Tra due capolavori cinematografici unici nel loro genere ritengo che la vera questione di carattere internazionale alla quale cercare risposta sia la seguente:
<si dice “Frankenstein” oppure “Frankenstin” ?!?! > .
Onestamente li accetterei <Entrambi>, giacché per quanto differenti e talvolta bizzarre, queste due visioni di una delle storie più celebri e spaventose di sempre sono tra loro complementari.
Troviamo, infatti, da un lato il racconto originale, vale a dire il primo Frankenstein ispirato al classico della scrittrice inglese Mary Shelley, e dall’altro il folle tributo di Mel Brooks, che in chiave comico grottesca rivisita il Blockbuster del 1931 di James Whale.
I due misteri della creazione, la vita e la morte, sono il concetto di fondo di ambo i film, sebbene nel primo un fanatico e psicopatico dottor Henry Frankenstein dimostria un chiaro interesse sia verso la creazione che verso la distruzione della vita umana, mentre nel secondo, il suo ambizioso nipote Frederick Von Frankenstein si pone come obbiettivo solo quello di volerla conservare.
Nonostante dunque si tratti di un horror e di una commedia, evidentemente tra loro antitetici, le analogie tra le due pellicole sono numerosissime, a cominciare dalla tanto contestata scelta da parte di Mel Brooks di girare il film in bianco e nero, per rievocare il Frankenstein originale e per rafforzare la trama in modo che si avvicinasse il più possibile all’atmosfera dei primi film dell’orrore. Altre scene, tra cui la riesumazione del cadavere e la sua resurrezione mediante macchinari che sfruttano i fulmini, la paura del mostro per il fuoco e l’incontro con la bambina e con la fidanzata dello scienziato sono anch’essi riferimenti al “gioiello” di James Whale.
Tuttavia l’evidente differenza che contraddistingue Frankenstein Junior è, per riportare una celeberrima citazione di Luigi Pirandello, <l’avvertimento del contrario> che è rimarcabile in ogni esilarante momento della pellicola e che ribalta in maniera ironica e sarcastica le certezze e i pronostici del pubblico.
Un’altra essenziale caratteristica comune ai due film è la componente psicologica del mostro, un essere dotato di discernimento che riflette sulla propria esistenza e che è alla ricerca di amore da parte dell’uomo; esso è una bestia alla quale i due creatori tengono tanto quanto a un figlio, e sono disposti a proteggerlo anche a costo della loro vita.
Come un famoso proverbio insegna,: <l’apparenza inganna>, e difatti il discorso finale da parte del mostro è carico di sentimenti benevoli verso coloro che lo <odiano e disprezzano per il suo orribile aspetto>, a conferma della sua volontà di integrarsi in una cinica società che lo denigra a prescindere.
Nel primo caso il successo ottenuto da Whale è senza dubbio dovuto alla novità della trama, una storia mai narrata prima e carica di colpi di scena, mentre per quanto concerne l’opera di Brooks ciò che veramente dà corpo alla storia non sono le peripezie in sé, bensì i personaggi, che con i loro aspetti così caricaturali e parodistici fanno da scheletro all’intera pellicola, grazie soprattutto alla bravura dei loro interpreti.
Ritengo infatti che un personaggio come Igor, cioè il fedele e maldestro servo del dottore, sia la carta vincente del film, in quanto gobbo dal sogghigno ambivalente che trasforma ogni sua mossa in un’ occasione di riso, tra continui “qui pro quo” e “chi più ne ha più ne metta”.
Un altro esempio di infinita stupidità è l’ingenua e sensuale Inga, connotata da un forte erotismo trasmesso tramite il suo peculiare e quasi ridicolo accento tedesco.
Posso quindi concludere dicendo che, come in Frankenstein Junior la moglie di Frederick sia perdutamente e irreparabilmente attratta dal “superdotato fisico” della bestia, oppure come la custode del castello Frau Blücher ogni qualvolta venga pronunciata desti stravaganti sensazioni nei confronti dei cavalli del castello, anche io non posso fare a meno di ammettere che appena ripenso a questi due capolavori cinematografici “prende vita” in me un inspiegabile “nonsoché” tassiano di puro e sincero piacere.
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