Il romanzo Cui prodest? è ambientato a Roma nel 46 d.C. (anno 799 ab urbe condita). Il senatore Publio Aurelio Stazio viene convinto dal suo segretario Castore, ma anche dall’ancella Nefer, ad acquistare ad un’asta di schiavi il giovane Glauco, scriba. All’asta il senatore si trova costretto a comprare non solo Glauco ma anche altri schiavi e inoltre, poco dopo l’acquisto, Glauco viene trovato morto sgozzato.
Per l’intero giallo Publio Aurelio Stazio si propone di scoprire chi ha ucciso Glauco e poi Lupo, Ponzio, Nicomede e Modesto, tutti sgozzati come Glauco. Nella sua lunga indagine incontriamo molti personaggi e luoghi della Roma del tempo: Settimio artigiano calzolaio, Bosio il panettiere, Fedro il lettore assunto da Publio Aurelio Stazio, Zoe la prostituta, Terenzio schiavo triclinario di origine greca acquistato dal senatore, Pacomio vecchio scriba diventato cieco sempre acquistato all’asta da Publio Aurelio, Druso Saturnino, figlio dell’editore Saturnino, la sua fidanzata Verania Marcellina e suo fratello Marcello, tutore legale di Druso. Protagoniste della storia sono anche alcune donne della casa del senatore, come l’ancella Delia (stoica e giocatrice di latrunculi) che otterrà poi la libertà da Publio Aurelio che si innamora di lei, e Tuccia.
La scrittrice Danila Comastri Montanari ci porta nella Roma di Trastevere dell’epoca, con le sue botteghe, il fornaio, il piccolo editore, il calzolaio, i postriboli dove gli uomini romani si recavano per incontrare le prostitute e i bagni, dove viene descritto un personaggio cattivissimo come Serpedone il fuochista.
Dopo molte pagine, quando ha capito che molti dei suoi sospetti colpevoli non lo erano, Publio Stazio Aurelio scopre che ad uccidere tutti quei giovani uomini era stata Verania Marcellina, vittima di incesto da parte del fratello Marcello. Lei uccideva gli uomini ripensando ogni volta alla violenza subita dal fratello maggiore, che odiava ma anche amava, tanto che ne era dipendente psicologicamente.
C’è anche un’altra veloce storia dopo questa, in cui il senatore salva una ragazza stuprata di nome Regilla, abusata dal padre del suo promesso fidanzato Emilio Gemino. Publio Stazio Aurelio, come al solito, con un’abile mossa, porta il colpevole a confessare e a garantire nuovamente al figlio di poter sposare la giovane Regilla.
I quattro aspetti della società romana del tempo che l’autrice descrive e che mi hanno colpito più di altri sono:
La concezione del matrimonio. Così Aurelio descrive quello tra il giovanissimo Druso e Verania Marcellina:
«Non è tanto strano come credi, Castore. A Roma, molti uomini non più giovani si promettono a delle bambine, attendendo che raggiungano la pubertà per sposarle: il contratto di fidanzamento è un impegno pubblico, e davanti alla legge vale quanto il matrimonio anche in materia fiscale; in questo modo i furbi acquistano tutti i diritti degli accasati, senza far fronte gli svantaggi della convivenza, e inoltre hanno l’opportunità di plasmare la futura moglie a loro immagine e somiglianza. Qui abbiamo il caso contrario, ma non c’è da stupirsi: io stesso, a poco più di vent’anni, sposai una donna più anziana. Il matrimonio risponde a precisi interessi, e l’età del coniuge è irrilevante».
Il lavoro legato all’editoria, alla produzione di rotoli, che nel romanzo era svolto da Saturnino morto di una malattia rara, e non ucciso come aveva pensato inizialmente Aurelio. In questo dialogo che riporto si vede come Aurelio sia preoccupato che l’erede di Saturnino (Marcello) produca rotoli dozzinali per questioni economiche:
«Saturnino era un raffinato, un artista: pubblicava rotoli perfetti, su sottilissima carta augusta, riservandoli agli intenditori come noi. Ora, sai bene che molti acquirenti non sono tanto schizzinosi: quello che vogliono è solo un bel rotolo, che si presenti bene all’esterno, col triangolino del titolo scritto a lettere d’oro. Per quanto riguarda la qualità della carta o la calligrafia, invece, sono di bocca buona, e non fanno caso agli eventuali errori del testo: i volumi servono loro più che altro da oggetti di arredamento, così davanti a un’elegante membrana color porpora non si chiedono neppure se il papiro sia stato trattato o meno col cedrium contro le tignole.
La prostituzione, che è evidente che era del tutto legittima e consentita, nonché di uso molto comune, come si vede dal dialogo tra l’ancella Delia e Aurelio:
«- Ti sbagli - lo smentì Delia, laconica - Sono figlia di una ierodula di Corinto: ne esistono ancora, sai?
L’omosessualità, o la bisessualità. Era ritenuto perfettamente normale che adulti avessero rapporti con giovani effeminati o giovani donne alla stessa maniera:
Ci sono moltissimi altri aspetti della società descritti che mi hanno colpita, come l’amore per il gioco (protagonista della storia è proprio una pedina di latrunculi); il peso del mos maiorum, per esempio nel rispetto dello Ius Osculi («secondo l’antica tradizione del mos maiorum, il pater familias ha il diritto di baciare sulla bocca tutte le donne di casa, per controllare che non abbiano bevuto vino! - aggiunse. E la baciò», dice Aurelio all’ancella Delia); la concezione dello stupro come fosse una contaminazione per la donna marchiata a vita e da ripudiare; il difficile rapporto con i greci, resi schiavi ma culturalmente sempre ritenuti superiori.
Ho trovato il libro molto lungo e a volte la sua lettura è stata difficile, però devo ammettere che ho capito molte cose in un modo differente, più vivo. La condanna della schiavitù, la servitù per sempre, la perdita della propria libertà e quindi della propria vita, sono espressi in modo esemplare sia nelle parole di Terenzio triclinario greco di Aurelio che dell’ancella Delia.
Nella principale storia d’amore di questo libro, l’ancella non si concede ad Aurelio fino a che lui non le restituisce la libertà. Solo allora lo sceglie e si concede. Le parole di Delia spiegano benissimo quale sia il valore di essere liberi in quella società.
Questo ti fa pensare a lungo: tutto il libro descrive personaggi crudeli e insensibili, e invece Publio Aurelio Stazio non lo è, anzi è un senatore buono, che non picchia i suoi servi, che cerca la verità sugli omicidi, che aiuta per esempio un bimbo a non essere lasciato morire al freddo e lo restituisce ai suoi genitori, che riscatta la giovane stuprata o lascia libero Terenzio di sposare la sua amata vedova.
E forse la morale del libro è proprio questa: un seme di bontà esiste anche in una società che a me sembra profondamente ingiusta. Aurelio arriva a mettersi dalla parte degli schiavi: si traveste e va ad affrontare Sarpedone e capisce cosa si provi ad essere dall’altra parte, come dice al suo segretario Castore:
«Roma, però, rimane piena di Lupi e di Sarpedoni!
- Non puoi cambiare il mondo, padrone, e anche se potessi, non lo faresti: vorrebbe dire perdere tutto quello che ami, la tua casa, i tuoi servi, le tue donne, il tuo orgoglio.
- È vero - ammise Aurelio. - Irrido la virtus sbandierata dai miei concittadini, ma sono sempre un romano, nel bene e nel male.
- E i romani sono i padroni - aggiunse il greco sorridendo.
- Adesso però so anche cosa si prova a stare dall’altra parte.
- No, domine, non lo sai, tu recitavi una commedia. Lo schiavo Publio sapeva che avrebbe potuto metter fine allo spettacolo in qualunque momento e ridiventare il potente senatore Stazio. Per gli altri non è così: nessuno di loro può cambiare il suo destino con un semplice atto di volontà - puntualizzò Castore - Comunque ti dirò, a tua consolazione, che sei il romano meno insopportabile che abbia mai conosciuto».
Lo stesso Aurelio si esprime così:
«Dietro di loro, indistinti e sconosciuti, migliaia di schiavi lavoravano nei campi, sulle navi o in città lontanissime e ignote, per conservare il suo patrimonio, moltiplicarlo, e permettergli di godere appieno i piaceri più raffinati del corpo e della mente. Aurelio era consapevole di quanto la sorte lo avesse favorito nel farlo nascere libero, romano e padrone, ultimo frutto di una stirpe di vincitori che aveva asservito i vinti al suo dominio. Sapeva anche di non averne alcun merito, ma poiché questo, giusto o non giusto, era il solo mondo che conosceva, ringraziava la cieca Fortuna di essersi dimostrata tanto benevola nei suoi riguardi».
Nella società descritta dalla scrittrice si trattava quindi solo di avere una “fortuna cieca”!