domenica 30 maggio 2021

Sofia Gardini, 3A 2020-21: Cui prodest? di D. Comastri Montanari

Il romanzo Cui prodest? è ambientato a Roma nel 46 d.C. (anno 799 ab urbe condita). Il senatore Publio Aurelio Stazio viene convinto dal suo segretario Castore, ma anche dall’ancella Nefer, ad acquistare ad un’asta di schiavi il giovane Glauco, scriba. All’asta il senatore si trova costretto a comprare non solo Glauco ma  anche altri schiavi e inoltre, poco dopo l’acquisto, Glauco viene trovato morto sgozzato. 

Per l’intero giallo Publio Aurelio Stazio si propone di scoprire chi ha ucciso Glauco e poi Lupo, Ponzio, Nicomede e Modesto, tutti sgozzati come Glauco. Nella sua lunga indagine incontriamo molti personaggi e luoghi della Roma del tempo: Settimio artigiano calzolaio, Bosio il panettiere, Fedro il lettore assunto da Publio Aurelio Stazio, Zoe la prostituta, Terenzio schiavo triclinario di origine greca acquistato dal senatore, Pacomio vecchio scriba diventato cieco sempre acquistato all’asta da Publio Aurelio, Druso Saturnino, figlio dell’editore Saturnino, la sua fidanzata Verania Marcellina e suo fratello Marcello, tutore legale di Druso. Protagoniste della storia sono anche alcune donne della casa del senatore, come l’ancella Delia (stoica e giocatrice di latrunculi)  che otterrà poi la libertà da Publio Aurelio che si innamora di lei, e Tuccia. 

La scrittrice Danila Comastri Montanari ci porta nella Roma di Trastevere dell’epoca, con le sue botteghe, il fornaio, il piccolo editore, il calzolaio, i postriboli dove gli uomini romani si recavano per incontrare le prostitute e i bagni, dove viene descritto un personaggio cattivissimo come Serpedone il fuochista.

Dopo molte pagine, quando ha capito che molti dei suoi sospetti colpevoli non lo erano, Publio Stazio Aurelio scopre che ad uccidere tutti quei giovani uomini era stata Verania Marcellina, vittima di incesto da parte del fratello Marcello. Lei uccideva gli uomini ripensando ogni volta alla violenza subita dal fratello maggiore, che odiava ma anche amava, tanto che ne era dipendente psicologicamente. 

C’è anche un’altra veloce storia dopo questa, in cui il senatore salva una ragazza stuprata di nome Regilla, abusata dal padre del suo promesso fidanzato Emilio Gemino. Publio Stazio Aurelio, come al solito, con un’abile mossa, porta il colpevole a confessare e a garantire nuovamente al figlio di poter sposare la giovane Regilla.

I quattro aspetti della società romana del tempo che l’autrice descrive e che mi hanno colpito più di altri sono: 

  1. La concezione del matrimonio. Così Aurelio descrive quello tra il giovanissimo Druso e Verania Marcellina:


«Non è tanto strano come credi, Castore. A Roma, molti uomini non più giovani si promettono a delle bambine, attendendo che raggiungano la pubertà per sposarle: il contratto di fidanzamento è un impegno pubblico, e davanti alla legge vale quanto il matrimonio anche in materia fiscale; in questo modo i furbi acquistano tutti i diritti degli accasati, senza far fronte gli svantaggi della convivenza, e inoltre hanno l’opportunità di plasmare la futura moglie a loro immagine e somiglianza. Qui abbiamo il caso contrario, ma non c’è da stupirsi: io stesso, a poco più di vent’anni, sposai una donna più anziana. Il matrimonio risponde a precisi interessi, e l’età del coniuge è irrilevante».

  1. Il lavoro legato all’editoria, alla produzione di rotoli, che nel romanzo era svolto da Saturnino morto di una malattia rara, e non ucciso come aveva pensato inizialmente Aurelio. In questo dialogo che riporto si vede come Aurelio sia preoccupato che l’erede di Saturnino (Marcello) produca rotoli dozzinali per questioni economiche:


«Saturnino era un raffinato, un artista: pubblicava rotoli perfetti, su sottilissima carta augusta, riservandoli agli intenditori come noi. Ora, sai bene che molti acquirenti non sono tanto schizzinosi: quello che vogliono è solo un bel rotolo, che si presenti bene all’esterno, col triangolino del titolo scritto a lettere d’oro. Per quanto riguarda la qualità della carta o la calligrafia, invece, sono di bocca buona, e non fanno caso agli eventuali errori del testo: i volumi servono loro più che altro da oggetti di arredamento, così davanti a un’elegante membrana color porpora non si chiedono neppure se il papiro sia stato trattato o meno col cedrium contro le tignole.
- Vuoi dire che hai intenzione di produrre libri dozzinali, che andranno in briciole alle prime muffe? - si scandalizzò Aurelio.
- Perché no? Quello che manda in rovina un editore sono i materiali costosi, come l’olio di cedro appunto, e i buoni scrivani, che devono conoscere a menadito l’ortografia, per lavorare velocemente sotto dettatura - spiegò il pratico Marcello
- A Roma tuttavia c’è un mucchio di gente che, bene o male, sa leggere e scrivere, quindi mi sarà facile arruolare due dozzine di schiavi e metterli a riempire pagine e pagine di quel papiro saitico prodotto con fibre di corteccia, che si vende a prezzo stracciato. Dopo basterà un buon illustratore per dipingere qualche scena vistosa sulla membrana, ed ecco che, con un terzo della spesa, avrò in mano un volume di successo! - affermò Veranio soddisfatto».

  1. La prostituzione, che è evidente che era del tutto legittima e consentita, nonché di uso molto comune, come si vede dal dialogo tra l’ancella Delia e Aurelio:


«- Ti sbagli - lo smentì Delia, laconica - Sono figlia di una ierodula di Corinto: ne esistono ancora, sai?
Il patrizio assentì: sapeva che un tempo la prostituzione sacra veniva esercitata nel recinto di Afrodite da fanciulle che, votatesi alla dea per qualche anno, attendevano di essere prescelte dai passanti per poi consegnare al tempio i proventi della loro attività. Secoli addietro le ierodule erano rispettate, e nessuno si sarebbe permesso di paragonarle a comuni meretrici, ma col passare degli anni e con l’affievolirsi dello spirito religioso, quella funzione sacra era diventata un vero e proprio traffico di carne umana, così ora il tempio veniva considerato alla stregua di un bordello, per di più privo di tariffe fisse, perché i sacerdoti si accontentavano delle offerte spontanee dei fedeli».

  1. L’omosessualità, o la bisessualità. Era ritenuto perfettamente normale che adulti avessero rapporti con giovani effeminati o giovani donne alla stessa maniera:


«C’era poi tanta differenza tra una donna e un servo, agli occhi di un romano di vecchio stampo, educato al mos maiorum? Coloro che ne erano permeati consideravano ambedue oggetti erotici privi della possibilità di scegliere, creature inferiori da sottomettere al proprio volere: non a caso la parola virtus aveva la stessa radice di virilità e molti tra gli illustri quiriti additati come esempi di rettitudine, Bruto il tirannicida in testa, avevano rivolto indifferentemente le loro attenzioni ad ambo i sessi».


Ci sono moltissimi altri aspetti della società descritti che mi hanno colpita, come l’amore per il gioco (protagonista della storia è proprio una pedina di latrunculi); il peso del mos maiorum, per esempio nel rispetto dello Ius Osculi («secondo l’antica tradizione del mos maiorum, il pater familias ha il diritto di baciare sulla bocca tutte le donne di casa, per controllare che non abbiano bevuto vino! - aggiunse. E la baciò», dice Aurelio all’ancella Delia); la concezione dello stupro come fosse una contaminazione per la donna marchiata a vita e da ripudiare; il difficile rapporto con i greci, resi schiavi ma culturalmente sempre ritenuti superiori.


Ho trovato il libro molto lungo e a volte la sua lettura è stata difficile, però devo ammettere che ho capito molte cose in un modo differente, più vivo. La condanna della schiavitù, la servitù per sempre, la perdita della propria libertà e quindi della propria vita, sono espressi in modo esemplare sia nelle parole di Terenzio triclinario greco di Aurelio che dell’ancella Delia. 

Nella principale storia d’amore di questo libro, l’ancella non si concede ad Aurelio fino a che lui non le restituisce la libertà. Solo allora lo sceglie e si concede. Le parole di Delia spiegano benissimo quale sia il valore di essere liberi in quella società.

Questo ti fa pensare a lungo: tutto il libro descrive personaggi crudeli e insensibili, e invece Publio Aurelio Stazio non lo è, anzi è un senatore buono, che non picchia i suoi servi, che cerca la verità sugli omicidi, che aiuta per esempio un bimbo a non essere lasciato morire al freddo e lo restituisce ai suoi genitori, che riscatta la giovane stuprata o lascia libero Terenzio di sposare la sua amata vedova.

E forse la morale del libro è proprio questa: un seme di bontà esiste anche in una società che a me sembra profondamente ingiusta. Aurelio arriva a mettersi dalla parte degli schiavi: si traveste e va ad affrontare Sarpedone e capisce cosa si provi ad essere dall’altra parte, come dice al suo segretario Castore: 


«Roma, però, rimane piena di Lupi e di Sarpedoni!

- Non puoi cambiare il mondo, padrone, e anche se potessi, non lo faresti: vorrebbe dire perdere tutto quello che ami, la tua casa, i tuoi servi, le tue donne, il tuo orgoglio.

- È vero - ammise Aurelio. - Irrido la virtus sbandierata dai miei concittadini, ma sono sempre un romano, nel bene e nel male.

- E i romani sono i padroni - aggiunse il greco sorridendo.

- Adesso però so anche cosa si prova a stare dall’altra parte.

- No, domine, non lo sai, tu recitavi una commedia. Lo schiavo Publio sapeva che avrebbe potuto metter fine allo spettacolo in qualunque momento e ridiventare il potente senatore Stazio. Per gli altri non è così: nessuno di loro può cambiare il suo destino con un semplice atto di volontà - puntualizzò Castore - Comunque ti dirò, a tua consolazione, che sei il romano meno insopportabile che abbia mai conosciuto». 

Lo stesso Aurelio si esprime così:

«Dietro di loro, indistinti e sconosciuti, migliaia di schiavi lavoravano nei campi, sulle navi o in città lontanissime e ignote, per conservare il suo patrimonio, moltiplicarlo, e permettergli di godere appieno i piaceri più raffinati del corpo e della mente. Aurelio era consapevole di quanto la sorte lo avesse favorito nel farlo nascere libero, romano e padrone, ultimo frutto di una stirpe di vincitori che aveva asservito i vinti al suo dominio. Sapeva anche di non averne alcun merito, ma poiché questo, giusto o non giusto, era il solo mondo che conosceva, ringraziava la cieca Fortuna di essersi dimostrata tanto benevola nei suoi riguardi».

Nella società descritta dalla scrittrice si trattava quindi solo di avere una “fortuna cieca”!


Federica Mazzone, 3A 2020-21: Parce sepulto di D. Comastri Montanari

 Il libro dal titolo latino Parce sepulto (“Lascia in pace i morti") di Danila Comastri Montanari è un romanzo giallo. 

I fatti della storia si svolgono nella città di Roma, nel 45 d.C. 

Il senatore Publio Aurelio Stazio si presenta alle nozze di Lucilla, figlia del celebre retore Arriano, con il prediletto Ottavio. 

Ma la giornata si rivela spaventosa, perché la sposa viene ritrovata morta in una vasca di fanghi termali. 

Sembra essere stata stroncata da un malore durante i preparativi, ma qualcosa non convince Aurelio. 

A questa morte, apparentemente inspiegabile, ne seguono altre due (Ispulla Camillina e Arriano).

Il senatore, benché il caso sia complesso, non si arrende ed indaga sull’assassino prima che uccida ancora. 

Il senatore si rende conto solo alla fine di essersi distratto dalla verità per un mucchio di particolari che non avevano nulla a che vedere col delitto: le lettere, gli amuleti magici, la truffa bancaria e lo scambio delle gemelle. Perciò  non ha visto subito l’assassino: Ottavio. 


Il primo aspetto della società romana rappresentato nel libro Parce sepulto che mi ha colpito è il modo in cui essa è suddivisa in classi sociali.  La prima classe è quella dei patrizi, i nobili aristocratici che possiedono terre ed edifici e accedono a cariche pubbliche. La seconda è quella dei plebei, ovvero i contadini, gli artigiani e i commercianti che non possiedono grandi ricchezze ma sono liberi.

Oltre ai patrizi e plebei, all’interno della città di Roma vi sono però anche i clienti e gli schiavi. Gli schiavi non sono una vera e propria classe sociale, pur essendo la base lavorativa e produttiva della società romana: sono prevalentemente dei prigionieri di guerra e dei debitori insolventi.  Il padrone può disporre dei propri schiavi al pari di qualsiasi altra proprietà materiale: ad esempio,  ha anche la facoltà di donare la libertà a un proprio schiavo per premiarlo del suo lavoro o della sua fedeltà. Gli schiavi liberati sono detti liberti. 

Un altro aspetto della società romana del tempo che si individua nel romanzo è l’importanza della scuola. Nei primi tempi della repubblica, i Romani si dedicavano con fatica a istruire i figli, con l'obiettivo di abituarli alla loro futura vita di cittadini. Dopo la vittoria su Cartagine, arrivarono però a Roma pedagoghi greci, e poco dopo si aprirono le prime scuole. Le scuole che oggi diremmo “primarie o elementari” erano le uniche in cui si potevano iscrivere sia i maschi che le femmine. 

All'inizio, non c'erano edifici particolari adibiti alla trasmissione della cultura, che sono presenti solo successivamente, nella Roma dei Cesari. 

Gli insegnanti erano soprattutto schiavi e liberti, e mantenevano la disciplina a colpi di ferula; i metodi di studio, affidati alla memoria, prevedevano la ripetizione ad alta voce di una stessa frase e la sua copiatura sui pugillares, le tavolette spalmate di cera da incidere con lo stilo, fatte per venire cancellate e riscritte decine di volte. 

Ad accompagnare a scuola i bambini raramente era una persona di famiglia, più spesso uno schiavo o, per chi poteva permetterselo, il pedagogo privato. 

I metodi didattici erano sempre improntati alla più rigida tradizione; non mancarono però i “pedagogisti d'assalto”, innovatori che consigliavano di ricorrere a giochi, come nel romanzo fa Ottavio: 

Siamo in pieno Impero e la scuola è rimasta al tempo delle guerre puniche: sempre gli stessi metodi ripetitivi, sempre i medesimi autori da imparare a memoria, il vecchio Ennio, il solito Andronico... Ho dovuto lottare persino per introdurre Virgilio; troppo moderno, mi dicevano!” (cap. IV). 

Si comprendono qui l’ambizione e l’idealismo del giovane Ottavio, che ambisce a rivoluzionare i metodi di insegnamento e sogna un mondo in cui i giovani vengano davvero stimolati e avvicinati alla cultura in modo più rilassato nei modi, ma non meno rigoroso nei contenuti. 

L’istruzione femminile era un aspetto molto discusso nella società romana del tempo. Lucilla e Camilla sono ragazze di buona famiglia e hanno potuto continuare gli studi ben oltre la soglia dei dodici anni, età nella quale le giovani normalmente andavano in spose.  La figura di Giunia Irenea (maestra delle due gemelle), esemplifica perfettamente l'unica condizione per la quale una donna potesse dedicarsi totalmente agli studi: il nubilato.

Pomponia, invece di fare offerte a un tempio, in ricordo di Lucilla, ha infatti pensato di istituire un fondo per l'educazione delle bambine povere, che ha riversato nell’aiuto di fanciulle brave in matematica, quanto lo era Lucilla.

Altro aspetto che si individua in Parce sepulto è la disonestà che caratterizzava molti dei banchieri che operavano legalmente a Roma. I tassi di interesse permessi allora sarebbero definiti tassi da usura ai giorni nostri, e anche se erano legali, erano percepiti come ingiusti da coloro i quali si trovavano nella necessità di ricorrere a dei prestiti.


Nel romanzo si tratta di un caso complesso, seguito dal senatore Publio Stazio Aurelio, perché il luogo in cui avviene il delitto è chiuso dall’interno; vi sono una lista di sospettati presenti sul posto, un inconsapevole testimone e due gemelle identiche, ma diversissime. 

Interessante è vedere questo meccanismo applicato ad un’ambientazione romana e al mondo della scuola in generale.  

La scrittrice nel libro utilizza parole ricorrenti della società romana, con le quali ti puoi meglio immedesimare in quel tempo. 

Si tratta in conclusione di un romanzo pieno di azioni e colpi di scena, che ha un ritmo serrato che non vi permetterà di posarlo fino a quando non conoscerete la soluzione del caso. 


Martina Mortelliti, 3A 2020-21: Parce sepulto di D. Comastri Montanari

Il racconto è ambientato a Roma, nell’anno 798 dalla fondazione di Roma, cioè nel 45 d.C., in autunno, nel nono giorno prima delle Calende di novembre.

Comodamente sdraiato sul divano, il senatore Publio Aurelio Stazio sorseggiava piccoli sorsi il Falerno caldo dalla sua coppa. Nel mentre Pomponia parlava da quasi un’ora, insieme al patrizio, di tutti gli scandali dell’Urbe, a partire da quelli che coinvolgevano la bellissima e disinvolta imperatrice Valeria Messalina, ma l’attenzione di Aurelio scivolava verso altre cose.  A breve si sarebbero tenute le nozze di Lucilla, figlia del retore Arianno e della defunta cugina Calpurnia, con il discepolo Ottavio. La ragazza aveva quasi ventitré anni, era una fanciulla di rara bellezza, con gli occhi a mandorla, di taglio quasi orientale, il collo sottile e la bocca era atteggiata a un timido sorriso.                                                                Ma all’alba del quarto giorno, la sposa venne ritrovata morta all’interno di una vasca adibita ai fanghi termali con il dito alzato, come se stesse indicando l’omicida. Publio Aurelio Stazio inizia subito ad indagare, insospettito sia dai comportamenti di Camilla, la gemella di Lucilla, sia dal retore, preoccupato di nascondere il suo passato.

Nel romanzo si possono notare diversi aspetti della società romana. Per esempio, le terme erano uno stabilimento dove si incontravano gli amici, si corteggiavano le signore, si stipulavano contratti e si tessevano persino congiure. Pure le donne vi accedevano liberamente  (p.110).

D. Comastri Montanari tratta anche del tema dell’educazione. Le scuole “primarie”, adibite ai fanciulli dai sette agli undici anni, erano a gestione privata, ma aperte al pubblico, e vi si iscrivevano sia maschi che femmine. All’inizio non c’erano edifici particolari riservati alla trasmissione della cultura. Per esempio, Arianno teneva le lezioni all’aperto sotto il portico di Livia, fino a quando non ricevette il sostegno finanziario di Corvino, che gli permise di affittare locali presso il teatro di Marcello. (p. 27)                                Si nota anche come Lucilla e Camilla abbiano potuto continuare gli studi anche oltre i dodici anni, cioè l’età in cui, normalmente, le donne si sposavano.

Infine viene trattato il tema dell’omosessualità: il retore Arianno abbindolò un cittadino romano anche se questo era un delitto, poiché i giovani erano ritenuti sacri e nessuno doveva tentare di corromperli (p. 49).

Parce sepulto è un romanzo intricato, affascinante e pieno di mistero, ricco di spunti e colpi di scena, che riesce a trasportare il lettore nei luoghi di Roma. La cosa che rende unico questo romanzo rispetto ad altri gialli è il fatto che sia stato ambientato nella quotidianità romana e in particolare nella scuola, dove l’istruzione prevedeva solo leggere, scrivere e fare i calcoli.

L’autrice cerca di innovare questo mondo, per esempio scrivendo che due ragazze hanno continuato gli studi nonostante avessero un’età superiore ai dodici anni.


Sara Pagnozzi, 3A 2020-21: Parce sepulto di D. Comastri Montanari

Il senatore Publio Aurelio Stazio si appresta a trascorrere una giornata di festa alle nozze di Lucilla, figlia del retore Arriano e della sua defunta moglie Calpurnia, cugina di Pomponia, con il discepolo prediletto di Arriano, Ottavio.
La gioia dei presenti si trasforma ben presto in tragedia: la sposa, infatti, viene ritrovata morta in una vasca di fanghi termali. Sembra che sia stata stroncata da un malore improvviso durante i preparativi.
C’è, però, qualcosa in questa strana disgrazia che non convince pienamente il senatore: la ragazza è morta puntando un dito verso l’alto, come a porgerlo all’anello nuziale di un immondo dio sotterraneo.
Pomponia, amica del senatore e madre adottiva di Lucilla, è convinta che non si sia trattato di un incidente e prega Aurelio di indagare per risalire al colpevole.
Il quadro della situazione appare fin da subito enigmatico: il senatore è ad esempio molto confuso per la presenza di Camilla, la sorella gemella di Lucilla. Le due gemelle sono pressoché identiche nell'aspetto, ma incredibilmente diverse nel carattere: l'una pia, onesta, sinceramente innamorata; l'altra cinica, impudente, avida di godere la vita senza rimorsi né rimpianti.
Camilla è sposata con Elio Corvino, il banchiere sospettato da Aurelio di usura e altre irregolarità, su cui comincerà a svolgere un’indagine parallela a quella sulla morte di Lucilla.
Quando altri due cadaveri compaiono sulla scena, Publio Aurelio Stazio sa che il suo fiuto per il crimine non l’ha ingannato.
Ispulla Camillina, madre del retore, viene trovata morta nel suo cubicolo, e, poco dopo, lo stesso Arriano viene ritrovato senza vita con il volto sereno, quasi stesse dormendo.
Il mistero si infittisce, quando sulla scena compaiono delle lettere minatorie indirizzate ad Arriano, che l’assassino deve aver scritto prima di uccidere le sue vittime.
Le indagini condotte da Aurelio, però, non lo portano lontano: Corvino, il marito di Camilla, ha un alibi per la morte di Lucilla, e Nicolao, il segretario del banchiere, per tutti e due i delitti. Ma chiunque, all’infuori di Ottavio e di Corvino, può aver scritto la lettera, così come chiunque, inclusa Irenea, l’insigne matematica, ha avuto la possibilità di avvelenare Arriano.
I maggiori sospetti ricadono su Camilla e Panezio, il direttore di scuola.
Dopo false prove, amori non corrisposti, truffe bancarie, uno scambio di gemelle, amuleti magici e malefici, si scopre che l’assassino è sempre stato sotto gli occhi di tutti: è Ottavio, figlio adottivo di Arriano e promesso sposo di Lucilla, il responsabile degli omicidi.

DESCRIZIONE DI 4 ASPETTI DELLA SOCIETÀ’ ROMANA 

Le terme 

A partire dal II secolo a.C., quando si diffuse l’abitudine del bagno quotidiano, si cominciarono a costruire strutture balneari pubbliche, chiamate balnea o thermae. 

L’ingresso in questi stabilimenti era generalmente gratuito e ciò consentiva la frequentazione anche ai cittadini non abbienti. 

Le terme aprivano a mezzogiorno e offrivano servizi di ogni genere, dalle palestre per gli esercizi ginnici ai trattamenti estetici, dalle mostre d’arte alla biblioteca: la maggior parte dei frequentatori, pur godendo a titolo gratuito della piscina, pagava a caro prezzo la custodia degli indumenti, i servigi dei bagnini e dei tensori, nonché il privilegio di accedere a una vasca individuale.

Erano ambienti sempre molto affollati, che costituivano il luogo d’incontro dell’umanità più varia: erano frequentati da chiunque, senza distinzione di età, di sesso e di condizione sociale.  

Di stabilimenti simili a Roma ce n’erano centinaia e nessuno, nemmeno chi godeva all’interno delle pareti domestiche di un ottimo impianto idraulico, avrebbe mai rinunciato a frequentarli. Alle terme si incontravano gli amici, si corteggiavano le signore, si stipulavano contratti, si tessevano persino congiure. 

Anche se talora uomini e donne potevano stare in promiscuità, tendenzialmente stavano separati o in zone diverse dello stabilimento, oppure erano previsti ingressi a orari differenti. 

Le matrone di buona famiglia manovravano con destrezza aste, manubri e giavellotti, eccellendo persino nella lotta libera o nel pancrazio. Nello spiazzo aperto retrostante l’edificio, gli uomini si misuravano nella lotta libera, nel salto in alto, nel lancio del giavellotto e del disco. Terminata la gara, si procedeva con la complessa operazione di raschiatura con lo strigile. 

Il principio fondamentale del bagno era l’alternanza caldo-freddo: il corpo prima veniva riscaldato, e poi temprato con l’acqua fredda. A questo scopo il bagnante dopo essersi cambiato nello spogliatoio (apodyterium), faceva il bagno di sudore (nel laconicum), il bagno d’acqua calda (nel calidarium), il bagno d’acqua tiepida (nel tepidarium), il bagno d’acqua fredda (frigidarium) e infine il massaggio con unguenti profumati.

I Romani dedicavano molto tempo alla cura del corpo; erano, infatti, dell’idea che l’aspetto esteriore della persona fosse strettamente legato a quello interiore: un corpo in ordine, che si presentava bene, era indice di un animo virtuoso, mentre la persona dissoluta finiva per avere un aspetto sgraziato. 


I culti misterici: il culto di Cibele

L’antica Roma fu un crocevia di genti e culture provenienti da tutto il mondo e per secoli da ogni parte del vasto impero giunsero non solo persone e merci, ma anche tradizioni, idee, credi religiosi. In particolare fu l’Oriente, con la sua millenaria storia, ad influenzare più di tutti il modello di vita romano, soprattutto in campo religioso: molte sono le divinità del pantheon derivate da quelle levantine. 

Il successo delle religioni orientali è legato alla natura stessa della religione romana, troppo austera e troppo poco mistica, alla povertà d’immaginazione del suo discorso sugli dei, che gli uomini possono conoscere poco e dai quali possono trarre scarse speranze di salvezza nell’aldilà. 

Le religioni orientali hanno saputo dare risposte a questi interrogativi: sono religioni esoteriche e salvifiche che offrono al fedele, attraverso l’iniziazione individuale ed il sacrificio di sé, l’incontro con le divinità e lo arricchiscono di una spiritualità che illumina la vita.

Molti romani, soprattutto i giovani, avevano smesso di credere nei Numi dell’Olimpo, distaccandosi dai costumi degli avi, e si rivolgevano ormai a una schiera di divinità e demoni stranieri. 

A Roma ebbe ad esempio un grande seguito il culto misterico di Cibele o Magna Mater dei Romani. Era originario della Troade, regione storica dell’Asia Minore. Il culto di Cibele venne introdotto a Roma intorno al 204 a.C., all’epoca della seconda guerra punica, quando il re Attalo di Pergamo donò a Roma la pietra nera di Pessinunte, un grande meteorite, un’immagine simbolica della dea che fu collocata sul colle Palatino. Cibele era un’antica divinità originaria dell’Anatolia, identificata con la Grande Madre, divinità della terra e protettrice dell’agricoltura. Il suo santuario, edificato sulla sommità del Palatino, era indicato con il nome di Magna Mater Deorum IdaeaIl culto della dea era officiato da sacerdoti eunuchi noti come Galloi o Galli. Dal momento che i cittadini romani erano esclusi da questo particolare sacerdozio, poiché la legge romana proibiva di sottoporre a castrazione uomini liberi, i Galli erano schiavi o provenienti dall’Oriente. 

I riti magico-culturali in onore della dea erano dunque contraddistinti da azioni cruente e sanguinarie. Tra il 15 e il 28 marzo aveva luogo la principale celebrazione connessa al rito di Cibele, il Sanguem. Durante i lunghi cortei salmodiami, e le cruente cerimonie i Gallae si privavano senza rimpianto della virilità, inebriati da lunghi, estenuanti digiuni e da droghe capaci di annullare ogni raziocinio: il giorno del sangue, così chiamavano gli adepti l'equinozio di primavera che li vedeva flagellarsi fino allo spasimo, lacerarsi con cocci taglienti, e spargere il rosso succo della vita sull'altare della dea, invocando la resurrezione dalla morte e il rifiorire del suolo.

Catullo scrisse dei versi in memoria del sacrificio di Attis, il giovane pastore che, colpito da una crisi di follia dopo aver tradito la Dea, si era evirato sotto un sacro pino, ottenendo di rimanere fedele per sempre all'amante divina. Da allora i sacerdoti dediti ai suoi misteri ne seguivano l'esempio, e celebravano la loro unione mistica con la Madre seppellendo il membro falciato da una scheggia di selce nel profondo della terra, per fecondarla.

Molti cittadini romani si sottoponevano a tutti i riti iniziatici, a parte la castrazione, che era severamente proibita dalla legge. 


La scuola a Roma

L’antico costume romano affidava al padre l’istruzione del figlio. Nei primi secoli della Repubblica gli insegnamenti erano impartiti solo ai maschi ed erano piuttosto rudimentali.

Pare che la prima scuola pubblica a Roma sia stata aperta verso la fine del III secolo a.C. da un liberto, Spurio Carvilio. A partire da questo periodo, a mano a mano che i contatti con la cultura greca divenivano sempre più stretti, la maggior parte dei padri affidava il figlio a un pedagogo, di solito un greco, o lo mandava a scuola, frequentata anche da fanciulle.  

Gli aristocratici e i grandi ricchi, soprattutto in età imperiale, erano restii a mandare i loro rampolli in una scuola pubblica, e preferivano assumere precettori disposti a trasferirsi con i bambini lontano dall’Urbe. 

Al contrario, gli homines novi, funzionari, commercianti, provinciali sognavano per i loro figli un avvenire sicuro nell’amministrazione imperiale. 

A Roma la scuola era sì pubblica, nel senso che tutti vi potevano accedere, ma privata, cioè pagata direttamente dal padre dello studente; lo Stato non si intrometteva nell’educazione dei giovani, considerata una funzione essenzialmente della famiglia.

Solo chi aveva i soldi riusciva ad arrivare ai massimi livelli. Così si perpetuava l’ineguaglianza; non quella fondata sul merito, ma quella che era frutto del denaro.  

L’ordine scolastico romano era suddiviso in tre gradi, paragonabili rispettivamente ai cicli elementari, medio e superiore: primo grado, insegnamento del maestro (litterator o ludi magister); secondo grado, insegnamento del professore di lettere (grammaticus); terzo grado, corso di perfezionamento, ossia la scuola del maestro di retorica, il rhetor, che addestrava i giovani nell'eloquenza prima che entrassero nella vita pubblica. 

All’inizio non c’erano edifici particolari adibiti alla trasmissione della cultura: gli allievi, estate e inverno, studiavano accoccolati all’aperto, sotto le pergulae e i portici, o nelle pubbliche piazze. Solo successivamente, le lezioni vennero svolte in ambienti chiusi, come nelle botteghe adibite ad aule. 

Gli insegnanti erano soprattutto schiavi colti e liberti, e mantenevano la disciplina a colpi di ferula; i metodi di studio, in gran parti affidati alla memoria, prevedevano la ripetizione a voce alta di una stessa frase e la sua copiatura sui pugillares, le tavolette di cera incise con lo stilo, che sostituivano il troppo costoso papiro.

L’orario scolastico era di sei ore: le lezioni cominciavano di buon mattino, venivano interrotte verso mezzogiorno e riprese nel pomeriggio.

L’anno scolastico cominciava a marzo: vi erano delle vacanze nei giorni festivi, ogni nove giorni e durante il periodo estivo.


Le prefiche

La prefica (dal latino praefica), nell’antica Roma, era una donna pagata per piangere e disperarsi ai funerali.

Nel corteo funebre, le prefiche precedevano il feretro stando dietro i portatori di fiaccola: con i capelli sciolti in segno di lutto, cantavano lamenti funebri e innalzavano lodi al morto, accompagnate da strumenti musicali, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli. 


La clientela a Roma 

La struttura gentilizia della società arcaica romana spiega l’istituzione della clientela, in base alla quale il cliente, in genere un plebeo, si poneva sotto la protezione di un patronus patrizio, a cui era legato da precisi vincoli e obblighi. 

Quella del cliens era una particolare occupazione che contribuiva alla formazione del reddito, e non era collegata a una particolare classe sociale, ma per esserlo occorreva essere uomini liberi e non schiavi. 

Dunque, nell’antica Roma si chiamavano clientes le persone subordinate a un patrono. 

In cambio di protezione, assistenza giudiziaria e distribuzioni di cibo e denaro (sportula), i clientes assicuravano al patrono voti alle elezioni, facevano dei viaggi o delle particolari commissioni per lui e si arruolavano.

Il cliens non doveva semplicemente adulare qualcuno, ma perorare ogni sua causa, giusta o sbagliata che fosse, e perfino corrompere altre persone su ordine del patronus.

Il rapporto di clientela era ereditario, consacrato dalla pratica, dalla legge o dalle combinazioni.  

Sebbene i clientes non fossero del tutto liberi cittadini, si trovavano in un certo stato di protetta libertà. Il patrono dava al cliente una parte delle sue terre; però il possedimento era precario e poteva essere tolto in caso di infedeltà o inadempienza alle richieste.

L'importanza di un potente era commisurata alla clientela che aspettava nell’anticamera il patrono per la salutatio matutina. Il cliens per essere ricevuto doveva indossare la toga, essere pulito, coi capelli in ordine e sbarbato, e doveva chiamarlo dominus.  

Il cliente riceveva  le richieste dal patronus e cercava di ottenerne il favore con la captatio benevolentiae. Spesso otteneva la sportula, una borsa con una fornitura di vettovaglie (ma anche denaro) messe a sua disposizione dal patrizio. 

L'elargizione avveniva in ordine di importanza dei clienti, a prescindere da quando questi arrivavano dinanzi alla domus: pretori, tribuni, cavalieri, liberi, liberti.

Più numerosi erano i clientes che al mattino svegliavano il padrone, più prestigio costui dimostrava agli occhi della popolazione. Se qualche cliens avesse abbandonato il suo ruolo, anche il dominus avrebbe perso la reputazione.

Gli antichi romani, dal liberto al gran signore, si sentivano vincolati al rispetto (obsequium) nei confronti di quanti erano più potenti di loro. Il liberto nei confronti di chi lo aveva liberato (il patronus) e da cui continuava a dipendere, i clientes nei confronti del signore che (in quanto patronus) aveva l'obbligo di accoglierli in casa, di soccorrerli in caso di necessità e talvolta di invitarli a pranzo. 

Le donne generalmente non partecipavano a tale rituale; come clienti potevano a volte accompagnare il marito, che cercava una maggiore compassione da parte del signore. 


COMMENTO PERSONALE 


Si tratta di un romanzo molto avvincente, ricco di azione e di mistero, di colpi di scena e false piste. 

Ciò che ho apprezzato maggiormente di questo romanzo è stata la descrizione, minuziosa e accurata, del periodo storico in questione, ovvero l’età imperiale. 

La scrittrice include molti dettagli interessanti e sorprendenti che non appesantiscono il ritmo, ma al contrario consentono al lettore di ampliare le proprie conoscenze su alcuni aspetti della società romana. 

Efficace è stata la scelta dell’autrice di inserire nella narrazione le frequenti conversazioni che il senatore Publio Aurelio Stazio intrattiene con sé stesso, attraverso le quali veniamo a conoscenza dei suoi pensieri, dei suoi ragionamenti e dei progressi che compie nella ricerca della verità. In questo modo il lettore può indagare insieme ad Aurelio e cercare di scoprire il colpevole seguendone i ragionamenti.

Il finale è sorprendente: il colpevole è sempre stato al centro della scena, eppure nessuno avrebbe mai sospettato di lui. 

Infatti, siamo stati tutti distolti dalla verità da un mucchio di particolari che non avevano nulla a che fare con il delitto: le lettere, gli amuleti magici, la truffa bancaria e molto altro. 

Così, ogni volta che credevo di aver risolto il caso, appariva sulla scena un nuovo dettaglio, che faceva ricadere il mio sospetto su qualche altro indiziato. 

Soltanto nell’ultima scena, dopo aver completato tutti i tasselli del puzzle, sono riuscita a risalire al vero colpevole. 

La lettura di questo romanzo, diversamente da ciò che mi sarei aspettata, è stata piacevolissima; anzi, avrei preferito che fosse durata di più. 

Questa affermazione è per me alquanto sorprendente, dal momento che non sono mai stata un’amante dei libri e ne ho letti veramente pochi che mi abbiano tenuto con il fiato sospeso fino alla fine, come è riuscito a fare questo romanzo. 

Inoltre, non apprezzando particolarmente il genere giallo, temevo che il libro potesse risultare pesante e noioso, ma è stato tutto il contrario: sono stata coinvolta nella storia fin da subito; mi sembrava di essere il braccio destro del senatore Aurelio e di camminare con lui per le strade dell’Urbe, alla ricerca di prove. 

Ho apprezzato soprattutto il finale, non del tutto scontato, non banale, non frettoloso.  

Mi ha piacevolmente sorpreso il modo in cui la scrittrice è riuscita ad unire il tipico mistero del genere giallo con i tratti comici dei personaggi. 

La ricostruzione storica è magnifica e anche solo per questo vale la pena leggere il libro. 

In conclusione, il mio giudizio sul romanzo Parce Sepulto è ottimo








Greta Crous Ramiò, 3A 2020-21: Parce sepulto! di D. Comastri Montanari

TRAMA

Il romanzo Parce Sepulto è ambientato a Roma nell'epoca di Cesare, intorno al 45 d.C.

Protagonista è il senatore Publio Aurelio Stazio, che ha il compito di risolvere il mistero.

Durante il matrimonio di Lucilla, figlia del celebre retore Arriano, con uno dei discepoli più dotati e affezionati di quest'ultimo, Ottavio, la povera ragazza viene trovata morta.

Publio Aurelio Stazio è il primo a intuire ed affermare che si tratti di un omicidio e per questo si impegna personalmente nella ricerca di prove che lo portino all'assassino.

Trova in effetti prova dei suoi sospetti nel momento in cui vengono scoperti altri due corpi: il primo è la madre di Arriano, Ispulla Camillina, che sembra morta per cause naturali, mentre il secondo appartiene al retore stesso, il quale pare chiaramente assassinato. Erano in effetti giorni che Arriano era molto preoccupato, poiché aveva cominciato a ricevere delle lettere minatorie che preannunciavano la sua morte, e proprio per questo aveva direttamente chiesto l'aiuto di Aurelio Stazio.

Scoprire la verità non è semplice, gli elementi da prendere in considerazione sono tanti.

Tutti i presenti al matrimonio di Lucilla potrebbero essere i colpevoli di entrambi gli omicidi: Camilla, sorella gemella di Lucilla nell'aspetto, ma molto differente nel carattere; Ottavio, non tanto ingenuo e innocente quanto sembra; Panezio, dirigente fedele della scuola di Arriano, che viene però da lui tradito; Giunia Irenea, insegnate delle gemelle con un forte risentimento nei confronti di Lucilla; Elio Corvino, marito di Camilla e il suo servo Nicolao, con un passato e delle origini sospette.

La vicenda si complica anche di tanti elementi esterni: credenze religiose, una serva scomparsa, lo scandalo che coinvolgeva Arriano, il segreto delle gemelle e un amore nascosto.

Tuttavia, alla fine, Publio Aurelio Stazio grazie all'aiuto del suo fedelissimo servo Castore e della sua amica Pomponia, riuscirà a scoprire la soluzione del mistero e a scovare l'assassino, anche se forse è ormai troppo tardi...

ALCUNI ASPETTI DELLA SOCIETÀ ROMANA ANTICA RAPPRESENTATI NEL ROMANZO


L'OMOSESSUALITÀ

Il tema dell'omosessualità nell'Antica Roma viene ampiamente trattato in questo romanzo, sia dal punto di vista maschile sia da quello femminile. Soprattutto le relazioni tra uomini vengono citate non poche volte nel corso della storia, tant'è che uno degli elementi più significativi dell'indagine è proprio il sentimento vigente tra Arriano e Ottavio.

Nonostante il romanzo sia ambientato quasi duemila anni fa, colpisce come l'amore tra due persone dello stesso sesso non sia visto come qualcosa di scandaloso, anzi, pare quasi che i contemporanei vi siano abituati. I Romani dimostrano quindi di possedere un'apertura mentale molto maggiore di quella di tantissime persone oggi. È risaputo come nell'antichità, soprattutto tra i Greci, la relazione tra due uomini non fosse considerata come qualcosa di così strano, e da quanto emerge in questo romanzo, anche nella Roma fino ai primi anni dopo Cristo era così.

Nonostante per tutto il corso della storia ciò venga trattato come qualcosa di normale, Publio Aurelio Stazio, descrivendo l'amore femminile, afferma che molti lo avrebbero potuto considerare come “indegno”. Non si riesce a capire se questo pensiero sia dovuto al fatto che la relazione fosse tra due persone dello stesso sesso o che queste due persone fossero entrambe donne. Probabilmente entrambi: l'uomo ricco maschio che si approfitta del suo servo non verrà mai completamente giudicato, in quanto fa parte di una determinata casta sociale e, come per ogni cosa, le persone di rango inferiore saranno molto più criticate.

A prova di questo si fa anche riferimento a uno scandalo che riguardava Arriano e un suo precedente allievo, il quale lo aveva denunciato in seguito a un tentativo di approfittarsi di lui. Questa accusa non aveva minimamente toccato Arriano, mentre l'alunno era stato costretto ad abbandonare l'Urbe.

Non è quindi molto chiaro: da una parte la frequenza delle relazioni tra due uomini nel corso storia fa pensare che fosse, in un qualche modo, abituale nell'antica Roma, tuttavia probabilmente non era vista da tutti con buon occhio e poteva essere considerata uno scandalo nel caso fosse stata resa nota.

LE CLASSI SOCIALI

Nel corso del romanzo si fa ovviamente più volte riferimento alle classi sociali ben distinte di quel periodo. Intanto, per prima cosa, viene spiegato come la popolazione maschile, contando anche gli schiavi, era almeno il doppio di quella femminile, che però possedeva comunque alcuni diritti. Basti pensare all'insegnante e scienziata Giunia Irenea, la quale aveva conquistato fama in un po' tutti i luoghi del mondo.

Publio Aurelio Stazio è un senatore e fa quindi parte di una cerchia molto ristretta di persone che aveva beneficio di ogni cosa. È molto ricco e questo suo denaro lo aiuterà anche più volte nel corso dell'indagine. Tuttavia, si accenna come il senato stia andando in decadenza. Bisogna tenere conto del momento in cui si sta svolgendo il racconto: Cesare è salito al potere e, come lo stesso Aurelio afferma, ormai ogni decisione è presa da lui e dalla corte dei suoi liberti. Il Senato non ha più la potenza di un tempo e si riunisce soltanto per risolvere questioni di importanza minima.

Vengono inoltre descritti i liberi, gli schiavi liberati e anche i libertini, cioè i figli dei liberti che avevano diritto alla cittadinanza romana.

Ci sono poi ovviamente i servi, che costituivano una grandissima fetta di popolazione, come emerge benissimo anche nella storia. Non credo si possa effettivamente prendere come punto di riferimento il modo in cui essi vengono trattati da Publio Aurelio Stazio, il quale si comporta quasi come loro amico, li aiuta, li ascolta e li tiene in considerazione. Primo fra tutti c'è Castore, che in certi momenti sembra proprio approfittarsi della bontà di Aurelio.

Si può comunque fare una differenza tra servi: alcuni, come per esempio Nicolao, servo di Corvino, sono essenziali come bracci destri nel lavoro dei padroni devono avere avuto sicuramente molta più libertà rispetto ad altri, che avevano solo il compito di vestire i padroni o di pulirne la dimora.

Un'altra parte di società a cui si fa riferimento è quella occupata dalle lupae (le prostitute).

Aurelio racconta come migliaia di uomini e donne, anche senza contare le ospiti dei lupanari, lavorassero come dipendenti nel settore della prostituzione. Un intero quartiere della città, detto Submemmium, era abitato da tantissime meretrici, che ricevevano i clienti più facoltosi.

L'ABBIGLIAMENTO

Nella descrizione dei personaggi si fa più volte riferimento agli abiti da loro indossati, che stavano anche a indicare il ceto sociale di appartenenza.

I senatori, come Publio Aurelio Stazio, indossavano una toga bianca con fasce di colore porpora, come i bambini, chiamate praetextae.

Ai piedi si portavano delle scarpe aperte, comode e confortevoli, oppure dei calcei curiali, eleganti ma sicuramente più scomodi.

Al collo, invece, si indossava la bulla, pendente rotondo e cavo, contenente degli amuleti che portavano i bambini nati liberi dalla nascita fino al giorno in cui si indossava la toga virile.

SI fa anche riferimento ai bracae, dei pantaloni lunghi, usati però in particolar modo dai Galli ed altre popolazioni nordiche.


LE TERME

Le terme erano uno degli ambienti più frequentati dal popolo romano e per questo si sviluppavano in centinaia in tutta l'Urbe. Esse erano aperte a tutti, senza distinzione di età, di sesso e di condizione sociale. Anche le donne vi accedevano liberamente e, come riferisce lo stesso Aurelio, le matrone di buona famiglia manovravano con destrezza aste, manubri e giavellotti.

Molte delle terme romane conservavano i bagni gratuiti, ma non per questo non ricevevano incassi. Erano strutturate come un grandissimo complesso costituito da servizi di ogni genere: palestre, trattamenti estetici, mostre d'arte e biblioteche. La maggior parte dei frequentatori quindi, per godendo della piscina e dei bagni gratuiti, spendeva denaro in servizi secondari.

Le terme erano un importantissimo punto di riferimento per intraprendere relazioni sociali. Lì vi si incontravano gli amici, si corteggiavano le signore, si stipulavano contratti e si creavano rivalità.

LA SCUOLA

Anche il tema riguardo l'educazione viene più volte approfondito nel corso del romanzo.

In un dialogo tra Aurelio e Ottavio, docente e probabile futuro proprietario della scuola di Arriano, emergono i limiti dell'istruzione di quel tempo. Il giovane ragazzo sembra volerla gestire con metodi completamente nuovi, che avrebbero ridimensionato completamente il metodo d'insegnamento utilizzato finora.

Intanto, secondo lui, non bisognerebbe fare studiare agli alunni soltanto Ennio e Andronico, ma autori più recenti come Virgilio, considerato da molti troppo moderno. Spiega come i docenti siano molto propensi all'utilizzo della ferula, cosa che lui trova controproducente e inutile.

A scuola viene insegnato sia il latino sia il greco, ma purtroppo molti degli alunni non hanno avuto una nutrice greca e per questo è molto difficile fare lezione loro in una lingua che non conoscono.

La scuola è aperta a tutti, tanto che uno degli alunni che entra in rapporto con Aurelio proviene da una famiglia molto povera.

Da quanto si deduce nel romanzo, il sistema educativo sembra stia vivendo un periodo di passaggio, tra la rigida cultura delle origini a quella più libera e moderna. Riuscire a trovare un compromesso è molto difficile: le persone più legate alle tradizioni non vedono di buon occhio quelle come Ottavio che cercano di portare innovazione e cambiare un metodo consolidato da decenni nel corso del tempo.


COMMENTO PERSONALE

Ho apprezzato molto la lettura di questo romanzo, da vari punti di vista.

Da una parte la storia è stata effettivamente molto intrigante, ha saputo creare la suspence necessaria a mantenere alta l'aspettativa e la voglia di non fermarsi. Gli indizi erano tanti e questo ha permesso che la narrazione non fosse mai piatta e noiosa, ma sempre avvincente e appassionante.

Ogni personaggio aveva un proprio carattere e delle proprie caratteristiche che lo distinguevano, rendendolo unico rispetto agli altri. Tutti avevano un preciso compito nel romanzo e nessuno è stato lasciato fuori dalla tematica centrale, la ricerca dell'assassino, in cui tutti, chi più chi meno, erano coinvolti.

D'altro canto, però, la parte più curiosa è stata senz'altro l'ambientazione. I luoghi, le abitudini, gli usi e costumi sono stati essenziali nel corso del romanzo per renderlo particolare. È stato infatti molto interessante leggere come effettivamente devono aver vissuto, i Romani. I dettagli erano sempre presenti, ma essendo inseriti nel contesto, non si avvertivano come "strani" o fuori posto.

Ogni cosa era descritta approfonditamente e questo è stato probabilmente il bello del romanzo.

Nonostante la storia sia coinvolgente, infatti, è stata proprio l'ambientazione a rendere il tutto molto più unico e particolare.

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