LETTERA DI UN ASSASSINO
Mi affascinava l’idea di poter essere l’ultima immagine che sarebbe rimasta impressa nella loro mente, l’ultimo ricordo della loro vita sulla terra: avrebbero esalato l’ultimo respiro guardando il mio volto e nient’altro.
Nelle aride e desolate campagne texane le giornate trascorrevano lente e monotone e io occupavo il mio tempo libero, dato che lì non vi erano molti divertimenti, legando con un filo di spago, sottratto dai passatempi di mia madre, le mosche che osavano introdursi nella mia dimora: osservarle costrette nella mia trappola, prive di libertà, incapaci di volare e semi morenti, mi innescava un brivido di eccitazione, una sensazione di incontenibile piacere.
Il mio gatto Kinki, osservatore silente delle mie azioni, dal mantello color pece, mi squadrava inebetito e con gli occhioni verde smeraldo sbarrati: che avesse già compreso quale fosse davvero la mia natura?
Un giorno d’autunno mi stancai di questo scomodo testimone: quando le ultime foglie rimaste si staccarono vorticosamente dal maestoso acero che abbracciava con i suoi rami la mia spoglia casetta di campagna, uccisi Kinki, impiccandolo con una corda. Non che mi avesse fatto qualcosa di male, ma solo io dovevo essere l’unico spettatore delle mie vittime, l’unico a poter godere di quel macabro scenario che mi si palesava davanti ogni volta.
La mia vita potrebbe essere descritta come uno spietato susseguirsi di guai e omicidi, ed effettivamente è proprio questo che rimarrà di me nelle cronache, quando bagneranno il mio capo con una spugna imbevuta di acqua e sale per far passare più rapidamente l’elettricità lungo tutto il mio corpo.
Attendo con impazienza che riusciate a scoprire chi si celi dietro a quei crimini efferati, descritti con grande minuzia di particolari su numerosi articoli di giornale: intanto mi felicito per la vostra gentile attenzione e, ogni tanto, per ringraziarvi, vi lascerò qualche indizio, qualche osso per aiutarvi in questo arduo compito.
Se mai riuscirete a scoprire la mia identità, finalmente perseguirò questo destino fatale, che mi entusiasma particolarmente, seduto su quell’enorme sedia di legno, con le cinghie strette attorno ai polsi e i cavi elettrici che mi solcheranno la testa da un’estremità all’altra.
In effetti, non mi immagino un finale diverso da questo: come tutto è iniziato per riprodurre quel brivido elettrico di adrenalina che percorreva ogni centimetro del mio corpo ogni qualvolta ponevo fine all’esistenza di una creatura, così, con un'improvvisa scarica di corrente, si chiuderà il sipario rosso sangue da me inaugurato e si esaurirà la luce dei miei occhi, sotto gli sguardi impassibili dei funzionari e della giuria, ammassati su sedie di legno per lo stesso motivo per cui io ho ucciso.
La morte, in fin dei conti, è un fenomeno naturale che genera curiosità in tutti gli esseri umani e, spesso, non si vuole assistere alle sue cerimonie solo se siamo noi i principali protagonisti di queste ultime, ma se riguarda un altro simile l’evento assume un nonsoché di irresistibile: ecco perché, spinti da questa insaziabile curiosità, in tanti non potranno sottrarsi e giungeranno alla festa funesta organizzata in mio onore nei loro eleganti e graziosi abiti, come se dovessero partecipare a chissà quale evento mondano.
Nella loro ipocrisia si credono tanto diversi da me, ma, d’altronde, chi sancisce la condanna a morte di criminali come me, non può esentarsi dallo stesso titolo che spetta a me di diritto per le mie azioni cruente. Lasciamoli, tuttavia, nelle loro ingenue convinzioni, non distruggiamo i dolci pensieri che hanno per se stessi.
Nessuno ha mai compreso il mio disegno e forse nessuno lo capirà mai: ho ucciso prostitute, bambini, migranti, donne e uomini rispettabili senza differenze di ceto e di razza.
Sono un semplice messia della morte: livello e pareggio tutte le disparità della vita.
Quindi diciamoci la verità: vi lascio l’illusione di potermi catturare, ma sappiamo entrambi, mio caro lettore, che non accadrà mai. Non scoprirete mai chi sono, non ne sareste capaci: forse capirete chi sono davvero, quando verrò a citofonare alle vostre porte e mi accoglierete come amico, postino o quant’altro, e io vi rivelerò la mia intima e brutale natura. Peccato che, poi, potrete raccontare di avermi visto solo alle foglie e al terriccio umido che copriranno il vostro capo e ai vermi che divoreranno le vostre carcasse.
Ora mi appresto a suonare il campanello della mia prossima vittima e, chissà, gentile lettore, chi sarà il prossimo a perire.
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