Ambientazioni tra l'antico e il moderno fanno da sfondo ad un giallo avvincente che coinvolge il lettore conducendolo tra le pagine di un copione.

LA RAPPRESENTAZIONE
La prima vittima fu Marta Falco. Bellissima donna di mezz'età, con lunghi capelli corvini e occhi chiari. Lavorava come segretaria in un'importante azienda di Roma. Fu trovata morta il 24 settembre in un vicolo angusto da un degli abitanti del circondario: il corpo era nudo e dalle autopsie emerse che il decesso era causato da soffocamento.
Intorno alla vittima non era presente nessun indizio, non c'erano impronte digitali né qualche prova che potesse portare all'assassino; solo il nome della donna – Marta - trovato scritto al suo fianco con un gesso bianco. Mentre la polizia cercava di capire cosa fosse accaduto, un collega della sfortunata si fece avanti comunicando di sapere con chi era quest'ultima il giorno della morte.
Secondo le parole del testimone, da un po' di tempo la donna usciva con un uomo: un facoltoso medico che il collega aveva intravisto proprio la sera del 23 settembre, il giorno prima del ritrovamento del corpo, quando il medico era venuto a prendere Marta dal lavoro.
Il testimone non conosceva il suo nome, ma cercò di fornire una descrizione il più possibile precisa sull'aspetto dell'uomo, anche se lo aveva visto soltanto di lontano e per pochi secondi. Da quello che emerse dall'identikit, il probabile assassino si presentava come un individuo composto, elegante e in apparenza del tutto innocuo.
La polizia però non fece in tempo a diffondere quest'immagine per le vie di Roma che avvenne un altro omicidio. La situazione era la stessa: donna, trovata nuda e morta a causa di soffocamento. Un'altra volta dal corpo non emergeva nessun indizio, se non il nome della vittima scritto accanto. La povera ragazza, Elena Giorgi, era però molto diversa dalla prima. Se Marta era una donna in carriera sulla quarantina, composta e con abiti in tailleur, Elena aveva circa vent'anni, il corpo pieno di piercing e tatuaggi. Anche in questo caso si trovò un testimone: un'amica della vittima l'aveva vista da lontano la sera dell'omicidio mentre passeggiava con un uomo che pareva poco più grande di lei. Anche questa ragazza fornì un identikit, ma il risultato fu scioccante: era completamente diverso dalla descrizione del collega della Falco. Questa volta l'uomo appariva molto più giovane del medico: portava un trucco scuro sugli occhi, l'abbigliamento non era elegante come precedentemente e l'aura che emanava era del tutto differente.
Ci furono altre due vittime: Daniela Marconi, una ricca signora di circa cinquant'anni ed Eleonora Paradisi, una veterinaria sulla trentina. Tutte presentavano le stesse caratteristiche: le condizioni in cui veniva trovato il corpo, il nome della vittima a fianco ad esso - dettaglio su cui la polizia non si soffermò adeguatamente - e la presenza di un testimone che forniva una descrizione sempre diversa.
Quell'uomo sembrava capace di cambiare identità a seconda della donna che si trovava davanti: si ispirava ad essa modificando il proprio atteggiamento, i vestiti, oltre all'età che doveva dimostrare. Ingannava le proprie vittime fingendo un'identità sempre differente, affinché loro potessero cadere nella sua trappola. La polizia era in alto mare: le vittime aumentavano e ancora non avevano una pista certa. La situazione era drammatica, tanto che decisero di chiamare la più importante detective di Roma: Elisa Moani.
Appena la Moani arrivò nell'ufficio, le vennero sottoposte le prove raccolte che lei ispezionò per quasi due ore, senza fiatare: nella stanza aleggiava un silenzio assoluto mentre gli agenti osservavano con insistenza la famosa detective, aspettando che prendesse la parola.
“Perché mai l'assassino scriveva sempre il nome della vittima affianco al cadavere?”;”Come faceva a cambiare pelle ogni volta?” ; “Avrebbe attaccato di nuovo?” ; ma soprattutto, “Chi era?”. Queste erano le domande che ronzavano nella testa della Moani senza trovare una risposta, finché cominciò ad accendersi una lampadina. L'assassino era un individuo senza morale, provava probabilmente un certo piacere a uccidere le sue vittime che erano prive di ogni colpa, se non quella di “essere donna”. Un uomo del genere spesso e volentieri vuole, in fondo, essere scoperto. Essere temuto gli provoca soddisfazione, lo riempie di vita. I nomi accanto ai cadaveri, unica stranezza, dovevano quindi essere una pista importante che conduceva all'assassino e bisognava sbrigarsi prima che potesse uccidere di nuovo.
La detective Moani osservò con attenzione le scritte e presto si rese conto come l'iniziale dei nomi fosse sempre più calcata rispetto alle lettere successive: M,E, D, E. Sembravano non avere nessun senso, forse avevano una relazione tra loro e si riferivano a una parola che però ancora non era stata completata; questo poteva solo significare che ci sarebbero state altre vittime. La Moani si ritirò nel suo ufficio e per tutta la notte pensò al significato di queste lettere. Quando il sole stava per sorgere, improvvisamente tutti i punti ebbero un senso e cominciarono a legarsi tra loro. Aveva capito.
Chi era capace di cambiare la sua personalità così facilmente? Chi poteva personificare una parte ingannando chiunque gli stesse vicino? Chi sapeva fingere di essere qualcuno che non era? Certamente, un attore!
Elisa andò immediatamente a cercare la programmazione degli spettacoli teatrali recenti e trovò ciò che sospettava: “Medea”, la famosa tragedia di Seneca avrebbe avuto luogo quella stessa sera. L'unica lettera mancante era la A. Subito l'intuitiva detective controllò i nomi degli attori che avrebbero preso parte alla rappresentazione e verificò come la protagonista, colei che avrebbe svolto il ruolo di Medea, si chiamava Anna Salerno. Aveva trovato la prossima vittima.
Quella sera si vestì elegantemente per nascondersi tra la folla come normale spettatrice: dovevano essere molto cauti, quell'individuo era straordinariamente intelligente e se avesse sospettato qualcosa avrebbe potuto scappare.
Per tutta la durata della rappresentazione Elisa era attentissima a ciò che stava accadendo, era sicura che l'assassino avrebbe portato a compimento lo spettacolo e avrebbe goduto della conclusione, quando Giasone diventava vittima, mettendo in cattiva luce la Medea. Sicuramente l'assassino non avrebbe risparmiato una scena così disonorevole per il genere femminile.
Quando si stava avvicinando l'ultimo atto, Elisa si diresse con cautela verso i camerini degli attori e attese nascosta. Erano presenti altri agenti in incognito che fecero lo stesso, così da tenere Anna sempre sotto controllo. Dov'era la vittima, era anche l'assassino. E infatti così accadde.
Alla fine dello spettacolo i poliziotti videro la Medea della rappresentazione andare insieme a un altro individuo verso una stanza isolata. Elisa aspettò qualche istante, affinché l'assassino potesse essere colto sul fatto. Appena entrarono videro ciò che avevano immaginato: la povera Anna Salerno veniva soffocata da Giasone, o meglio l'attore che lo aveva personificato.
Subito gli agenti lo arrestarono mentre un'ambulanza veniva chiamata per aiutare la ragazza, che fortunatamente sembrava stare bene.
Ovviamente era Giasone, o meglio, Luca Zanni. Elisa lo aveva intuito fin da subito. Giasone aveva ingannato Medea e poi l'aveva abbandonata esattamente come aveva fatto lui con le sue vittime. Ora era il momento di prendersi le responsabilità delle proprie azioni.
Luca Zanni aveva un fascino inspiegabile, un'aura di sicurezza che attraeva le persone, oltre ad essere un attore straordinario.
Queste erano state le caratteristiche che lo avevano reso un perfetto assassino.
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