mercoledì 27 aprile 2022

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia




Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come ai ragazzi che incontra chieda sempre qual è la loro poesia preferita: tra le tante che emergono spesso sente nominare La cavalla storna del poeta Giovanni Pascoli. Questo è il componimento che narra del momento che segnò per sempre la sua vita: l’omicidio del padre Ruggero, morto il 10 agosto 1867.

Ruggero Pascoli si recò quel giorno a Cesena, dove avrebbe dovuto incontrare in fiera un uomo di Roma, che non si presentò. Al ritorno, due “uomini atroci” gli tesero un agguato e un loro colpo di fucile gli arrivò alla testa; seppur ucciso, la sua giumenta lo portò fino a casa, dove lo aspettavano la moglie e gli otto figli. All’epoca Giovanni aveva dodici anni e, quando il padre morì, non riuscì a elaborare il lutto e la sete di giustizia iniziò a tormentarlo. Come un investigatore, per tanto tempo chiese in giro per San Mauro informazioni di chi poteva aver visto, di chi poteva sapere, fino a quando un presunto testimone oculare lo percosse e gli intimò di smetterla. Fu così che Giovanni rinunciò a qualsiasi speranza di vendicare il padre, anche in tribunale. Si iscrisse all’università, venne persino arrestato e incarcerato per aver frequentato anarchici e socialisti, ma si laureò e divenne professore di latino, senza mai dimenticare. Ne La cavalla storna, in particolare, il poeta racconta ciò che vide e sentì nel momento in cui l’animale tornò a casa col padre ancora nel carretto: alla richiesta della madre di confermarle il nome di chi era stato, lei emise un nitrito.

La tesi di fondo qui sostenuta dall’autrice è che la poesia sia potuta servire a Pascoli come strumento di conforto per “fare giustizia” a sé stesso, per esternare tutto ciò che lo aveva tormentato per anni e anni: dal momento in cui non era riuscito a ottenere un processo vero e proprio, egli usò la poesia come mezzo per esprimere il suo personale processo e la sua personale condanna contro l’assassino.

La Mazzucco, però, fa riferimento anche all’opera precedente i Canti di Castelvecchio, in cui è inclusa La cavalla storna: Myricae, di cui fa parte la famosissima poesia X Agosto, della quale l’autrice si avvale per sostenere che Pascoli, in realtà, inizialmente tese a “nascondere” l’accaduto coi simboli della rondine che torna al nido e del pianto cosmico sul male del mondo, mentre anni dopo, con La cavalla storna, egli non cela più ciò che è stato e lo trasforma in “leggenda”. Infatti, all’inizio dell’articolo, la poesia è definita “invincibile” poiché viene insegnata da decenni nelle scuole, da molti è imparata a memoria ed è sempre gradita ai giovani, anche ora che ci troviamo in tempi moderni: per questo non “passa mai di moda” . 
Il titolo dell’articolo, Pascoli spiegato dai ragazzi, trova quindi una spiegazione nella scelta stilistica dell’autrice di narrare l’evento fondamentale come se fosse una storia e non come viene solitamente commentata in classe, in chiave accademica e più rigida.

LA LETTERATURA COME MEZZO DI GIUSTIZIA

Nel 2012, per la prima volta dopo 145 anni, sono stati “condannati” in Corte d’Appello i tre responsabili dell’omicidio di Ruggero Pascoli: Pietro Cacciaguida, mandante del delitto e incaricato di amministrare la tenuta Torlonia al posto di Ruggero, Michele della Rocca e Luigi Pagliarani, esecutori materiali dell’omicidio. Questo processo, naturalmente storico dato il ritardo con cui si è svolto, e al quale hanno partecipato più di mille persone a San Mauro, ha avuto giudici, giuria e persino il difensore dei tre imputati mai davvero finiti in tribunale. È stata quindi fatta giustizia (postuma) sia per Ruggero Pascoli che per il figlio Giovanni, che visse la morte del padre come un’ossessione e sulla quale scrisse varie poesie, prima fra tutte La cavalla storna.

Pascoli in cuor suo sapeva chi era stato ad ammazzare il padre, e perciò prima cercò in tutti i modi di recuperare prove sufficienti a mandare a processo i presunti colpevoli; poi, una volta intimidito e messo a tacere, utilizzò la letteratura come personale metodo di condanna e testimonianza. Ne La cavalla storna Pascoli narra infatti del momento successivo all’accaduto: la cavallina con cui Ruggero era partito per Cesena torna col padrone accasciato sul calesse e la madre chiede di “confermarle” 
con un cenno chi è stato a ucciderlo . Quando lei le dice un nome, la giumenta nitrisce, come per mostrare assenso. In questo caso, la letteratura è davvero servita a portare giustizia, poiché, pur non venendo nominato nessun probabile assassino, le parole di Pascoli sono arrivate fino ai giorni nostri e sono state ascoltate da chi si è interessato alla causa e l’ha portata a termine, anche se molto tempo era ormai passato.

Un tipo diverso di “vendetta” è invece perseguito da Primo Levi, scrittore, giornalista e sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz. Per l’autore è fondamentale e ricorrente nelle sue opere il tema della memoria: perché la giustizia sia davvero tale e permanente è nostro dovere ricordare, affinché ciò che è successo non si ripeta mai più. I suoi scritti sono vere e proprie documentazioni degli orrori perpetrati nei lager, che descrivono le sensazioni, i sentimenti e la perdita progressiva della coscienza e della volontà, rubate crudelmente ai prigionieri dagli oppressori. Nella fattispecie, il “fare giustizia” di Levi non consiste nel desiderio di individuare i responsabili degli imperdonabili crimini già giudicati in svariati processi come quello di Norimberga, ma nel condurre a ulteriori riflessioni a riguardo, al fine di evitare l’oblio di cinque anni di storia che ci hanno segnato indelebilmente: ne sono un esempio i capitoli I e II del libro I sommersi e i salvati, in cui si parla della “zona grigia”, ovvero la categoria degli oppressi che venivano spesso costretti a diventare complici dei loro stessi carnefici, pena la morte.

Insomma, la giustizia, intesa come potere in grado di restituire equilibrio e pace nella vita delle persone è nelle mani di organi statali preposti a garantirla, e si potrebbe quindi pensare che sia uno strumento arido e rigido. Ma la sua rappresentazione letteraria è frutto delle testimonianze degli autori, e può quindi avere un ruolo cruciale nella scoperta della verità.

Maddalena Bonifacci, 5H 2021-22: Pascoli, ape tardiva

 Un’ape tardiva


Una caratteristica peculiare del genere umano, comune e caratteristica, è la sua ricerca e aspirazione non alla semplice sopravvivenza, ma al piacere. Non a caso, la Costituzione americana inserisce “l’inseguimento della felicità” tra i diritti fondamentali. Risulta quindi tipico dell’uomo l’essere costantemente teso verso la realizzazione di una vita “piena”, “vissuta”, “da ricordare”. 

Un interrogativo sorge però spontaneo: come si può distinguere obiettivamente una vita degna d'essere vissuta da una semplicemente banale? Chi ne stabilisce i valori? Ѐ proprio questo irrisolubile enigma che fa nascere da un lato un’astratta standardizzazione e un prototipo idealizzato di “vita pienamente vissuta”, e dall’altro, l’inquietudine persistente dell'individuo di fronte a questo desiderio di appagamento. 

In questo contesto, così universale eppure così oscuro e indecifrabile, quale mezzo migliore della poesia per tentare, almeno, di esprimerne le contraddizioni? 

Pascoli, spesso interpretato come un semplice poeta “della campagna”, che si cimenta in una descrizione quasi botanico-zoologica di paesaggi e scene rurali, sviluppa invece appunto questo tema, seguendone le diverse sfaccettature  a partire dal l’esperienza che più segna, dal principio, la sua vita, cioè l’omicidio del padre, il 10 agosto 1867. Questo rappresenta il primo chiaro e lampante esempio di un’esistenza non pienamente vissuta in quanto troncata e terminata con violenza, centro di due delle poesie più importanti di Pascoli, X Agosto e La Cavalla storna.

In entrambe si nota un forte simbolismo: nella Cavalla storna, del 1903, l’accusa all’assassino si fa più esplicita, ma l’animale che fedele e imperterrito riporta il calesse del defunto padre a casa, in quanto muto, rappresenta forse simbolicamente l’omertà che insabbia l’omicidio e la mancanza di giustizia che tormenterà per sempre la famiglia Pascoli. 

In X Agosto, del 1897, invece, prevale il paragone del padre con la rondine che torna al nido per nutrire i piccoli. Una volta uccisa, non viene cancellata soltanto la sua vita, ma viene condannata quella dell’intero nido, che attende e “che pigola sempre più piano”. L’esistenza bruscamente interrotta di Ruggero Pascoli ha infatti ripercussioni terribili su tutta la famiglia, che da quel momento, oltre a subire una serie di disgrazie, si trova a dover fare i conti con una realtà molto difficile. 

Da qui derivano le scelte o forse gli obblighi di Pascoli di abbandonare l’idea del matrimonio per rimanere al fianco della sorella Maria, nella volontà di preservare quel “nido originario” che dà certamente sicurezza, ma che impone pesanti responsabilità morali, limita e quasi imprigiona. Non a caso infatti l’immagine simbolica del nido ricorre spesso nelle poesie, negli scritti e nell'immaginario pascoliani, come rifugio tanto cercato e difeso, ma anche come silenziosa e opprimente cella (cf. in Myricae, Il passero solitario).

Ѐ questa dunque la privazione che più fa soffrire il poeta e che insinua nel suo animo il tarlo di non vivere appieno la vita, di essersi forzatamente escluso dalle gioie e privato delle occasioni di piacere. «Un’ape tardiva sussurra / trovando già prese le celle»: così Pascoli stesso descrive la subdola inquietudine che lo attanaglia. Nel Gelsomino notturno, infatti, il poeta non si cimenta in quella che a un primo sguardo potrebbe sembrare una placida evocazione di un paesaggio rurale al calar della sera, allietato da fiori, fragole, erba, api, chioccia e pulcini, bensì in una struggente analisi di un rassegnato ma non meno angoscioso stato d’animo. Gli elementi naturali fungono ancora una volta da simbolo: l’ape è il poeta stesso, che trovando “le celle già piene”, le opportunità già perse, sussurra, non protesa rumorosamente, ma si arrende alle conseguenze di un’infelice scelta di solitudine. Delle fragole, rosse come la passione, il poeta può solo percepire il desiderabile odore, ma non assaporarne il gusto. 

Ciò diventa ancora più significativo se si considera l’occasione per cui la poesia è stata scritta, ovvero «l’ennesimo matrimonio di un amico» che, come osserva Gioanola in 

Giovanni Pascoli. Sentimenti filiali di un parricida (Jaca Book, Milano 2000), «riacutizza ferite mai chiuse». 

In effetti, davanti all’amore e alla letizia dei suoi amici, Pascoli non può fare altro che constatare il proprio senso di esclusione, pur esprimendo il desiderio e le naturali fantasie. Nel Gelsomino notturno, pertanto, il poeta osserva il calore intimo della casa da fuori, raffigurando se stesso come curioso ma al tempo stesso emarginato; immaginando la calda intimità di quella camera «su per la scala» dove il lume «s’è spento»; sognando infine quella passione erotica alla quale non può partecipare e che, forse, conduce a «non so che felicità nuova».

Effettivamente, non c’è nulla di più triste che esser testimoni della gioia altrui e non poterne far parte e, se tanto aveva polemizzato Pascoli contro la poetica e la filosofia di Leopardi, le conclusioni a cui personalmente arriva non sono poi così agli antipodi. Da un lato ci sono «gli altri», quelli che riescono a godere dell’esistenza, quelli che incarnano il tanto anelato ideale di vita pienamente vissuta, e dall’altro il poeta, escluso, diverso, impossibilitato al raggiungimento della soddisfazione. 

Il potere della poesia, a prescindere dall’autore, dall’epoca, dalla corrente letteraria, è quindi la capacità universale di parlare all’animo del lettore, di insinuarsi nello spiraglio che non sapevamo di aver lasciato aperto e colpire dritto al cuore: una capacità  universale come l'inquietudine, come la tensione di non sapere quale sia la scelta giusta da compiere per rendere la vita memorabile e felice, nel senso più pieno del termine. 

Con così tanti presunti modelli da seguire, e con sempre meno indicazioni per orientarsi, o forse con sempre più informazioni contrastanti, anche per noi, oggi, risulta sempre più difficile sentirsi appagati, trovare il proprio posto nelle «celle» che risultano già tutte «prese». 

Ma chi è che decide quali sono le celle da occupare per sentirsi appagati? L’interrogativo originario sembra rimanere senza risposta. 

La verità è forse che un’esistenza piena non è quella di chi trova posto nell’alveare, non è quella di chi assapora finalmente il dolce sapore delle fragole rosse, non è quella di chi spegne il lume nella camera su per scala. L’esistenza pienamente vissuta è quella di chi sta fuori sull’aia a guardare, sotto le stelle; è quella dell’«ape tardiva» che, trovando le celle occupate, vaga nella notte in cerca di un fiore, di chi per caso o per volontà non gusta le fragole rosse, di chi sorride dell’amore altrui e del proprio dolore. È quella di chi sceglie e di chi canta fuori dal coro; di chi stona, di chi esplora e crea qualcosa di grande, bello e immortale. 





martedì 26 aprile 2022

Greta Crous Ramiò, 4A 2021-22: Che cos'è la libertà (IL MITO DI TESEO E IL MINOTAURO DAL PUNTO DI VISTA DI ARIANNA)

 





La prima volta che vidi Teseo, ne rimasi folgorata. Per tutta la mia vita nessuno aveva mai davvero avuto cura e considerazione di me, nessuno prima di quell'eroe dai capelli corvini.

Ogni nove anni la storia si ripeteva: sette fanciulli e sette fanciulle venivano inviati da Atene per essere sacrificati ad Asterione, mio fratello. Avevano tutti così timore del famoso Minotauro: ne erano terrorizzati! A me faceva pena. Ogni tanto mi avvicinano al suo labirinto ed era capitato che lo scorgessi di sfuggita. Non sopportavo la mia famiglia e la prigione in cui mi tenevano, mi sentivo come se solo lui potesse veramente capirmi. Entrambi eravamo rinchiusi: lui in un labirinto, io in un castello; nessuno dei due poteva sfuggire.

Ogni mattina mi svegliavo presto e, cercando di fare meno rumore possibile, uscivo dal castello. Poi correvo; correvo così velocemente da sentire l'aria far pressione sul mio viso e le gambe muoversi da sole, fino a raggiungere il mio luogo preferito. Amavo sentire la sabbia fine tra le dita, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, osservare quella distesa di blu talmente mozzafiato da sembrare irreale. Solo in quel momento mi sentivo libera. Sognavo ogni giorno l'arrivo di qualcuno che mi portasse via da quella prigione mascherata da paradiso.

Questo fu Teseo per me. Fu la speranza, la libertà che avevo sognato per tutta la vita. Quando lo vidi per la prima volta, capii subito che lui era diverso rispetto a tutti gli altri giovani che erano arrivati fino a quel momento. Aveva quel luccichio nello sguardo che mi attirava come una calamita, era fiero e spavaldo, si muoveva con coraggio e senza tentennamenti. La prima volta che i nostri occhi si incontrarono, sentii finalmente la mia presenza, io ero lì, lui poteva vedermi, io esistevo. Per tutta la vita mi ero sentita invisibile, come se fossi fatta d'aria; lui mi aveva resa concreta. Ecco cosa mi aveva fatto davvero innamorare.

Il suo corteggiamento era fatto sguardi, di cortesia, e ci era voluto ben poco perché cadessi nella sua trappola. Lui aveva un potere su di me come mai nessuno prima ed ero stata io a offrirglielo. Ero stata io a permettergli di convincermi con le sue promesse, perché volevo credergli così disperatamente. Lui mi aveva offerto la chiave di fuga del mio labirinto personale, era stato lui a regalarmi il filo prima che io ricambiassi.

Tradire mio fratello, sangue del mio sangue, non mi sembrava così terribile se in cambio io avessi ottenuto la mia libertà. Entrambi, chi in un modo e chi in un altro, saremmo finalmente sfuggiti alla prigione che ci teneva incatenati da tutta la vita. Per la prima volta mi era stata data la possibilità di scegliere e io non ho sprecato l'occasione. Mi sono sentita forte, rilevante, libera. Diedi a Teseo il gomitolo di lana che lo avrebbe salvato e lo lasciai andare. La notte prima che accadesse il misfatto, ripensai a mio fratello. Mi tornarono in mente tutte le poche volte in cui lo avevo visto di sfuggita. C'era stato un giorno in cui addirittura i nostri sguardi si erano incrociati: chissà se mi aveva riconosciuta. Era solo come me e mi accorsi per la prima volta che, in fondo, gli avevo voluto bene.

Anche quella mattina corsi a tutta velocità verso il mio mare, consapevole che quella sarebbe stata l'ultima volta. Mi sedetti, il sole ancora non era forte, e osservai quella distesa blu all'orizzonte: finalmente l'avrei attraversata anch'io, finalmente mi sarei liberata dalla mie catene.

Ora sono qui, di nuovo seduta su una distesa bianca mentre osservo la stessa distesa blu, di nuovo sola. Ripenso a tutta la mia vita, ripenso ad Asterione e ripenso a Teseo che, alla fine, mi ha abbandonata anche lui. Tutto sembra essere andato storto, e ho perso ogni cosa: le mie ricchezze, il mio titolo, la mia famiglia, il mio amore. Eppure, straordinariamente, non sono pentita di nulla, perché a scegliere questa vita, a scegliere di sbagliare, sono stata io. Ho perso tutto, ma una cosa davvero l'ho conquistata: la mia libertà, perché cos'è libertà se non poter scegliere di sbagliare?



Sara Pagnozzi, 4A 2021-22: L'uomo e la bestia (Il mito di Teseo e il Minotauro raccontato dal punto di vista di Arianna)

 

Possano perdonarmi gli Dei! Levo in alto le mie esili braccia, o Dei dell’Olimpo, affinché possiate aver compassione di questa povera fanciulla, sola e in ginocchio sull’arida spiaggia dell’isola di Nasso. L’amore qui mi condusse e mi portò a tradire la mia patria, mio padre.

Peccai d’ingenuità quando pensai che, come splendente stella, avrei per sempre illuminato lo sguardo del bell’ateniese, quando pensai che nemmeno il sopraggiungere della morte avrebbe potuto separarci.

Perché, o Cupido, decisi di trafiggere il mio docile cuore con la tua freccia? La tua freccia, scoccata velocemente, si conficcò nell’animo mio per accogliere l’immagine di Teseo e, solo pronunciare il suo nome, ancor m’offende. Sanguina abbondantemente, o Cupido, questa ferita che ancora non è guarita.

Beffardo fu il fato quando mi consigliò di usare un filo rosso per aiutare Teseo a uscire dal labirinto. Senza di me non sarebbe mai sopravvissuto all’ardua impresa; senza di me il dominio della mia patria su Atene non si sarebbe mai concluso e gli Ateniesi avrebbero continuato a generare figli e figlie da sacrificare in nome della stirpe.

Se solo avessero saputo che quella creatura mostruosa, figlio del dispetto di uno di voi Dei, mezzo umano e mezzo mostro, mezzo uomo e mezzo toro, aveva le loro, le mie stesse paure ed emozioni, si sarebbero presentati da lui con armi taglienti e affilate?

Bastava la visione di un’arma per intimorirlo e scatenare la sua rabbia; invece, nessuno mai ebbe qualche parola di conforto per placare il suo istinto malvagio, nato per via di una prigionia imposta: tutto ciò sarebbe bastato per sedare la sua sete di sangue.

L’invincibile Teseo, dimenticatosi dell’umanità propria e della mezza di Asterione, riconobbe quest’ultimo solo come orrido mostro e lui stesso, sempre meno uomo e più bestia, si macchiò dell’orrendo crimine, infliggendo al Minotauro il colpo fatale.

Io, accecata dall’amore, non mi accorsi che mi aveva usata come mero strumento per raggiungere il suo fine. Solo ora, nell’abbandono, mi accorgo, con gli occhi ricolmi di lacrime, della vera natura del bell’ateniese.

martedì 11 gennaio 2022

M. Bonifacci, 5H 2021-22: La distopia come moderno conte philosophique nella letteratura e nel cinema contemporanei

La letteratura, così come il cinema, sono sempre stati un mezzo non solo per descrivere la realtà che ci circonda, ma anche in qualche modo uno strumento per evadere da essa.

Perciò, i temi di fantasia e i racconti di mondi immaginari hanno sempre affascinato ed interessato i lettori e gli spettatori.

Il genere fantastico, però, ben si presta anche a fungere da pretesto per sviluppare una critica alla società o al governo contemporanei.

Proprio per questo, nel corso del XVIII secolo in Francia si sviluppa il nuovo genere letterario del conte philosophique

I philosophes francesi infatti, dietro a racconti fantastici del tutto lontani dalla verosimiglianza, nascondevano feroci polemiche verso la nobiltà, il fanatismo religioso, i regimi politici o filosofie al tempo diffuse, evitando così la pesante censura.  

L’esempio più celebre è sicuramente il Candide di Voltaire. 

Utilizzando la satira, che a sua volta si serve di tecniche come la caricatura, l’ironia e l’umorismo nero, l’autore riesce a divertire il lettore proponendo un’immagine esagerata della realtà, ma al tempo stesso si impegna a farlo riflettere sugli usi e i difetti della società a cui appartiene. 

In questo senso si può quindi sostenere che la distopia, genere letterario sviluppatosi nel Novecento, sia l’equivalente moderno del conte philosophique

Come il genere inaugurato nel Settecento francese, le distopie presentano un modello di realtà ipotetico, ambientato in un futuro più o meno lontano, in cui sono presenti regimi totalitaristi, manipolazioni scientifiche o tecnologiche e abusi di ogni tipo. 

La distopia è infatti l’opposto dell’utopia, e può essere anzi considerata la sua evoluzione. 

I racconti utopici, che condividono essenzialmente la stessa struttura delle distopie, sono tuttavia caratterizzati da uno slancio di positività. Le società descritte sono, per definizione, ideali e perfette, e pur non trovando riscontro nella realtà ed essendo pressoché impossibili da realizzare, costituiscono un fine a cui tendere. 

Le utopie si sono diffuse nel corso dei decenni a seguito delle entusiasmanti scoperte umane e ai progressi della scienza, dalla rivoluzione industriale, ai primi macchinari, fino alle moderne tecnologie, la corsa allo spazio e molti altri emozionanti traguardi. 

Le anti-utopie o distopie invece sono il frutto di un’osservazione critica che riguarda in particolare il XX secolo, scenario di orribili guerre, regimi totalitari, discriminazioni, problemi ambientali ed eccessi sia scientifici che tecnologici. 

Perciò al radioso e positivo avvenire descritto dalle utopie, si oppone la scura e cupa prospettiva proposta dalle distopie, che sono sì rappresentazioni di una realtà immaginaria del futuro, ma comunque prevedibile sulla base di tendenze del presente percepite come altamente pericolose, e che vogliono perciò mettere in guardia i lettori contro le minacce del progresso.

In realtà, il primo esempio di romanzo distopico può essere considerato I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, che descrive con ironia pungente diverse società grottesche ed esagerate con lo scopo di criticare l’ambiente inglese del XVIII secolo. 

Le distopie successive, però, non si propongono più di satirizzare solamente sul presente, ma piuttosto di mostrare le conseguenze di quei difetti, tendenze o segnali di pericolo già visibili che vengono tuttavia ignorati.

I temi ricorrenti sono infatti le manipolazioni genetiche, l’eccessivo uso della tecnologia, i crescenti e sempre più spaventosi problemi climatici. 

Dei primi si occupa Il Mondo Nuovo di Huxley, che descrive un futuro in cui l’intera umanità è divisa per classi, la riproduzione umana avviene in serie come per gli oggetti in fabbrica e ogni tipo di interiorità o legame affettivo è severamente proibito.

Sui disastri ambientali è invece incentrato il romanzo di Arpaia Qualcosa là fuori, che presenta un futuro assai prossimo, in cui gli uomini - a causa del dissesto climatico - saranno costretti a scappare disperatamente alla ricerca di acqua e terreni fertili per vivere. 

Nel corso del Novecento questo tipo di racconti si è quindi sempre più distaccato dal puro genere di fantasia, descrivendo realtà distorte ma spaventosamente credibili. 

Altri celebri esempi sono 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury, o anche i recenti e popolarissimi Hunger Games di Suzanne Collins. 

Lo scopo di questi romanzi non è dunque più quello di divertire il lettore, portandolo in un viaggio verso un lontano mondo immaginario, ma di responsabilizzarlo e di dargli consapevolezza a proposito delle conseguenze estreme dell’instancabile corsa al progresso. 


M. Bonifacci, 5H 2021-22: A. Hitchcock, La finestra sul cortile

Nella "Finestra sul cortile”, film del 1954, Alfred Hitchcock presenta una trama apparentemente molto semplice.





Il fotoreporter Jefferies è bloccato in casa per un'ultima settimana di convalescenza a causa di un'ingessatura alla gamba sinistra.

La settimana sembra interminabile, in una una calda estate durante la quale Jefferies passa il tempo affacciato alla finestra del suo appartamento ad osservare le abitudini dei vicini di casa. Fra questi, c'è una coppia di  giovani sposi, una bella e provocante ballerina, un pianista squattrinato, una coppia di coniugi con un cagnolino che la notte dormono in balcone, una donna affranta dalla solitudine e, soprattutto, un tranquillo uomo di mezza età che si prende cura della moglie malata. Quando questa improvvisamente scompare, Jefferies comincia a spiare sempre più ossessivamente i comportamenti dell'uomo, convinto che in quell'appartamento sia avvenuto un omicidio.

La sua improvvisata attività investigativa incontra tuttavia molti ostacoli: in primis l’impossibilità di muoversi, seguita dalla noncuranza dell’amico detective e dalle continue interruzioni della scorbutica ma amabile infermiera Stella, che gli rimprovera spesso il suo vizio definendolo “guardone”, e della bellissima compagna Lisa Freemont. Prototipo di donna ideale, apparentemente frivola, dedita ai vestiti e alla moda, la donna si rivela più grintosa e astuta di quanto ci si aspetterebbe, entrando in azione e partecipando attivamente alle indagini, tutto in nome di un amore per Jefferies e che questi non sembra affatto meritare.

Egli infatti non si cura affatto delle sue esplicite avances, rimanendo inamovibile nel suo proposito di non sposarsi. 

Perciò il film potrebbe apparire a un primo sguardo immorale, dopotutto la vicenda riguarda la vita di un guardone, pratica di per sé riprovevole, dedito per lavoro e per inclinazione ad un voyeurismo inguaribile. La stessa figura di Lisa è un'evidente espressione di piacere visivo, che richiama costantemente l’attenzione sia dello spettatore che del protagonista anche nei momenti meno opportuni.

In realtà per il regista l'avvincente trama gialla è solo la superficie, il pretesto di una complessa riflessione che affonda le sue radici nel piacere della visione e nelle passioni dello sguardo, dimostrando come il cinema sia la finestra voyeuristica per eccellenza, legato cioè ai desideri visivi.  

Con una singolare ironia, che domina tutto il film, Hitchcock gioca con i suoi personaggi, con la realtà e la finzione, incurante talvolta della verosimiglianza.

Il regista vuole sottolineare la distanza da ciò che Jeff guarda e ciò che accade realmente, facendo sì che lo spettatore si immedesimi nel povero fotografo immobile, assumendo la sua prospettiva grazie ai veloci giochi di inquadrature. 

L’immobilità del protagonista che traduce quella dello spettatore si infrange solo nel finale, quando l'assassino irrompe nella casa di Jefferies. Solo allora il fotoreporter partecipa in prima persona alla vicenda per difendersi dall’aggressione di Thorwald. 

La troppa intraprendenza e imprudenza del protagonista, però, non restano impunite, e cadendo dalla finestra a seguito della lotta con l’uomo, Jefferies si rompe anche l’altra gamba, prolungando ulteriormente il supplizio che stava giusto per finire.

Prevalgono quindi nettamente le azioni e le immagini sui dialoghi, e l’impressione generale è quella di un film leggero, privo di ogni elemento inutile: essenziale, equilibrato ed estremamente gradevole, anche e soprattutto per la magistrale bravura ed eleganza del cast, in cui spiccano James Stewart e Grace Kelly, che in quanto a classe e talento sono da sempre oggetto di ammirazione e invidia nel mondo del cinema. 


G. Cricca, 5H 2021-22: Vasco Rossi, Sally

 



Sally cammina per la strada senza  nemmeno  A

Guardare per terra  B

Sally è una donna che non ha più voglia  C

Di fare la guerra B

Sally ha patito troppo E

Sally ha già visto che cosa F

Ti può crollare addosso G

Sally è già stata punita H

Per ogni sua distrazione o debolezza I

Per ogni candida carezza I 

Tanto per non sentire l'amarezza  I


Senti che fuori piove

Senti che bel rumore


Sally cammina per la strada, sicura

Senza pensare a niente

Ormai guarda la gente

Con aria indifferente

Sono lontani quei momenti

Quando uno sguardo provocava turbamenti

Quando la vita era più facile

E si potevano mangiare anche le fragole

Perché la vita è un brivido che vola via

È tutto un equilibrio sopra la follia

Sopra la follia  (messaggio dell’autore)



Senti che fuori piove

Senti che bel rumore


Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso

Del tuo vagare

Forse davvero ci si deve sentire

Alla fine un po' male

Forse alla fine di questa triste storia

Qualcuno troverà il coraggio

Per affrontare i sensi di colpa

E cancellarli da questo viaggio

Per vivere davvero ogni momento

Con ogni suo turbamento

E come se fosse l'ultimo   (riflessione dell’autore)


Sally cammina per la strada, leggera

Ormai è sera

Si accendono le luci dei lampioni

Tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni

Ed un pensiero le passa per la testa   

Forse la vita non è stata tutta persa  

Forse qualcosa s'è salvato

Forse davvero non è stato poi tutto sbagliato

Forse era giusto così

Forse, ma forse, ma sì  (pensiero di Sally)


Cosa vuoi che ti dica io?

Senti che bel rumore




Il brano scelto è la nota canzone Sally di Vasco Rossi. Contenuta nel disco Nessun pericolo per te, è uscita nel 1996 e nel 1999 è stata realizzata una cover da parte di Fiorella Mannoia. Il testo di grande carattere emotivo e di fama internazionale narra la storia di una donna di nome Sally che con grande forza è riuscita a superare le difficoltà della vita e che finalmente riesce a vivere spensierata, cercando la forza dentro di sé.

Il testo è suddiviso in 4 strofe libere, poiché sono composte da un numero diverso di versi, e vi è presente un ritornello, ripetuto per tre volte, contenente nella maggior parte dei casi le medesime parole. Tale ritornello è composto da due soli versi, che nelle prime due ripetizioni sono identici e settenari, a differenza dell’ultimo caso nel quale il primo verso cambia diventando novenario, e da frase affermativa si trasforma in domanda diretta. Nell’ultima strofa è presente un’anafora della parola forse

La musicalità del testo non dipende dalla presenza di rime, dato che come si può osservare nella prima strofa non è stato possibile individuare uno schema ben preciso, bensì dal forte legame tra musica e parole. Infatti, nel mentre si ascolta la canzone, è possibile notare come il suono del piano accompagni la voce del cantante. 

In tre strofe il cantante parla di Sally in terza persona: Sally cammina - Sally ha patito - Sally guarda; invece nella penultima si indirizza direttamente alla ragazza “Ma forse Sally è proprio il senso del tuo vagare”, come succede anche nei ritornelli “senti che fuori piove; Senti che bel rumore”. Nelle tre strofe nelle quali il cantante parla in terza persona della giovane si può notare come sia significativo il cambio di aggettivi usati per descrivere lo stato d’animo di Sally. Nella prima la ragazza è stanca, combattuta per le difficoltà della vita e amareggiata: dalle parole del cantante “cammina senza nemmeno guardare per terra”; “ è una donna che non ha più voglia di fare la guerra”. Anche nella musica si può ritrovare questo senso di nostalgia: il suono del pianoforte sovrasta quello della batteria, è incisivo e chiaro.

Nella seconda Sally non è più debole, ma per affrontare la vita dura e complicata decide di costruire un muro che la possa proteggere dal mondo che la circonda: guarda la gente con aria indifferente ed è sicura. In questa sicurezza però si nasconde la malinconia per quella felicità, quella vita più facile dove si potevano mangiare anche le fragole, che ormai ha perso e non sa se potrà mai ritrovare. In questo pezzo il suono della batteria si fa imponente, quasi a voler rappresentare la corazza che Sally ha indossato. In questo frangente si iniziano a sentire anche i violini, che rappresentano la forza interiore della ragazza, che non è morta e sta per rinascere.

Nell’ultima strofa invece qualcosa è cambiato, perché Sally cammina leggera e pensa che forse qualcosa s’è salvato e la vita non è tutta persa. Tutti gli strumenti suonano in armonia, nessuno prevale: le parole del cantante sono trasportate dal suono della batteria, del pianoforte e della chitarra elettrica. 

Se si ascolta un paio di volte la canzone è evidente come a partire dalla seconda strofa in poi la parte finale venga accentuata sia dal tono della voce che si fa più imponente sia dall’intensità del suono. Ciò accade perché è proprio negli ultimi versi che sono contenute delle parti fondamentali della canzone. Gli ultimi tre versi della seconda strofa racchiudono il messaggio che l’autore vuole condivide all’ascoltatore: la vita non è semplice, nasconde sempre delle insidie dietro l’angolo, ma è proprio questo suo bello; come dice Vasco è un equilibrio sopra la follia, ed è per questo che non bisogna arrendersi ma combattere. 

Come detto in precedenza, la terza strofa è quella più particolare poiché l’autore parla direttamente a Sally. Non la guarda più con gli occhi di un estraneo che osserva una donna che gli cammina davanti, bensì si comporta nei suoi confronti come se fosse suo amico. Il cantante riflette ad alta voce come se volesse far ragionare la sua amica: il senso del suo vagare sta proprio nell’affrontare questa faticosa vita, perché è  dalle difficoltà che Sally riuscirà a trovare il coraggio per vivere ogni momento, anche quello più difficile, come se fosse l’ultimo. Infine, negli ultimi versi dell’ultima strofa, non è più il cantante a parlare ma sono le parole della stessa Sally. Finalmente ha preso coraggio: si è resa conto che la vita non è facile e che sicuramente dovrà affrontare delle difficoltà; però ciò che ha passato l’ha aiutata a crescere e deve usare la forza ritrovata per rinascere e sbocciare.

La canzone si conclude con l’ultimo ritornello: in quelli precedenti in entrambi i versi il cantante parla alla ragazza come se le volesse risollevare il morale, come se cercasse di farle vedere anche il bello delle difficoltà, il lato positivo; l’ultimo invece è un dolce saluto<. il cantante amico ha fatto il suo lavoro, ha risollevato la bambina che era caduta e con una dolce frase, “senti che bel rumore”, le lascia la mano per farla camminare da sola. 


Sally è uno dei brani più amato dagli Italiani. Tutti portano nel cuore questa poesia cantata, perché grazie alla forza che essa dà all’ascoltatore, aiuta qualsiasi persona a ritrovare la motivazione e la grinta per andare avanti. Chiunque durante la sua vita si può trovare in difficoltà, perché come dice Vasco il pericolo è dietro l’angolo, è tutto un equilibrio sopra la follia. Però non dobbiamo mollare e spaventarci, ma cercare in noi stessi la forza di andare avanti. Possiamo circondarci di persone care che farebbero di tutto per strapparci un sorriso, ma dobbiamo ricordarci che la nostra felicità è dentro di noi e nessuno ce la potrà mai dare. Dobbiamo quindi svegliarci ogni mattina felici di vivere un’altra giornata e pronti a goderci ogni singolo istante, partendo da noi stessi.


G. Cricca, 5H 2021-22: La confessione di Mirra

Mirra è una tragedia di Vittorio Alfieri, ispirata alla lettura del X libro delle Metamorfosi di Ovidio. Ideata nel 1784, viene conclusa solo due anni più tardi, nel 1786. Attraverso una grande innovazione stilistica, Alfieri realizza una tragedia suddivisa in cinque atti, rispettando le tre unità aristoteliche.

Mirra, innamorata segretamente del padre Ciniro, si deve sposare con Pereo, ma tale avvenimento la turba. Durante i preparativi per la cerimonia la giovane sviene e il futuro marito, convinto di essere odiato dalla sposa, si uccide.

Nel brano La confessione di Mirra il padre interroga la figlia per fare luce sui sentimenti della ragazza, che alla fine confessa per la prima volta la passione che prova nei confronti del padre. Il brano si divide in tre scene (II, III, IV): nella prima l’insistenza del padre provoca nella ragazza un grande senso di colpa, che la travolge fino al punto di portarla alla confessione dei propri sentimenti. Il padre sembra quasi minacciare la figlia, come si può intendere dalla frase << omai per sempre perduto hai tu l'amor del padre>>. Presa dalla più grande frustrazione, ammette di amare colui che la sta tormentando di domande e dalla vergogna impugna la spada di Ciniro e si trafigge il corpo.

Nella terza scena compaiono anche Cecri, la madre, ed Euriclea, la nutrice. Il padre, rimasto senza parole dalla confessione della figlia, non vuol fare vedere alla moglie il corpo morente della giovane. Dalle parole dell’uomo le due donne comprendono il motivo di quel gesto estremo e ne rimangono senza parole. Presa dalla disperazione, Cecri lascia la scena, trascinata fuori da Ciniro. La scena conclusiva racchiude le ultime parole di Mirra. Rivolgendosi alla nutrice, le rimprovera il fatto di non averle dato prima una spada per uccidersi. Se lo avesse fatto, sarebbe morta innocente.

Nella scena iniziale si può osservare come il comportamento del padre cambi dopo essere venuto a conoscenza dei sentimenti della figlia. All’inizio del discorso si rivolge a Mirra con gentilezza e amore paterno, cercando di scoprire il nome dell’amato attraverso un tono calmo e delle argomentazioni:  cerca di provocare quasi pietà, << vedi ch’io torno e supplice e piangente>>; afferma che grazie alla sua condizione di re può trasformare in alta e grande anche una persona umile, qualora fosse di tale condizione l’amato della figlia; la invita a rivelare il nome offrendole un abbraccio caloroso << vieni fra le paterne braccia>>. Nonostante ciò, Mirra non cede alle richieste del padre e cerca di allontanarlo, << Deh! Lascia, te ne scongiuro per l’ultima volta, lasciami il piè ritrarre>>. Sconvolto dalla freddezza della figlia, Ciniro si sente offeso dal comportamento della ragazza che interpreta  le parole del padre <<… e farti del mio dolore gioco, ormai per sempre perduto hai tu l’amor del padre>> come una << fera orribil minaccia>>. Prova una forte repulsione per la giovane, colei che fino a qualche momento prima era stata teneramente amata, e con la rivelazione della giovane rimane impietrito dalla dura verità. Ciniro, << di spavento,…/ e d’orror pieno, e d’ira,… e di pietade>>, resta immobile davanti alla figlia, che si è trafitta il corpo con le sua spada. Egli non vuole toccare il suo corpo e non vuole sporcarsi con il sangue di quell’impensabile incesto.

Nella seconda scena si raggiunge la massima tensione drammatica, definita col termine Spannung, in particolare nella parte finale, quando Mirra, rivelato il segreto, chiede lei stessa al padre di non piangere per una figlia che non merita tali lacrime. Nelle scene successive i genitori di Mirra, inorriditi dalla sua verità, abbandonano il corpo morente e Ciniro riesce a convincere la moglie a non abbracciare per l’ultima volta il corpo della figlia. Tra i versi si possono individuare termini che appartengono al campo lessicale del disonore: infame orrendo amore, onta, dolore, empia.

La quarta scena si conclude con le ultime parole di Mirra << Quand’io … tel… chiesi, … darmi … allora, … Euriclea, dovevi il ferro … io moriva … innocente; … empia … ora muoio …>> Nel verso finale sono presenti due figure retoriche: il chiasmo tra innocente e empia e l’iperbato nella seconda parte del verso <<… empia … ora … muoio…>>, dal momento che il verbo dovrebbe trovarsi all’inizio della frase. La tragedia si chiude con la solitudine degli ultimi istanti della vita di Mirra, abbandonata da entrambi i genitori.



Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...