Archivio di analisi e riflessioni degli alunni di alcune sezioni del Liceo Laura Bassi: italiano, latino, storia
giovedì 25 marzo 2021
M. Brusori, 3A 2020-21: La condizione della donna dall'Antichità a oggi
OGGI
Nel 1791 Olympe de Gouges pubblica “nell’età delle rivoluzioni” la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, preso in considerazione come il manifesto dell’uguaglianza tra i sessi. Un’altra figura importante è Mary Wollstonecraft che incolpa i maschi definendoli come prime cause della loro emarginazione.
Nell’800 vi è la protesta da parte di un gruppo di lavoratrici, le suffragette (suffragio). Le autorità risposero con metodi violenti e di repressione. Dalla prima guerra mondiale in poi inizia ad essere possibile il diritto di voto per le donne (in Italia nel 1946).
Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il movimento femminista inizia ad essere sempre più forte portando avanti numerose cause: battaglie per il divorzio avvalendosi di nuovi modi di vestire anche provocatori che sottolineano il voler la libertà di decisione sul proprio corpo, la diffusione dei metodi contraccettivi e l’interruzione della gravidanza.
Dopo aver raggiunto vari obiettivi, i movimenti femminili contemporanei si impegnano nella rivendicazione delle pari opportunità nel mondo del lavoro come anche nella rappresentanza politica (uguaglianza di trattamento tra i sessi). Nel mondo occidentale rimangono comunque diversi stereotipi e discriminazioni in particolare nell’uso del linguaggio e delle immagini: il corpo femminile viene spesso mostrato come merce affianco ad altre merci per invogliare l’acquisto per esempio. Nei Paesi in via di sviluppo invece la situazione è più drammatica perché vi sono ancora pratiche arcaiche crudeli nei confronti delle donne e delle bambine.
mercoledì 24 marzo 2021
Valentina Zheng, 3A 2020-21 - La concezione del lavoro dal mondo antico al Medioevo (schema)
La concezione medievale del lavoro
Il lavoro nel Medioevo si fonda:
Sulla tradizione classica.
La cultura classica nutre uno spregio per l'attività manuale.
Il lavoro viene concepito come un occupazione che ha la funzione di rispondere alle esigenze dell'uomo e che distoglie dall'ozio.
Il lavoro manuale è solo per schiavi e servi.
Sugli insegnamenti biblici.
Nella cultura biblica:
C'è la condanna del Creatore per la disobbedienza di Adamo.
Oltre ad essere associato alla colpa originaria, il lavoro è considerato come una fatica necessaria che può diventare strumento di purificazione e penitenza, mezzo di riscatto e salvezza.
Il lavoro è elemento sia di dannazione sia di elevazione.
Sulla mentalità delle popolazioni germaniche.
La visione del lavoro presso le società barbariche:
Le uniche occupazioni degne di un uomo erano la guerra e la conquista di un bottino. Il lavoro manuale, come coltivare la terra, era solo per i servi.
Il lavoro è quindi, considerato come un'attività forzata che svilisce l'uomo.
Alto medioevo: la condanna del lavoro
Il lavoro manuale corrisponde all'attività rurale.
La società feudale è organizzata in 3 ordini: i contadini rappresentano la maggioranza della popolazione e dalla loro attività dipende la sopravvivenza dei nobili e degli ecclesiastici.
I lavoratori sono assoggettati al lavoro stesso (fatica)
Presso i monaci benedettini esiste l'espressione "ora et labora". Il lavoro è considerato come uno strumento di penitenza e mortificazione che può stemperare l'orgoglio umano.
L'economia agricola
Viene riorganizzata in curtes, aziende agricole con ampi terreni.
Esse erano proprietà di un dominus che assicurava il mantenimento dello status quo.
Le terre erano coltivate dai servi.
Alcuni piccoli appezzamenti terrieri venivano affidati ai massari, contadini liberi che, sotto la protezione del signore, gli assicuravano un canone, o ai servi che coltivavano la terra e che come ricompensa ottenevano una parte del raccolto.
A partire dell'XI:
I contadini possono pagare un riscatto che garantisce loro una maggiore libertà nei confronti del signore. Essi mantengono infatti solo gli obblighi di corvées e di pagamento del canone.
Vi fu anche una professionalizzazione del lavoro: se nei primi secoli dell'Alto Medioevo, il contadino doveva saper svolgere diversi compiti, successivamente si sviluppò sempre di più una specializzazione nelle attività artigianali, permettendo una maggiore mobilità sociale.
lunedì 22 marzo 2021
Martina Mortelliti, 3A 2020-2021: Calandrino incito, Decameron IX 3
Una zia di Calandrino morì e gli lasciò duecento lire in contanti, per cui lui cominciò a dire che voleva comprare un podere. Ma ogni trattativa andava a monte non appena si parlava di prezzo. Bruno e Buffalmacco, informati della cosa, gli avevano più volte detto che avrebbe fatto meglio a godersi quei soldi insieme a loro. Ma non erano mai riusciti a convincerlo, neppure a offrire loro un pranzo. Perciò, un giorno, furono raggiunti da un compagno di nome Nello, pure lui pittore, a cui svelarono il motivo del loro disappunto. Così, tutti e tre insieme decisero che avrebbero dato piena soddisfazione ai propri gargarozzi a spese di quell’avaraccio. Si accordarono sul da farsi e la mattina seguente si appostarono nelle vicinanze dell’abitazione del gonzo.
Quasi subito, gli si fece incontro Nello, che iniziò a scrutarlo in viso, aggrottando un po’ le sopracciglia e chiedendogli se gli fosse successo qualcosa di notte. Queste poche parole fecero immediatamente l’effetto voluto. Calandrino, tutto preoccupato anche se non si sentiva niente di particolare, proseguì per la sua strada. Poco dopo incontrò Buffalmacco, e anche questo gli chiese la stessa cosa. Al credulone già sembrava di avere come minimo la febbre, quando gli capitò lì pure Bruno. Calandrino, sentendosi dire per tre volte e da tre persone differenti la stessa cosa, si convinse senz’altro di essere malato.
Bruno gli consigliò di mandare la sua orina al maestro Simone, con cui era in ottimi rapporti. Il dottore - d'accordo coi tre imbroglioni - fece credere a Calandrino di essere incinto, e gli disse che non c’era bisogno di preoccuparsi perché c’era un rimedio, cioè un infuso, che guariva ma che gli sarebbe costato molto. Noncurante di ciò, Calandrino accettò e per tre giorni bevve la bevanda, sentendosi guarito, mentre i tre pittori furono soddisfatti del loro scherzo.
Calandrino Incinto è la terza novella della nona giornata, che impone come tema, deciso da Emilia, quello libero, anche se le novelle sembrano riprendere gli argomenti delle giornate precedenti, tanto che ritornano anche alcuni personaggi, come appunto Calandrino, Buffalmacco e Bruno.
La novella tratta infatti di come gli “amici” di Calandrino si siano fatti beffa di lui. Ma il protagonista assoluto è Calandrino, un personaggio ingenuo, egoista, credulone e presuntuoso, che infatti proprio per queste caratteristiche diventa vittima delle beffe dei suoi “amici” pittori. Forse Boccaccio cerca di creare nei confronti di questo personaggio infantile e sciocco la simpatia del lettore, che lo vede come una persona capace di immaginare cose e situazioni eccezionali.
Inoltre lo scrittore ci suggerisce che non sempre bisogna fidarsi, e che bisogna scegliere con cura i propri amici, perché a volte anche loro ci possono pugnalare alle spalle.
Sofia Gardini, 3A 2020-21: Guido Cavalcanti in Decameron VI 9
La novella 9 della sesta giornata è ambientata a Firenze e racconta di una delle tante brigate che popolavano la città al tempo, quella di Betto Brunelleschi, che un giorno incontrò il poeta e filosofo Guido Cavalcanti che passeggiava vicino San Giovanni. Il capo brigata Betto più volte aveva tentato di coinvolgere il filosofo nella sua brigata, senza mai riuscirci. Ma anche questa volta volle ritentare insieme ai suoi compagni e così andò “a dargli briga”.
Il protagonista di questa novella è certamente Guido Cavalcanti con la risposta che dà alla brigata, ma anche il personaggio di Betto.
Guido Cavalcanti viene descritto da Boccaccio come “uno dei migliori “logici”, un filosofo naturale; gentile nel parlare e nel comportarsi. Inoltre - specifica Boccaccio - Guido era anche ricchissimo e sapeva rendere onore a chi ne fosse degno nell’animo”. Il poeta, alla brigata che lo provoca dicendogli in sostanza “che passi a fare il tuo tempo a capire se Dio esista o no?”, risponde “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace” e poi “posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall'altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.
Inizialmente la brigata non capì il senso della risposta di Cavalcanti, il quale voleva dir loro, in modo elegante come lo descrive fin dall’inizio Boccaccio, che quel cimitero e quelle arche erano casa loro, perché sprecando la loro vita a fare niente, a mangiare, bere e fare festa, erano già morti e quindi “signori” in quel cimitero. Invece Cavalcanti può “saltar via leggerissimo”, anche oltre le arche, proprio grazie a quel suo pensare continuo, come potesse superare persino la morte grazie alla sua sete di conoscenza.
Il poeta dà così una grandissima lezione di vita a tutta la brigata, che rimane stordita e lo accusa di essere uno “smemorato”: solo Betto Brunelleschi ne capisce il senso e lo spiega alla fine ai suoi compagni. Questo, secondo me, lo rende protagonista insieme a Cavalcanti. Si capisce che Betto è carismatico e intelligente: infatti riconosce il valore di Cavalcanti e lo vuole nella sua brigata, ma non soltanto, visto che alla fine capisce anche la grandezza della risposta del filosofo poeta, “gli uomini non letterati, idioti come loro, sono già morti e dunque abitanti di quel cimitero, a differenza degli uomini scienziati che superano quella vita vuota e dunque già morta”. E dopo averlo fatto capire anche agli altri, smette di importunare Cavalcanti.
martedì 16 marzo 2021
V. Zheng, 3A 2020-21: La parabola politica di Federico II
La parabola politica di Federico II
Alla morte di Papa Innocenzo III, nel 1220, Federico II riesce a farsi incoronare imperatore da Papa Onorio III.
Federico II fondò un governo forte e accentrato. Egli, infatti, riuscì a sottomettere gli aristocratici normanni a cui tolse tutti i privilegi che avevano acquisito negli anni.
Nel 1220, durante la dieta di Capua, ordinò di abbattere tutti i castelli costruiti abusivamente e di revisionare tutti i privilegi, annullando le autonomie cittadine.
Federico II fece costruire una rete di castelli per avere il controllo di tutto il regno. Essi venivano ispezionati periodicamente dai suoi funzionari.
Tra il 1222 e il 1224, Federico II affrontò i Saraceni di Sicilia che erano diventati i padroni di diversi territori. Li sconfisse e li deportò a Lucera, dove permise loro di continuare a vivere secondo le loro abitudini e professando la religione islamica. Questa sua azione mostrò la grande tolleranza che Federico II possedeva. Dal punto di vista politico, questa mossa era stata molto favorevole. Infatti, Federico II, con questa clemenza, si era assicurato il favore e la devozione dei Saraceni che erano degli abilissimi arcieri e che diventarono le sue guardie del corpo.
Nel 1227, Papa Gregorio IX bandì la crociata in Terrasanta, ma solo nel 1228, dopo la scomunica, Federico II partì. Nel 1229 riuscì a ottenere la restituzione di Gerusalemme da parte del sultano senza ricorrere alle armi, ma con diplomazia.
Un cronista arabo racconta stupito del comportamento di Federico II, che era curioso di imparare e vedere gli usi e le tradizioni dei musulmani. Il sultano, inoltre, per rispetto all'imperatore, aveva proibito al muezzin di salire sul minareto della moschea per recitare i versi del Corano che richiamavano alla preghiera, ma Federico II si mostrò contrario a tale scelta, sostenendo che se il sultano fosse andato da lui, egli non avrebbe sospeso il suono delle campane.
Tornato dalla crociata, Federico II riprese la sua idea di riordinamento del regno con l'accentramento dei poteri, infatti nel 1231, a Melfi, emanò le Costituzioni melfitane, dove venivano esposti i principi secondo i quali voleva governare.
Egli infatti, aveva riscoperto il diritto pubblico romano, codificato nel Corpus iuris civilis di Giustiniano e, facendo riferimento a ciò, sostenne che il suo potere non derivasse dal Papa, ma da Dio. La sovranità doveva essere esercitata mediante le leggi, applicate dai giudici e nessuno, nemmeno l'imperatore, era al di sopra di esse.
Federico II, per dare notorietà alle Costituzioni melfitane e alla sua immagine di imperatore, fece anche coniare una nuova moneta d'oro chiamata augustale, dove da una parte c'era il suo volto con una corona d'alloro e dall'altra l'aquila imperiale, simbolo di vittoria.
Le ragioni del suo scontro con il papato e perché venne scomunicato più volte
Federico II, dopo la morte di Papa Onorio III, si scontrò con il suo successore, Papa Gregorio IX. Il Papa infatti, era molto preoccupato per la crescente potenza politica e militare che stava acquisendo Federico II e per questo nel 1227 indisse una nuova crociata per la Terrasanta che avrebbe dovuto essere guidata da Federico II. Il pontefice non aveva solo lo scopo di liberare Gerusalemme, ma anche quello di allontanare l'imperatore e di tenerlo occupato per parecchio tempo.
Federico II esitò per lungo tempo prima di partire poiché per lui, più che la liberazione di Gerusalemme, erano importanti gli affari del suo regno. Inoltre, l'imperatore riteneva che i musulmani fossero solo uomini con una diversa religione, piuttosto che "perfidi infedeli".
A causa di tutti questi indugi, il Papa lo scomunicò e mantenne questa scomunica anche quando Federico II partì per la crociata nel 1228. Nel 1229, il sovrano riuscì a ottenere dal sultano la restituzione di Gerusalemme praticamente senza combattere e ciò non fece piacere al Papa che avrebbe preferito degli aspri combattimenti. Federico II riteneva infatti, che solo con la diplomazia si sarebbe avuto successo e non con una guerra di conquista.
Successivamente alla lotta contro i Comuni, nel 1239, Papa Gregorio IX, spaventato dalla potenza di Federico II, usando come pretesto delle presunte angherie subite dalla chiesa nel regno di Sicilia, lo scomunicò una seconda volta.
Dopo la morte di Gregorio IX, fu eletto come pontefice Innocenzo IV, che concentrò tutte le sue forze per distruggere Federico II. Infatti, nel concilio tenutosi a Lione, nel 1245, il Papa lo scomunicò per la terza volta. Nonostante l'imperatore avesse cercato più volte di raggiungere un accordo, il Papa lo proclamò decaduto, sciogliendo tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Inoltre, Innocenzo IV indisse una vera e propria crociata contro Federico II, mandando dei predicatori per tutto il regno che lo accusavano di colpe ignobili e che lo definivano "l'Anticristo".
Sia Gregorio IX sia Innocenzo IV scomunicarono Federico II non per ragioni religiose, ma politiche, poiché sentivano minacciati i loro territori dal suo potere.
Le ragioni per cui si scontrò con i Comuni italiani
Il progetto di Federico II di riordinare la Sicilia aveva provocato dei grandi timori in Italia Settentrionale, dove i Comuni sospettavano che l'imperatore avrebbe esteso quel modello a tutta la penisola. Per questo, Federico II entrò subito in conflitto con i Comuni.
Nel 1226, egli revocò tutte le concessioni che i Comuni erano riusciti a ottenere da Federico Barbarossa con la Pace di Costanza. A questo punto, molti comuni insieme a Gregorio IX fondarono una lega guelfa, ma Federico II con i Comuni ghibellini, nel 1237, la sconfissero a Cortenuova.
Successivamente, dopo la morte di Gregorio IX, Innocenzo IV si alleò con i Comuni ostili a Federico II. A Parma, nel 1247, l'esercito dell'imperatore, che aveva sottovalutato il suo avversario ed erano andato a una battuta di caccia, fu sconfitto clamorosamente. Federico II inoltre, in quegli anni, aveva dovuto fare delle concessioni ai feudatari tedeschi che si erano ribellati ed avevano appoggiato la lotta dei Comuni italiani. A capo di queste stesse ribellioni ci fu il suo stesso figlio, Enrico VII.
Nel 1250, Federico II morì nella totale tristezza.
I molteplici interessi culturali di Federico II
Federico II fu un imperatore con una grande apertura culturale e con una straordinaria tolleranza verso le minoranze religiose.
Federico II non stabilì mai una capitale fissa del suo regno, ma viaggiò tantissimo insieme al suo harem di concubine, spostandosi continuamente fra i castelli che fece costruire.
Egli sapeva leggere, scrivere, cantare, conosceva la musica e sapeva anche comporre poesie.
Federico II amava anche gli animali esotici come gli elefanti o i falchi.
Inoltre, l'imperatore conosceva molto bene le scienze naturali e aveva una passione per la caccia col falcone. Al giorno d'oggi, si è conservata una copia del codice dove Federico II spiegava, con l'aiuto di miniature, le abitudini delle specie di uccelli e il modo in cui allevare ed addestrare i falconi.
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