeso dal comportamento del divino nei suoi confronti, che ha deciso di invadere il suo terreno; nel secondo conflitto che lo vedrà scontrarsi con Dio il diavolo afferma che vincerà grazie al destino. 

Nel complesso Tasso rappresenta Satana soffermandosi su due aspetti principali: l’espressione del suo stato d’animo, colmo di invidia, stoltezza, superbia, violenza e rancore, evidenziandone la degradazione, e la sua grande potenza oratoria, con la quale riesce a far comprendere la propria prospettiva anche al lettore. Tasso stesso dà spessore e umanità al diavolo, quasi come una forma di empatia.  Gli attribuisce una razionalità eccellente ed evidenzia la sua grandezza. Nonostante la finalità reale del brano sia quella di ripristinare il terrore del diavolo ed insistere sul tema del peccato, si finisce per attribuire a questa figura una natura eroica.

Per quanto riguarda la voce narrante, si può affermare che sia onnisciente. Ciò nonostante ci sono interventi diretti, che esprimono i pareri personali dello stesso Tasso. Esempio esplicito è riconoscibile nell’ottava II, nella quale Tasso inserisce “ahi stolto!, il repugnare a la divina voglia: stolto, ch'al Ciel s'agguaglia, e in oblio pone come di Dio la destra irata tuone”, affermando quanto il diavolo sia sciocco nel voler scontrarsi una seconda volta contro Dio e nel paragonarsi alla sua maestà. Anche con l’espressione “concilio orrendo” lo scrittore esprime il suo distacco nei confronti del regno infernale e dei suoi sudditi. 



Satana è sicuramente il personaggio centrale del brano “Il concilio dei demoni” e la nuova rappresentazione del diavolo fatta da Tasso non può passare in secondo piano. La letteratura vede raffigurato il re degli inferi in varie vesti, passando dalla degradazione bestiale di Dante al diavolo “umano” Woland in Bulgakov. 

Seguendo un ordine storico, la prima raffigurazione di questa identità infernale è riconducibile alla Divina Commedia di Dante, dove lungo tutta l’opera l’immagine diabolica assume diverse trasformazioni. Nei primi canti Caronte, Flegiàs, Minosse, Cerbero e Pluto sono personaggi della mitologia classica degradati attraverso attributi animali. Passando invece nel basso inferno, la rappresentazione assume delle connotazioni più medievali: si trovano infatti dei diavoli paragonati a cuochi con dei forchettoni e che si sono lasciati ingannare da un dannato, arrabbiati anche per il fallito tentativo di imbrogliare Dante e Virgilio. In questo caso sono figure ignoranti e stupide. L’ultimo canto dell’Inferno racchiude invece la descrizione del diavolo più grande e degradato di tutti, Lucifero, che è soprattutto privo di ragione. Dal Lucifero dantesco si può fare una prima considerazione in confronto al Satana tassiano: ciò che distingue le due raffigurazioni è proprio la ragione: nella Gerusalemme Liberata il diavolo non è più il demone sconfitto, degradato o stupido, bensi viene reso degno della sua azione, elevato per la sua capacità oratoria classica e trasformato in un eroe che combatte per la sua libertà. In contrasto a Lucifero, ormai sconfitto e indifferente, il Satana di Tasso non perde la forza di volontà e nonostante la prima sconfitta, è intenzionato alla rivincita. 

La rappresentazione di Dante si può comunque considerare come un ipotesto per le immagine diaboliche della letteratura successiva: ad esempio Belfagor Arcidiavolo di Machiavelli che, a differenza del Satana intelligente di Tasso, è ridicolo poiché ingannato dagli umani, come i diavoli del canto XXI; Astarotte, il diavolo “loico” e  intelligente di Pulci che dice cose eretiche, nascondendo il pensiero dello stesso Pulci, le cui caratteristiche sono sicuramente derivate dalla figura diabolica presente nel XXVII canto dell’Inferno, nella storia di Guido da Montefeltro; Woland, diavolo della letteratura russa che, nelle vesti di uomo, porta scompiglio nella città di Mosca. 

Dunque il Satana tassiano è in un forte contrasto con le figure dantesche e con il Belfagor di Machiavelli, perché ne è messo in luce il possesso della ragione. Per quanto riguarda invece i diavoli delle altre opere, in questo caso  è proprio l’intelligenza ad accomunare il Satana di Tasso con gli altri personaggi, poiché sono tutti dotati di una fantastica capacità razionale, che permette loro di agire nel migliore dei modi e riuscire a far vincere la loro opinione su quella degli altri.


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