Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come ai ragazzi che incontra chieda sempre qual è la loro poesia preferita: tra le tante che emergono spesso sente nominare La cavalla storna del poeta Giovanni Pascoli. Questo è il componimento che narra del momento che segnò per sempre la sua vita: l’omicidio del padre Ruggero, morto il 10 agosto 1867.
Ruggero Pascoli si recò quel giorno a Cesena, dove avrebbe dovuto incontrare in fiera un uomo di Roma, che non si presentò. Al ritorno, due “uomini atroci” gli tesero un agguato e un loro colpo di fucile gli arrivò alla testa; seppur ucciso, la sua giumenta lo portò fino a casa, dove lo aspettavano la moglie e gli otto figli. All’epoca Giovanni aveva dodici anni e, quando il padre morì, non riuscì a elaborare il lutto e la sete di giustizia iniziò a tormentarlo. Come un investigatore, per tanto tempo chiese in giro per San Mauro informazioni di chi poteva aver visto, di chi poteva sapere, fino a quando un presunto testimone oculare lo percosse e gli intimò di smetterla. Fu così che Giovanni rinunciò a qualsiasi speranza di vendicare il padre, anche in tribunale. Si iscrisse all’università, venne persino arrestato e incarcerato per aver frequentato anarchici e socialisti, ma si laureò e divenne professore di latino, senza mai dimenticare. Ne La cavalla storna, in particolare, il poeta racconta ciò che vide e sentì nel momento in cui l’animale tornò a casa col padre ancora nel carretto: alla richiesta della madre di confermarle il nome di chi era stato, lei emise un nitrito.
La tesi di fondo qui sostenuta dall’autrice è che la poesia sia potuta servire a Pascoli come strumento di conforto per “fare giustizia” a sé stesso, per esternare tutto ciò che lo aveva tormentato per anni e anni: dal momento in cui non era riuscito a ottenere un processo vero e proprio, egli usò la poesia come mezzo per esprimere il suo personale processo e la sua personale condanna contro l’assassino.
La Mazzucco, però, fa riferimento anche all’opera precedente i Canti di Castelvecchio, in cui è inclusa La cavalla storna: Myricae, di cui fa parte la famosissima poesia X Agosto, della quale l’autrice si avvale per sostenere che Pascoli, in realtà, inizialmente tese a “nascondere” l’accaduto coi simboli della rondine che torna al nido e del pianto cosmico sul male del mondo, mentre anni dopo, con La cavalla storna, egli non cela più ciò che è stato e lo trasforma in “leggenda”. Infatti, all’inizio dell’articolo, la poesia è definita “invincibile” poiché viene insegnata da decenni nelle scuole, da molti è imparata a memoria ed è sempre gradita ai giovani, anche ora che ci troviamo in tempi moderni: per questo non “passa mai di moda” .
LA LETTERATURA COME MEZZO DI GIUSTIZIA
Nel 2012, per la prima volta dopo 145 anni, sono stati “condannati” in Corte d’Appello i tre responsabili dell’omicidio di Ruggero Pascoli: Pietro Cacciaguida, mandante del delitto e incaricato di amministrare la tenuta Torlonia al posto di Ruggero, Michele della Rocca e Luigi Pagliarani, esecutori materiali dell’omicidio. Questo processo, naturalmente storico dato il ritardo con cui si è svolto, e al quale hanno partecipato più di mille persone a San Mauro, ha avuto giudici, giuria e persino il difensore dei tre imputati mai davvero finiti in tribunale. È stata quindi fatta giustizia (postuma) sia per Ruggero Pascoli che per il figlio Giovanni, che visse la morte del padre come un’ossessione e sulla quale scrisse varie poesie, prima fra tutte La cavalla storna.
Pascoli in cuor suo sapeva chi era stato ad ammazzare il padre, e perciò prima cercò in tutti i modi di recuperare prove sufficienti a mandare a processo i presunti colpevoli; poi, una volta intimidito e messo a tacere, utilizzò la letteratura come personale metodo di condanna e testimonianza. Ne La cavalla storna Pascoli narra infatti del momento successivo all’accaduto: la cavallina con cui Ruggero era partito per Cesena torna col padrone accasciato sul calesse e la madre chiede di “confermarle” con un cenno chi è stato a ucciderlo . Quando lei le dice un nome, la giumenta nitrisce, come per mostrare assenso. In questo caso, la letteratura è davvero servita a portare giustizia, poiché, pur non venendo nominato nessun probabile assassino, le parole di Pascoli sono arrivate fino ai giorni nostri e sono state ascoltate da chi si è interessato alla causa e l’ha portata a termine, anche se molto tempo era ormai passato.
Un tipo diverso di “vendetta” è invece perseguito da Primo Levi, scrittore, giornalista e sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz. Per l’autore è fondamentale e ricorrente nelle sue opere il tema della memoria: perché la giustizia sia davvero tale e permanente è nostro dovere ricordare, affinché ciò che è successo non si ripeta mai più. I suoi scritti sono vere e proprie documentazioni degli orrori perpetrati nei lager, che descrivono le sensazioni, i sentimenti e la perdita progressiva della coscienza e della volontà, rubate crudelmente ai prigionieri dagli oppressori. Nella fattispecie, il “fare giustizia” di Levi non consiste nel desiderio di individuare i responsabili degli imperdonabili crimini già giudicati in svariati processi come quello di Norimberga, ma nel condurre a ulteriori riflessioni a riguardo, al fine di evitare l’oblio di cinque anni di storia che ci hanno segnato indelebilmente: ne sono un esempio i capitoli I e II del libro I sommersi e i salvati, in cui si parla della “zona grigia”, ovvero la categoria degli oppressi che venivano spesso costretti a diventare complici dei loro stessi carnefici, pena la morte.
Insomma, la giustizia, intesa come potere in grado di restituire equilibrio e pace nella vita delle persone è nelle mani di organi statali preposti a garantirla, e si potrebbe quindi pensare che sia uno strumento arido e rigido. Ma la sua rappresentazione letteraria è frutto delle testimonianze degli autori, e può quindi avere un ruolo cruciale nella scoperta della verità.