martedì 11 gennaio 2022

G. Cricca, 5H 2021-22: La confessione di Mirra

Mirra è una tragedia di Vittorio Alfieri, ispirata alla lettura del X libro delle Metamorfosi di Ovidio. Ideata nel 1784, viene conclusa solo due anni più tardi, nel 1786. Attraverso una grande innovazione stilistica, Alfieri realizza una tragedia suddivisa in cinque atti, rispettando le tre unità aristoteliche.

Mirra, innamorata segretamente del padre Ciniro, si deve sposare con Pereo, ma tale avvenimento la turba. Durante i preparativi per la cerimonia la giovane sviene e il futuro marito, convinto di essere odiato dalla sposa, si uccide.

Nel brano La confessione di Mirra il padre interroga la figlia per fare luce sui sentimenti della ragazza, che alla fine confessa per la prima volta la passione che prova nei confronti del padre. Il brano si divide in tre scene (II, III, IV): nella prima l’insistenza del padre provoca nella ragazza un grande senso di colpa, che la travolge fino al punto di portarla alla confessione dei propri sentimenti. Il padre sembra quasi minacciare la figlia, come si può intendere dalla frase << omai per sempre perduto hai tu l'amor del padre>>. Presa dalla più grande frustrazione, ammette di amare colui che la sta tormentando di domande e dalla vergogna impugna la spada di Ciniro e si trafigge il corpo.

Nella terza scena compaiono anche Cecri, la madre, ed Euriclea, la nutrice. Il padre, rimasto senza parole dalla confessione della figlia, non vuol fare vedere alla moglie il corpo morente della giovane. Dalle parole dell’uomo le due donne comprendono il motivo di quel gesto estremo e ne rimangono senza parole. Presa dalla disperazione, Cecri lascia la scena, trascinata fuori da Ciniro. La scena conclusiva racchiude le ultime parole di Mirra. Rivolgendosi alla nutrice, le rimprovera il fatto di non averle dato prima una spada per uccidersi. Se lo avesse fatto, sarebbe morta innocente.

Nella scena iniziale si può osservare come il comportamento del padre cambi dopo essere venuto a conoscenza dei sentimenti della figlia. All’inizio del discorso si rivolge a Mirra con gentilezza e amore paterno, cercando di scoprire il nome dell’amato attraverso un tono calmo e delle argomentazioni:  cerca di provocare quasi pietà, << vedi ch’io torno e supplice e piangente>>; afferma che grazie alla sua condizione di re può trasformare in alta e grande anche una persona umile, qualora fosse di tale condizione l’amato della figlia; la invita a rivelare il nome offrendole un abbraccio caloroso << vieni fra le paterne braccia>>. Nonostante ciò, Mirra non cede alle richieste del padre e cerca di allontanarlo, << Deh! Lascia, te ne scongiuro per l’ultima volta, lasciami il piè ritrarre>>. Sconvolto dalla freddezza della figlia, Ciniro si sente offeso dal comportamento della ragazza che interpreta  le parole del padre <<… e farti del mio dolore gioco, ormai per sempre perduto hai tu l’amor del padre>> come una << fera orribil minaccia>>. Prova una forte repulsione per la giovane, colei che fino a qualche momento prima era stata teneramente amata, e con la rivelazione della giovane rimane impietrito dalla dura verità. Ciniro, << di spavento,…/ e d’orror pieno, e d’ira,… e di pietade>>, resta immobile davanti alla figlia, che si è trafitta il corpo con le sua spada. Egli non vuole toccare il suo corpo e non vuole sporcarsi con il sangue di quell’impensabile incesto.

Nella seconda scena si raggiunge la massima tensione drammatica, definita col termine Spannung, in particolare nella parte finale, quando Mirra, rivelato il segreto, chiede lei stessa al padre di non piangere per una figlia che non merita tali lacrime. Nelle scene successive i genitori di Mirra, inorriditi dalla sua verità, abbandonano il corpo morente e Ciniro riesce a convincere la moglie a non abbracciare per l’ultima volta il corpo della figlia. Tra i versi si possono individuare termini che appartengono al campo lessicale del disonore: infame orrendo amore, onta, dolore, empia.

La quarta scena si conclude con le ultime parole di Mirra << Quand’io … tel… chiesi, … darmi … allora, … Euriclea, dovevi il ferro … io moriva … innocente; … empia … ora muoio …>> Nel verso finale sono presenti due figure retoriche: il chiasmo tra innocente e empia e l’iperbato nella seconda parte del verso <<… empia … ora … muoio…>>, dal momento che il verbo dovrebbe trovarsi all’inizio della frase. La tragedia si chiude con la solitudine degli ultimi istanti della vita di Mirra, abbandonata da entrambi i genitori.



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