giovedì 7 gennaio 2021

G. Massari, 3A 2020-21: Confronto tra l'incoronazione di Carlo Magno e quella di Napoleone nell'iconografia

 Descrizione documento- Incoronazione di Carlo Magno a Roma nell’anno 800



Nel primo documento è raffigurata l’incoronazione di Carlo Magno, realizzato da Jean Fouquet.  

Si tratta di una fonte iconografica ed è un particolare dipinto: una miniatura del XV secolo. Aveva dunque la funzione di decorare i manoscritti molto costosi, indirizzati esclusivamente da intellettuali e classi privilegiate. 

L’immagine è ambientata a Roma, presso una chiesa e l’incoronazione è avvenuta l’anno Ottocento dopo Cristo. 

I protagonisti che dominano la scena, posti al centro del dipinto, sono sicuramente il Papa Leone III e Carlo Magno, rappresentato in ginocchio e con le mani giunte, così da far percepire la sua sottomissione e soprattutto il suo grande riconoscimento nei confronti del potere spirituale. Non sono soli, al contrario sono circondati da moltissimi altri personaggi. Tra questi si possono ben definire e distinguere i ruoli e in particolare le classi sociali. 

Il Papa è circondato da altri vescovi o personaggi religiosi, sicuramente importanti, ma non al suo livello: questi infatti indossano abiti sfarzosi e dai colori brillanti come il rosso e qualche orlo in oro, ma in testa dispongono di una mitra bianca con qualche dettaglio dorato. La mitra era un copricapo molto diffuso nell’alto clero, utilizzato principalmente nelle celebrazioni liturgiche. 

Il Papa, al contrario, indossa una splendente corona d’oro e un imponente mantello dello stesso colore, simbolo della divinità.

Personaggi meno rilevanti indossano invece semplicemente una tunica rossa, e alcuni di questi sorreggono alcuni oggetti tra cui una croce dorata (simbolo del potere spirituale), una spada -simbolo del potere temporale- oppure un libro (probabilmente si trattava della Bibbia).  

Non è presente alcun altare o tantomeno alcuna differenza sostanziale a livello delle dimensioni e della prospettiva: tutte le figure hanno all'incirca la stessa altezza. Ciò che eleva o fa risaltare alcuni personaggi rispetto ad altri sono elementi come il copricapo e i colori delle vesti. 

Nell’immagine, peraltro, i colori sono ben pochi. Quelli maggiormente utilizzati sono pigmenti caldi come il rosso, probabilmente il più semplice da reperire, ma anche l’oro, il bianco e qualche traccia di blu, presente specialmente negli indumenti di Carlo Magno.

Questa sicuramente rappresenta un’immagine molto significativa in quanto la consacrazione del Papa era un privilegio riservato solamente ai Franchi. In questo modo l'imperatore otteneva dalla massima autorità spirituale il riconoscimento del suo potere politico. 

Carlo Magno, così definito per le sue grandi imprese, durante la notte di Natale nell’800 viene in effetti incoronato come imperatore del Sacro Romano Impero, ossia di una ricostituzione dell’Impero Romano con l’aggiunta della consacrazione del Papa. 


Incoronazione di Napoleone




Questo dipinto, realizzato da Jacques-Louis David, rappresenta invece l’incoronazione di Napoleone, raffigurato in piedi al centro dell’opera, rivolto verso i presenti, nell’atto di sollevare una corona d’oro. L’imperatore indossa un abito bianco ornato di ricche decorazione dorate e un maestoso mantello. 

E’ importante osservare che, al contrario dell’immagine precedente, Napoleone e il Papa Pio VII sono entrambi raffigurati sul medesimo gradino. Non vi è alcuna traccia di sottomissione da parte del condottiero, anzi è lui stesso che prende l’iniziativa e incorona da solo sé stesso e la moglie, raffigurata due gradini più in basso. Così facendo dimostra un grande distacco nei confronti della figura papale e soprattutto l’indipendenza dell’impero dalla Chiesa, pur senza entrare in conflitto con essa.

Inoltre Napoleone, con questo atto, sancisce il suo potere assoluto, sostituendosi al Papa, il quale un tempo aveva il compito di conferire l’autorità imperiale.

Il ruolo del Papa passa dunque in secondo piano: è seduto dietro Napoleone e si limita esclusivamente a benedire l’incoronazione. La sua presenza dichiara unicamente l’appoggio della Chiesa e testimonia l’evento. 

Nell’altra immagine, al contrario, Carlo Magno invece viene rappresentato in modo del tutto differente: in ginocchio e con le mani unite, così da dimostrare sottomissione e soprattutto quanto sia importante il riconoscimento papale del suo potere.


martedì 2 giugno 2020

Sara Crispino, 3H 2019-2020: L’Europa e il Nuovo Mondo

Il XVI secolo fu l’inizio dell’era moderna: per “moderna” si intende, in storiografia italiana, il periodo che cominciò con la scoperta delle Americhe ed ebbe fine con la rivoluzione francese.

Grazie a queste scoperte gli Europei si resero conto delle vere dimensioni del mondo e della sua diversità e coloro che furono incaricati dai sovrani spagnoli di intraprendere viaggi alla volta di nuovi territori conobbero e interagirono con civiltà molto avanzate, come ad esempio i Maya, gli Aztechi e gli Incas. I conquistadores spagnoli lasciarono diverse testimonianze del loro incontro con questi popoli,  avevano opinioni contrastanti fra loro: alcuni consideravano questi popoli degni di pari diritti e dignità, altri invece no.


ESSERI UMANI O ANIMALI? 


Uno di questi esploratori fu Juan Ginés de Sepúlveda, che in una sua opera descrisse come gli Indios non potessero essere considerati umani, infatti li definiva “omuncoli”, quasi umani: aveva visto che questi popoli erano privi di capacità di ragionare e di cultura, siccome non sapevano scrivere e di conseguenza non conservavano nessun documento che riguardasse il loro passato, erano facilmente assoggettabili, inoltre le loro costruzioni erano inferiori a quelle delle api e dei ragni in fatto di ingegnosità e praticavano il cannibalismo, sacrificavano vittime umane, davano pieno sfogo ai piaceri carnali e soprattutto non possedevano religione.

Così dicendo voleva legittimare la conquista e la devastazione totale dei popoli americani e il ricorso alla violenza su di loro usando come pretesto la loro “inferiorità”.

Invece una tesi opposta a quella di Sepúlveda venne discussa da Bartolomé de las Casas, il più noto difensore di queste popolazioni, in un’opera chiese infatti l’abolizione della schiavitù degli Indios. Lui li vedeva come gente pacifica, umile, paziente e poverissima, che si accontentava solo di ciò che la natura dava loro e grazie a queste caratteristiche era adatta a ricevere e assorbire la dottrina cristiana. Condannò poi quelli che vollero distruggere tali popoli solo per avere il loro oro, senza capire quanto in realtà queste civiltà fossero sviluppate e senza curarsi del valore delle persone uccise. 

Per sostenere le sue argomentazioni Bartolomé de las Casas trascrisse un testo proveniente dal diario di viaggio di Cristoforo Colombo, approdato a San Salvador nell’ottobre del 1492, con la convinzione di essere arrivato in India ed è per questo motivo che gli Indios vennero chiamati così. Colombo vedeva gli indigeni come gente bella, mite e buona d’animo, non sapeva a quale genere di culto fossero devoti, anzi, gli sembrava non ne praticassero alcuno e li ritenne quindi adatti a essere indottrinati al Cristianesimo. La conversione di massa non era il suo unico scopo, voleva anche riuscire a portare dell’oro in Spagna alla corte dei sovrani e renderli coscienti della ricchezza dei territori scoperti. 

Un po’ più vicino alle idee di Sepúlveda era Amerigo Vespucci, che, di ritorno da un viaggio in Sudamerica, scrisse una lettera nella quale dipinse nuovamente gli Indios come più vicini agli animali che non agli esseri umani.

Il moralista francese Michel de Montaigne, vissuto nel XVI secolo, diceva saggiamente che il fatto di chiamare “barbarie” ciò che i conquistadores vedevano negli usi e costumi degli Indios non era altro che il risultato del prendere come unico punto di riferimento quelli che erano i loro usi e costumi e le loro abitudini; venendo da una società aristocratico-feudale l’impatto fu grande da entrambe le parti: gli spagnoli conobbero gli amerindi (i Nativi d’America) con le loro usanze, ma si sarebbe dovuto prendere in considerazione anche l’altro punto di vista, cioè come gli amerindi giudicavano i loro conquistatori. Lui stesso considerava questi popoli “barbari” ma per il solo motivo che erano estremamente vicini alla semplicità naturale primitiva: riteneva infatti che non fossero per niente inferiori agli Europei in quanto ad abilità, bastava pensare alle città di Cuzco e Messico. Ammirava inoltre il coraggio col quale gli indigeni resistettero ai loro carnefici, che vedeva come vili.


CINQUECENTO ANNI DOPO


Anche i nostri contemporanei, a cinquecento anni di distanza dalla scoperta del Nuovo Continente, si sono espressi in merito alla questione.

Lucio Villari, storico italiano, in un articolo pubblicato sul giornale La Repubblica nel 1988, ha esposto come, a quattro anni di distanza dalle Colombiadi (l’anniversario della scoperta delle Americhe)  in realtà non si dovesse celebrare solo la scoperta del Nuovo Mondo come un fatto eccezionale fine a sé stesso, bensì ha messo in evidenza i pro e i contro che tale scoperta ha comportato: da un lato c’era la possibilità degli Europei di potersi impossessare di nuovi territori e quindi ricchezze, come ad esempio i vasti giacimenti d’oro e i prodotti locali, dall’altro la depredazione e il genocidio subito dalle civiltà amerindie da parte dei conquistadores; che, oltre a essere sproporzionatamente assetati di beni materiali, usarono la loro concezione degli Indios come animali per giustificare tale genocidio, che in seguito provocò la loro estinzione quasi completa.

In conclusione, la scoperta di nuove terre cinquecento anni fa è stato un evento estremamente significativo per la storia mondiale, in quanto ha dato la possibilità di arrivare a conoscere il mondo nella sua interezza a livello geografico, ma che ha determinato la fine di ricchi e brillanti popoli che sarebbero potuti essere risparmiati da un completo annientamento.


lunedì 21 gennaio 2019

Giacomo Nipoti, V H 2018-19: Le distopie del Novecento

 Ogni secolo ha la sua propria storia, nel bene e nel male

Gli eccessi della scienza rappresentati dalle distopie del Novecento



Ogni secolo ha la sua propria storia, nel bene e nel male.

Si deve a Thomas More la nascita del termine “Utopia”, dal nome dell’opera in cui tratteggia una società ideale in un non-luogo o luogo felice, un tema filosofico e letterario molto diffuso fin dall’antichità (basti pensare alla celebre Repubblica di Platone, alla Città del sole di Tommaso Campanella e all’Atlantide di Francis Bacon), il cui scopo era quello di mostrare una società prosperosa e fiorente alla quale avrebbe dovuto ispirarsi quella reale.

Tuttavia, nel corso del ‘900, è stato codificato un genere chiamato “distopia”, laddove il prefisso “anti” si definisce sempre in opposizione ad un ideale positivo, genere letterario in cui vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo dominato da mali che sono enfatizzati all’ennesima potenza, con scenari da incubo, un potere assoluto, un controllo poliziesco ineludibile e un chiaro intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri.

Nel corso della storia è sempre stato più evidente il bisogno da parte dell’uomo non di un’immagine di perfezione, in quanto fissa e complessa da raggiungere, ma di uno scenario catastrofico, una distopia appunto, da scongiurare in ogni modo possibile.

Tali tratti traggono la loro origine, anzitutto, da ragioni di ordine storico. 

Prendiamo ora in considerazione i 2 più celebri e amati esempi di distopie novecentesche, vale a dire 1984 di George Orwell (1948 ) e Il Mondo Nuovo (Brave new world - 1932) di Aldous Huxley.

Un clima dominato dal totalitarismo:

Fin dall’illuminismo erano state mosse critiche alle società ideali sotto forma di opere quali il Candido (Candide ou l’optimisme) di Voltaire, I viaggi di Gulliver (Gulliver’s travels) di Jonathan Swift e molte altre satire facenti parte di un filone che trova nella fantasia lo strumento necessario per criticare i disastri dell’epoca presente. Ci volevano, però, degli eventi storici letteralmente distruttivi per innescare la scintilla che avrebbe fatto esplodere, nel Novecento, la distopia come genere letterario.

Quest’ultimo è infatti il secolo delle due guerre mondiali, con devastazioni, carneficine, lager e una tecnologia sempre più distruttiva. Durante questo periodo non solo le violenze assumono una dimensione universale, ma esse vengono percepite e vissute in un modo nuovo, sia per l'immediatezza dell'informazione, sia per il contrasto tra le aspettative suscitate dal progresso e l'assurda realtà violenta.

È perciò in questo ambiente che si afferma, particolarmente in Inghilterra, un genere letterario incentrato sulla creazione e descrizione di mondi governati da temibili dittature o da spietati luminari della scienza.

Proprio nei decenni immediatamente successivi alla Grande Guerra vengono pubblicati i primi capolavori della distopia.

Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina, e si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto e che la loro funzione critica fosse legittima e proprio per questo condivisa da molti. 

1984

Nel 1948 Orwell inizia la stesura del suo capolavoro, 1984

Se le date non mentono, la sua intenzione era quella di mostrare un futuro imminente ed estremamente probabile. Non è un caso che “il Grande Fratello”, fantomatico capo del Partito di Oceania, cioè il continente dove si verificano i fatti, sia descritto con caratteri misti di Hitler, Mussolini e Stalin.

Lo scrittore inglese, con infinita acutezza, evidenzia la natura nichilistica del totalitarismo: il protagonista Winston Smith, torturato dal “Grande Fratello”, è costretto a rinunciare all'oggettività del Reale per negare la verità e la stessa evidenza delle cose. 

Orwell vuole metterci in guardia da un sistema di costrizione del pensiero che, secondo i suoi pronostici, non si sarebbe manifestato soltanto con l’esplicita violazione della libertà, ma in una maniera molto più subdola e ben mascherata, tramite la modificazione progressiva del pensiero attraverso la riduzione delle parole e la trasformazione della lingua, necessarie per il funzionamento della mente umana.

Brave New World

Qualche anno prima, nel 1932, lo scrittore britannico Aldous Huxley pubblica Brave New World, ambientato in un futuro immaginario nel quale gli anni si contano a partire dalla nascita di Ford.

Qui, al contrario, assistiamo alla rappresentazione di una società totalmente pianificata nel nome del razionalismo produttivistico, un mondo che sembra perfetto in cui ogni individuo è circondato da un’apparente condizione di benessere materiale. Si tratta di una sorta di "totalitarismo dolce" in cui l'uomo vecchio stampo, il cosiddetto “Selvaggio”, si scontra con il Mondo Nuovo, basato sulla manipolazione delle masse e sull'ideologia edonistico-consumista che rende gli uomini deboli, passivi e vulnerabili. I rapporti sociali sono superficiali e utilitaristici, i bambini nascono attraverso mezzi extra-uterini, vengono distribuiti secondo rigidi protocolli, a seconda delle loro capacità intellettive, ad un gruppo sociale denominato con una lettera. Tutta la “produzione umana” avviene in serie, come in una fabbrica. 

Il mondo procede come un meccanismo perfetto e non ci sono guerre, ma < possiamo realmente definirla una società ideale?! >…

In Brave new world il testo ritrae i fondamenti ideali (Comunità, Identità, stabilità) delle utopie positive, presentati però in una luce negativa. Al contrario, 1984 è una distopia allo stato puro.

Dunque in Huxley abbiamo una società con benesseri e comfort, mentre in Orwell manca qualsiasi elemento considerabile come positivo.

Per concludere, ciò che accomuna queste due opere, in ogni caso, è la ragione che le ha fatte nascere: un’infinita paura capace di opprimere la società dell’epoca…

Le distopie mostrano infatti le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, dei pensieri di un’intera popolazione circa al suo futuro.

I due capolavori sopra citati, pur mostrando due società praticamente antitetiche, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato; sebbene questi esempi non ci spaventino in quanto non avvertiamo questo timore all’orizzonte, questo non significa che il problema non sussista, anzi, dobbiamo cominciare a rifletterci sopra a causa dell’irrefrenabile progresso tecnico che in ogni momento esercita su di noi un controllo totale. 

Il senso della distopia, dunque, è perennemente attuale e radicato nella realtà: la fantasia è solo il mezzo per metterci in guardia da ciò che continuamente sta in agguato dietro l’angolo e, forse, anche dentro di noi.


lunedì 14 gennaio 2019

Veronica Fratti, V H 2018-19: Le donne e i bambini di fronte alla guerra

 Le donne e i bambini davanti alla guerra. Riflessioni intorno ai romanzi Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e La ciociara di Moravia

Generalmente, la guerra viene concepita come un'impresa di soli uomini e, di conseguenza, viene spesso rappresentata unicamente dal punto di vista maschile.
Tuttavia, è opportuno descrivere questo fenomeno da un'altra prospettiva: quella delle donne e dei bambini.
A questo proposito, alcuni celebri autori, come Italo Calvino e Alberto Moravia, riescono a delineare nei loro romanzi un ritratto della guerra non del tutto convenzionale, facendo leva sulla mentalità di donne e bambini.
Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo in cui Calvino presenta la guerra vista dagli occhi di un bambino, Pin, abbandonato a sé stesso durante gli anni della Resistenza.
Egli, a soli 10 anni, è costretto a crescere prematuramente a causa della sua pessima condizione familiare. Infatti, viene escluso dai suoi coetanei, che non lo capiscono, ma anche dagli adulti, che lo allontanano con i loro atteggiamenti violenti e volgari, ai quali Pin vuole conformarsi per essere accettato.
Dopo essere scappato dalla sorella ed evaso dal carcere, Pin si rifugia da un gruppo di partigiani, tra i quali riesce a trovare il vero amico che ha sempre sognato. Qui, il bambino racconta la guerra senza fronzoli e senza un coinvolgimento ideologico, con una semplice ingenuità tipica dei ragazzi della sua età. Egli descrive i personaggi che incontra narrando la verità dei fatti e lasciando trapelare il lato umano di ciascuno di loro, con un linguaggio tutt'altro che complesso, ma di uso quotidiano. Entrare indirettamente a contatto con la guerra, permette a Pin di maturare veramente e di conoscere l'effettiva natura dell'uomo e le realtà che lo circondano.

D’altro canto, Moravia decide di immedesimarsi nel personaggio di una donna, Cesira, per narrare nel romanzo La ciociara le sue avventure con la figlia Rosetta durante la Seconda Guerra Mondiale.
Cesira, infatti, rimasta vedova, è costretta, a causa della guerra, a lasciare Roma con sua figlia Rosetta per rifugiarsi in campagna. Le due semplici donne devono ripetutamente affrontare situazioni difficili, come ad esempio furti, mancanza di cibo e beni materiali, che risultano essenziali per la sopravvivenza, ma soprattutto subiscono la violenza sessuale. Tutto ciò può essere paragonabile alla guerra stessa, che produce i suoi effetti immancabilmente all'interno di ogni persona, rendendola insensibile ed egoista. Infatti, descrivendo la guerra dal loro punto di vista, Cesira e Rosetta continuano a sottolineare come la guerra diventi un'abitudine e come porti le persone a fare ciò che normalmente non farebbero mai, trasformandole completamente.
Nel romanzo le due donne delineano quindi la guerra non dal punto di vista militare, ma da quello di tutti i contadini e gli sfollati che non partecipano alla battaglia, ma ne subiscono gli effetti. Cesira descrive più volte, difatti, i paesaggi durante la guerra, abbandonati e desolati dell'Italia , colpita dalla carestia, dove la sola cosa che sembra continuare a vivere, anche se per poco, è la speranza.

In conclusione, è bene non dimenticare che gli uomini non sono i soli a vivere la guerra e che, nel retroscena, milioni di donne e bambini sono stati costretti a subire le crudeli conseguenze di questi accadimenti.

Giacomo Nipoti, 5H 2018-19: Frankenstein e Frankenstein Junior

 Tra due capolavori cinematografici unici nel loro genere ritengo che la vera questione di carattere internazionale alla quale cercare risposta sia la seguente:

<si dice “Frankenstein” oppure “Frankenstin” ?!?! > .

Onestamente li accetterei <Entrambi>, giacché per quanto differenti e talvolta bizzarre, queste due visioni di una delle storie più celebri e spaventose di sempre sono tra loro complementari.

Troviamo, infatti, da un lato il racconto originale, vale a dire il primo Frankenstein ispirato al classico della scrittrice inglese Mary Shelley, e dall’altro il folle tributo di Mel Brooks, che in chiave comico grottesca rivisita il Blockbuster del 1931 di James Whale.


I due misteri della creazione, la vita e la morte, sono il concetto di fondo di ambo i film, sebbene nel primo un fanatico e psicopatico dottor Henry Frankenstein dimostria un chiaro interesse sia verso la creazione che verso la distruzione della vita umana, mentre nel secondo, il suo ambizioso nipote Frederick Von Frankenstein si pone come obbiettivo solo quello di volerla conservare.

Nonostante dunque si tratti di un horror e di una commedia, evidentemente tra loro antitetici, le analogie tra le due pellicole sono numerosissime, a cominciare dalla tanto contestata scelta da parte di Mel Brooks di girare il film in bianco e nero, per rievocare il Frankenstein originale e per rafforzare la trama in modo che si avvicinasse il più possibile all’atmosfera dei primi film dell’orrore. Altre scene, tra cui la riesumazione del cadavere e la sua resurrezione mediante macchinari che sfruttano i fulmini, la paura del mostro per il fuoco e l’incontro con la bambina e con la fidanzata dello scienziato sono anch’essi riferimenti al “gioiello” di James Whale. 

Tuttavia l’evidente differenza che contraddistingue Frankenstein Junior è, per riportare una celeberrima citazione di Luigi Pirandello, <l’avvertimento del contrario> che è rimarcabile in ogni esilarante momento della pellicola e che ribalta in maniera ironica e sarcastica le certezze e i pronostici del pubblico.

Un’altra essenziale caratteristica comune ai due film è la componente psicologica del mostro, un essere dotato di discernimento che riflette sulla propria esistenza e che è alla ricerca di amore da parte dell’uomo; esso è una bestia alla quale i due creatori tengono tanto quanto a un figlio, e sono disposti a proteggerlo anche a costo della loro vita. 

Come un famoso proverbio insegna,: <l’apparenza inganna>, e difatti il discorso finale da parte del mostro è carico di sentimenti benevoli verso coloro che lo <odiano e disprezzano per il suo orribile aspetto>, a conferma della sua volontà di integrarsi in una cinica società che lo denigra a prescindere. 

Nel primo caso il successo ottenuto da Whale è senza dubbio dovuto alla novità della trama, una storia mai narrata prima e carica di colpi di scena, mentre per quanto concerne l’opera di Brooks ciò che veramente dà corpo alla storia non sono le peripezie in sé, bensì i personaggi, che con i loro aspetti così caricaturali e parodistici fanno da scheletro all’intera pellicola, grazie soprattutto alla bravura dei loro interpreti. 

Ritengo infatti che un personaggio come Igor, cioè il fedele e maldestro servo del dottore, sia la carta vincente del film, in quanto gobbo dal sogghigno ambivalente che trasforma ogni sua mossa in un’ occasione di riso, tra continui “qui pro quo” e “chi più ne ha più ne metta”.

Un altro esempio di infinita stupidità è l’ingenua e sensuale Inga, connotata da un forte erotismo trasmesso tramite il suo peculiare e quasi ridicolo accento tedesco.


Posso quindi concludere dicendo che, come in Frankenstein Junior la moglie di Frederick sia perdutamente e irreparabilmente attratta dal “superdotato fisico” della bestia, oppure come la custode del castello Frau Blücher ogni qualvolta venga pronunciata desti stravaganti sensazioni nei confronti dei cavalli del castello, anche io non posso fare a meno di ammettere che appena  ripenso a questi due capolavori cinematografici “prende vita” in me un inspiegabile “nonsoché” tassiano di puro e sincero piacere. 


lunedì 13 ottobre 2014

JESSICA FIORE, 5A 2014-15 - Il mondo Disney si rinnova: l'ideale femminile e quello del "vero amore"

L'evoluzione della condizione femminile vista attraverso i film della Disney.


Biancaneve e i Sette Nani, Cenerentola, La Bella addormentata nel bosco sono i film più conosciuti a livello mondiale da bambini e adulti. I cartoni della Disney, infatti, fin dalle prime generazioni, hanno coinvolto sia grandi che piccoli, facendoli entrare in un mondo fiabesco, che però, nel corso degli anni, è molto cambiato. Infatti, come la società e gli stereotipi al suo interno si sono trasformati, anche il mondo Disney ha seguito tale mutazione, rappresentando la realtà da un punto di vista non più solo fiabesco, bensì reale.
Ciò che in particolare emerge e rispecchia il cambiamento della società nelle nuove animazioni è la condizione sociale e psicologica della donna. Dal ’900 ad oggi la Disney ha prodotto un vasto repertorio di film, mettendo appunto in evidenza la posizione della donna che, al contrario di diversi anni fa, non è più influenzata dalle scelte dall’uomo, ma agisce e pensa in maniera autonoma. Può ad esempio essere presa in considerazione la giovane Rapunzel che, nel film d'animazione Rapunzel (2010), si pone in netto contrasto con la Raperonzolo del film a disegni animati che ha come protagonista la famosa Barbie. Infatti, Rapunzel, al contrario di Raperonzolo, agisce per ottenere la propria libertà. E’ pertanto una donna che si ribella alla sua condizione di prigioniera, ma ciò che soprattutto è stato modificato in maniera evidente nel film riguarda la posizione e il compito dell’uomo, visto che possiamo affermare che non è più lui a salvare la donna da una vita da serva, anzi, viene salvato dall'eroina attraverso l’amore.
La donna, quindi, ha cambiato nel corso degli anni il proprio modo di vivere, e perciò non è più debole e sottomessa all’uomo, ma reagisce e riflette sulle proprie azioni.

La donna disneyana nel '900.


I primi film d'animazione Disney rappresentano la donna come una fanciulla smarrita e impaurita, alla ricerca di un uomo perfetto chiamato “principe azzurro”. La figura del principe è sempre stata rappresentata attraverso l’immagine di un uomo forte e coraggioso, buono e gentile, ma che soprattutto raffigura l’unica salvezza per la donna. In Biancaneve e i Sette Nani, uno dei primi capolavori della Disney Pictures, ci sono presentati due modelli di donne: la fanciulla impaurita da salvare e la matrigna cattiva, raffigurata come una strega. La strega cattiva, del resto, è sempre stata un topos, sia nella letteratura, sia nei cartoni animati. Questo topos ha permesso alla Disney di realizzare animazioni che rendessero più accattivante ogni storia: ne sono un esempio Cenerentola e La Bella addormentata nel bosco. Cenerentola, Aurora e Biancaneve, sono dunque il simbolo dell’innocenza femminile: costrette a lavorare o ad essere schiave delle invidie altrui, cercano di ritrovare la propria libertà, ma essa verrà ridata loro soltanto grazie all’arrivo del principe. La donna pertanto non ha alcuna scelta, se non quella di subire e di attendere l’arrivo di un uomo.



I sogni son desideri.


«I sogni son desideri, di felicità», si cantava in Cenerentola: in effetti, fin dal '900, il pubblico femminile ha sempre amato viaggiare con la fantasia e immaginare il tanto atteso principe azzurro. Il film più conosciuto, e di per sé esemplare, è appunto Cenerentola (1950). La protagonista è una giovane donna costretta a lavorare nel palazzo della matrigna, e vive assieme a due sorellastre, Genoveffa e Anastasia. La giovane non agisce mai, ma subisce in silenzio e viene aiutata dai suoi amici topini e uccellini, tanto che, nel corso dell’intero film vi è soltanto una scena di ribellione nei confronti della sua condizione sociale. Tale atto di rivolta - ovvero la partecipazione al ballo che le era stato interdetto dalla matrigna, perché Cenerentola era priva di un abbigliamento consono - avviene grazie all’intervento della Fata Madrina, raffigurata da una donna matura, dotata di poteri magici, che aiuta la giovane a prepararsi per il tanto atteso ballo nel palazzo reale, dove, la notte stessa, conoscerà il suo principe azzurro. Sarà soltanto quest’ultimo a salvare dalle grinfie della matrigna Cenerentola che, grazie all'escamotage tradizionale nella commedia classica dell'agnizione tramite un oggetto caratteristico (la scarpetta di cristallo), riesce a farsi riconoscere dall’amato.
Nella storia sono dunque centrali il tema dell’amore e quello della libertà, ma ciò che soprattutto viene esaltato nella conclusione del film è il cambiamento di posizione sociale e psicologica della protagonista: da semplice serva a regina.
«I sogni son desideri, di felicità» è così una sorta di promessa per tutte le spettatrici. Come Cenerentola sognava di vivere in un castello assieme ad un principe, ogni donna può realizzare i propri sogni e, specialmente, può sognare.
Attenzione, però: alcuni sogni sono come la morte, come suggerisce un'altra fiaba disneyana.

Il bacio del vero amore.

La Bella addormentata nel Bosco (1959) è uno dei film disneyani che, negli ultimi anni, è stato più rivalutato e al tempo stesso criticato dal punto di vista del contenuto. Nel 2014, infatti, la stessa Disney ha prodotto una nuova versione - più "moderna" - della fiaba della Bella addormentata, esaltando - come vedremo - la figura della strega e rivalutandone il ruolo.
La storia è nota: Aurora è una principessa vittima di un incantesimo mortale che, all’età di sedici o diciotto anni (a seconda della versione: è chiaro che si allude alla pubertà), la farà cadere in un sonno profondo, dal quale è impossibile risvegliarsi, se non grazie al "bacio del vero amore".


Nella prima parte del '900 non ci furono dubbi su cosa fosse il " bacio del vero amore", come suggerisce già nel 1939 il celebre lungometraggio di Disney Biancaneve e i Sette Nani : come lei, infatti, ogni donna mirava a trovare il suo "principe azzurro", che avrebbe riconosciuto appunto attraverso un «bacio d’amore».
Le fiabe della Bella addormentata e di Biancaneve hanno in effetti molti elementi in comune: entrambe le fanciulle sono vittime delle ingiustizie della strega cattiva e subiscono un malefico incantesimo che produce morte apparente, per Aurora tramite la puntura di un fuso, per Biancaneve grazie alla famosa mela avvelenata. Ancora una volta, a salvare le due fanciulle, totalmente passive rispetto al loro destino, è il principe.
La donna quindi, in una concezione perdurante per buona parte del '900, appare passiva, poiché non agisce e non si ribella: rappresenta piuttosto uno strumento per mettere alla prova e valorizzare il coraggio maschile.

Ma il mondo Disney, sostiene ancora tale idea?

Rapunzel, sciogli i tuoi capelli!


Nel 2010 la Disney ha proiettato nelle sale cinematografiche di ogni parte del mondo il film d'animazione Rapunzel.  L’intreccio della torre. Sebbene inizialmente il film abbia riscosso poco successo, nel 2011 è diventato per incassi il terzo classico d'animazione dei Walt Disney Animation Studios, superando perfino Aladin.
Rapunzel, ispirato alla fiaba di Raperonzolo, rappresenta la nuova generazione femminile, capace sia di agire, sia di riflettere sulle proprie azioni. È presente ancora una volta il topos della matrigna-strega cattiva che, per interesse proprio, tenta di imprigionare con ogni mezzo all’interno di una torre la giovane. All’età di diciotto anni, però, Rapunzel, grazie all’arrivo inaspettato di un uomo ricercato dalla legge, fugge dalla torre per visitare la città, trasparente emblema della possibilità di fare incontri ed esperienze e di essere liberi.
Rapunzel è uno dei film più innovativi della Disney per vari aspetti. Innanzitutto, la Disney ha adattato il principe azzurro della tradizione alla realtà contemporanea, mettendo al tempo stesso in evidenza il cambiamento psicologico femminile per quanto riguarda la scelta dell’uomo. Attualmente, infatti, la persona ideale che ogni donna sogna nella sua vita non è più il ragazzo perfetto e coraggioso (il "principe azzurro", che compariva anche nell'originale della fiaba dei fratelli Grimm), bensì il ribelle. Flynn Rider è appunto colui che, nonostante si sacrifichi per amore di Rapunzel, alla fine sarà salvato proprio dalla dolcezza della donna. Tale aspetto, nel mondo dei cartoni animati, è uno dei più grandi cambiamenti che la Disney ha attuato per rappresentare l'evoluzione della figura maschile, che non viene più raffigurata in maniera idealizzata, ma assume un carattere proprio. Il "principe" del 2000, pertanto, non è più "azzurro", ma ha una personalità.

Raperonzolo oggi.

D'altra parte, il film Rapunzel ci dice anche qualcos'altro: che una lunga chioma dorata o dei bellissimi occhi verdi non bastano per realizzare i sogni della fanciulla, che simbolicamente, alla fine del film, porta capelli corti e scuri, e ottiene dall'amato un espresso riconoscimento proprio per questo.
Rapunzel, in effetti, al contrario di Raperonzolo, fantastica e sfida la matrigna, ma soprattutto affronta la realtà che la circonda e le situazioni che le si presentano.  Così, Rapunzel, appena fuggita dalla torre, inizia ad avere una serie di ripensamenti sulla sua vita precedente, e allo stesso tempo è incuriosita da tutto ciò che le circonda. La giovane donna ha insomma fatto una scelta e, nonostante i tentativi di ostacolarla da parte della matrigna, porta a termine la sua missione, scoprendo addirittura di essere una principessa. La fanciulla, quindi, ha tutto il coraggio necessario per raggiungere un obiettivo e realizzare il suo sogno: non teme affatto la realtà, ma la sfida.
L' innovativa Raperonzolo del 2010, insomma, può essere paragonata a migliaia di ragazze che come lei, ogni giorno, sfidano la realtà contemporanea, si mettono in gioco, cercano di cambiare il proprio destino, decidono del proprio futuro e modificano la propria posizione all’interno della società.
Il cambiamento, però, può anche comportare delle ombre.

Il freddo è parte di me.

Come si può immaginare un’estate senza sole? Come può essere un'intera città piena di neve in pieno agosto? Il miglior film d’animazione degli ultimi anni, tanto che ha vinto due oscar nel 2014, è Frozen. Il regno di ghiaccio. Questo capolavoro Disney, liberamente tratto dal racconto La regina delle nevi, ha avuto successo in tutto il mondo, diventando uno dei film d'animazione più venduti e più visti sia da adulti, che da bambini.
Ma Frozen è soprattutto uno dei primi film del nostro secolo in cui il tema principale non è l’amore, ma piuttosto la libertà, intesa sia dal punto di vista del modo di vivere, sia da quello dell’espressione. La storia narra di due sorelle che, fin da piccole, sono sempre state legate da un affetto profondo. Elsa, la maggiore, è in realtà la "strega del ghiaccio" della tradizione popolare, ma nella versione disneyana non vorrebbe far del male, tanto che, per tutta la sua infanzia, fino al compimento dei diciotto anni, ha nascosto i propri poteri per proteggere i suoi sudditi. Anna, invece, è una ragazza curiosa e amante dell’avventura, cui sono stati tenuti segreti i poteri della sorella, al punto di allontanarla per prudenza da Elsa, con grande sofferenza di entrambe per la separazione.
Ma il giorno dell’incoronazione di Elsa quest’ultima finisce col dimostrare a tutti i suoi terribili poteri ed è costretta a fuggire. Solo alla conclusione, secondo la logica dell'happy end, Elsa comprende che l’unico modo per vivere senza sofferenze non è nascondersi agli altri, isolarsi in difesa, ma al contrario rivelare la propria vera identità, accettare anche "il freddo che è parte di sé", utilizzando le proprie qualità, per quanto inquietanti possano essere, per il bene comune. In questa nuova prospettiva viene così inquadrato il tema della libertà di azione e della responsabilità individuale.

Il "vero amore".

Quando Elsa fugge dalla sua comunità, Anna corre a cercarla nella tempesta di neve, affrontando mille pericoli. Un tema dominante nel film è dunque l’affetto che le due sorelle provano reciprocamente e che supera ogni ostacolo e ogni altro amore, tanto che Anna arriva a rinunciare alla sua vita per salvare quella della sorella, nonostante ne sia sempre stata allontanata.
Nella Spannung della vicenda, quindi, Anna pare ormai condannata a diventare una statua di ghiaccio. Sua unica salvezza è forse una profezia: «Solo un gesto di vero amore scioglierà un cuore di ghiaccio».
È chiaro che la sceneggiatura qui gioca sul sistema di aspettative che la tradizione ha instaurato - come abbiamo visto - sull'idea di "vero amore". Gli spettatori, dunque, si attendono l'intervento di un "principe" (e ce ne sono ben due a disposizione!) per salvare - col suo "vero amore" - la fanciulla. Al contrario, in Frozen, il vero amore è rappresentato da un gesto di coraggio o affetto da parte di una delle sorelle nei confronti dell’altra: quello di Anna che si sacrifica per Elsa, quello di Elsa che piange la morte della sorella. Il "vero amore", così, si configura non tanto come quello che si riceve (come nel caso delle principesse "passive" della tradizione novecentesca), quanto come quello che si prova, e che rende Anna protagonista "attiva" della sua storia.
La "morale" del film riguarda in conclusione la "libertà" delle due ragazze: libere di agire per il bene degli altri, libere di scegliere cos’è meglio per loro, libere di decidere come orientare la propria vita.
Un problema resta tuttavia ancora aperto: quale è la vera natura delle streghe?

Malefica: un nome, un'ingrata leggenda.


Fin dal Medioevo, il mondo delle streghe è stato condannato e disprezzato. La strega, infatti, è sempre stata rappresentata con caratteristiche malefiche e crudeli, che la ricollegavano direttamente al Diavolo e che al tempo stesso connotavano negativamente il sapere e l'iniziativa femminili.
Ancora nel ’900, l’influenza di questo topos ha fatto sì che le animazioni Disney raffigurassero la strega cattiva come antagonista dei "buoni" e, di conseguenza, come distruttrice della pace. Recentemente, tuttavia, è stata compiuta una rivisitazione di tale personaggio, evidenziandone la trasformazione psicologica e le sue motivazioni.
Dopo la Bella addormentata nel bosco, la Disney Pictures ha infatti realizzato un film d’animazione che contrasta l’antica leggenda sulle streghe: Maleficent. Oltre a realizzare uno dei più grandi capolavori Disney dal punto di vista del contenuto, la Disney stessa ci presenta qui un’immagine totalmente differente di donna, certo più vicina alla nostra epoca. Malefica, la protagonista del film, si contrappone infatti alla strega cattiva del film La Bella addormentata, pur essendo la medesima persona. La Malefica dell’animazione del 1959 ha interamente i caratteri topici della strega cattiva, senza alcun cambiamento psicologico dall’inizio alla fine. Come in ogni film sulle streghe, quest’ultima muore e così la pace ritorna nel paese. Nel film del 2014, invece, ciò che viene messo in luce è il continuo mutamento psicologico e affettivo della donna nei confronti di Aurora. In tal modo, non è più la Bella addormentata ad essere la protagonista, ma piuttosto la maga, che risulta essere una donna del tutto innovativa. Secondo questa nuova versione della fiaba, da giovane Malefica era la protettrice della Brughiera, un bosco incantato dove vivevano tutti gli esseri dotati di poteri magici. Come spesso purtroppo avviene nella realtà, però, a seguito di un imbroglio da parte di un uomo, Malefica cambia il proprio modo di essere, diventando dura e rancorosa. Per vendicarsi, dunque, lancia un incantesimo contro alla piccola Aurora, figlia del traditore. Tuttavia, la strega appare sempre premurosa e attenta a vegliare sulle azioni della giovane, finendo col diventarne una sorta di invisibile angelo custode ("Sei la mia fata madrina?", le chiede, con involontario umorismo, Aurora).
Ciò premesso, è possibile che il film finisca con la morte di Malefica? No di certo: in questa versione, colui che morirà sarà piuttosto il traditore.


Ancora il bacio del vero amore.


Con grande sorpresa degli spettatori, quindi, la strega si dimostra buona, e viene rivisitato ancora una volta - dopo Frozen -  il topos del “vero amore”, che in Maleficent non è un "gesto", ma proprio un "bacio". Aurora, infatti, non viene risvegliata dal bacio del solito principe, bensì da quello di Malefica, che si è presa da sempre cura di lei.
Anche in questo film, dunque, il tema dell’amore è trattato in modo originale: l’amore vero non è necessariamente quello che si riceve da un uomo, ma può essere anche l'affetto tra coloro che si vogliono bene.


Uomini vs donne.


Se quindi in Rapunzel la donna non può ancora rinunciare del tutto all’aiuto dell’uomo, Malefica ed Anna sono del tutto autonome, mentre viene costantemente messa in discussione e spesso degradata la figura maschile.
In Frozen, infatti, il "principe di sangue reale" si rivela un volgare arrampicatore sociale, pronto a ogni meschinità e delitto per ottenere il potere, mentre in Maleficent l’uomo è rappresentato come vile e truffatore, incapace di amare persino sua figlia.
Questo tipo d'uomo si oppone però al giovane innamorato di Anna in Frozen, che è un poveraccio e non un principe, ma il cui affetto è sincero e disinteressato. Così anche il "bandito" Flynn, in Rapunzel, decide di cambiare la sua vita per amore, pur mantenendo alcune sue vecchie abitudini.
Attraverso questi tre fortunati film, la Disney presenta in conclusione tre categorie di donne: la donna coraggiosa, la donna che sa amare e la donna volitiva. Tali caratteristiche rappresentano pienamente l’ideale femminile del nostro tempo: una donna forte, piena di vita, amante dell’avventura e simbolo dell’amore. Se fino al '900 il sesso femminile è stato considerato "debole", nel XXI secolo è netto il cambiamento che ha portato le donne a cavarsela da sole. Tuttavia, la Disney evita di raffigurare la società in maniera stereotipata, pur impegnandosi ad una maggiore adesione del mondo della fantasia alla realtà che ci circonda.
Quali altre trasformazioni del ruolo della donna potremo allora aspettarci nella realtà dei prossimi anni e, beninteso, nelle sue trasfigurazioni ideate dalla Disney?

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