mercoledì 27 aprile 2022

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia




Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come ai ragazzi che incontra chieda sempre qual è la loro poesia preferita: tra le tante che emergono spesso sente nominare La cavalla storna del poeta Giovanni Pascoli. Questo è il componimento che narra del momento che segnò per sempre la sua vita: l’omicidio del padre Ruggero, morto il 10 agosto 1867.

Ruggero Pascoli si recò quel giorno a Cesena, dove avrebbe dovuto incontrare in fiera un uomo di Roma, che non si presentò. Al ritorno, due “uomini atroci” gli tesero un agguato e un loro colpo di fucile gli arrivò alla testa; seppur ucciso, la sua giumenta lo portò fino a casa, dove lo aspettavano la moglie e gli otto figli. All’epoca Giovanni aveva dodici anni e, quando il padre morì, non riuscì a elaborare il lutto e la sete di giustizia iniziò a tormentarlo. Come un investigatore, per tanto tempo chiese in giro per San Mauro informazioni di chi poteva aver visto, di chi poteva sapere, fino a quando un presunto testimone oculare lo percosse e gli intimò di smetterla. Fu così che Giovanni rinunciò a qualsiasi speranza di vendicare il padre, anche in tribunale. Si iscrisse all’università, venne persino arrestato e incarcerato per aver frequentato anarchici e socialisti, ma si laureò e divenne professore di latino, senza mai dimenticare. Ne La cavalla storna, in particolare, il poeta racconta ciò che vide e sentì nel momento in cui l’animale tornò a casa col padre ancora nel carretto: alla richiesta della madre di confermarle il nome di chi era stato, lei emise un nitrito.

La tesi di fondo qui sostenuta dall’autrice è che la poesia sia potuta servire a Pascoli come strumento di conforto per “fare giustizia” a sé stesso, per esternare tutto ciò che lo aveva tormentato per anni e anni: dal momento in cui non era riuscito a ottenere un processo vero e proprio, egli usò la poesia come mezzo per esprimere il suo personale processo e la sua personale condanna contro l’assassino.

La Mazzucco, però, fa riferimento anche all’opera precedente i Canti di Castelvecchio, in cui è inclusa La cavalla storna: Myricae, di cui fa parte la famosissima poesia X Agosto, della quale l’autrice si avvale per sostenere che Pascoli, in realtà, inizialmente tese a “nascondere” l’accaduto coi simboli della rondine che torna al nido e del pianto cosmico sul male del mondo, mentre anni dopo, con La cavalla storna, egli non cela più ciò che è stato e lo trasforma in “leggenda”. Infatti, all’inizio dell’articolo, la poesia è definita “invincibile” poiché viene insegnata da decenni nelle scuole, da molti è imparata a memoria ed è sempre gradita ai giovani, anche ora che ci troviamo in tempi moderni: per questo non “passa mai di moda” . 
Il titolo dell’articolo, Pascoli spiegato dai ragazzi, trova quindi una spiegazione nella scelta stilistica dell’autrice di narrare l’evento fondamentale come se fosse una storia e non come viene solitamente commentata in classe, in chiave accademica e più rigida.

LA LETTERATURA COME MEZZO DI GIUSTIZIA

Nel 2012, per la prima volta dopo 145 anni, sono stati “condannati” in Corte d’Appello i tre responsabili dell’omicidio di Ruggero Pascoli: Pietro Cacciaguida, mandante del delitto e incaricato di amministrare la tenuta Torlonia al posto di Ruggero, Michele della Rocca e Luigi Pagliarani, esecutori materiali dell’omicidio. Questo processo, naturalmente storico dato il ritardo con cui si è svolto, e al quale hanno partecipato più di mille persone a San Mauro, ha avuto giudici, giuria e persino il difensore dei tre imputati mai davvero finiti in tribunale. È stata quindi fatta giustizia (postuma) sia per Ruggero Pascoli che per il figlio Giovanni, che visse la morte del padre come un’ossessione e sulla quale scrisse varie poesie, prima fra tutte La cavalla storna.

Pascoli in cuor suo sapeva chi era stato ad ammazzare il padre, e perciò prima cercò in tutti i modi di recuperare prove sufficienti a mandare a processo i presunti colpevoli; poi, una volta intimidito e messo a tacere, utilizzò la letteratura come personale metodo di condanna e testimonianza. Ne La cavalla storna Pascoli narra infatti del momento successivo all’accaduto: la cavallina con cui Ruggero era partito per Cesena torna col padrone accasciato sul calesse e la madre chiede di “confermarle” 
con un cenno chi è stato a ucciderlo . Quando lei le dice un nome, la giumenta nitrisce, come per mostrare assenso. In questo caso, la letteratura è davvero servita a portare giustizia, poiché, pur non venendo nominato nessun probabile assassino, le parole di Pascoli sono arrivate fino ai giorni nostri e sono state ascoltate da chi si è interessato alla causa e l’ha portata a termine, anche se molto tempo era ormai passato.

Un tipo diverso di “vendetta” è invece perseguito da Primo Levi, scrittore, giornalista e sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz. Per l’autore è fondamentale e ricorrente nelle sue opere il tema della memoria: perché la giustizia sia davvero tale e permanente è nostro dovere ricordare, affinché ciò che è successo non si ripeta mai più. I suoi scritti sono vere e proprie documentazioni degli orrori perpetrati nei lager, che descrivono le sensazioni, i sentimenti e la perdita progressiva della coscienza e della volontà, rubate crudelmente ai prigionieri dagli oppressori. Nella fattispecie, il “fare giustizia” di Levi non consiste nel desiderio di individuare i responsabili degli imperdonabili crimini già giudicati in svariati processi come quello di Norimberga, ma nel condurre a ulteriori riflessioni a riguardo, al fine di evitare l’oblio di cinque anni di storia che ci hanno segnato indelebilmente: ne sono un esempio i capitoli I e II del libro I sommersi e i salvati, in cui si parla della “zona grigia”, ovvero la categoria degli oppressi che venivano spesso costretti a diventare complici dei loro stessi carnefici, pena la morte.

Insomma, la giustizia, intesa come potere in grado di restituire equilibrio e pace nella vita delle persone è nelle mani di organi statali preposti a garantirla, e si potrebbe quindi pensare che sia uno strumento arido e rigido. Ma la sua rappresentazione letteraria è frutto delle testimonianze degli autori, e può quindi avere un ruolo cruciale nella scoperta della verità.

Maddalena Bonifacci, 5H 2021-22: Pascoli, ape tardiva

 Un’ape tardiva


Una caratteristica peculiare del genere umano, comune e caratteristica, è la sua ricerca e aspirazione non alla semplice sopravvivenza, ma al piacere. Non a caso, la Costituzione americana inserisce “l’inseguimento della felicità” tra i diritti fondamentali. Risulta quindi tipico dell’uomo l’essere costantemente teso verso la realizzazione di una vita “piena”, “vissuta”, “da ricordare”. 

Un interrogativo sorge però spontaneo: come si può distinguere obiettivamente una vita degna d'essere vissuta da una semplicemente banale? Chi ne stabilisce i valori? Ѐ proprio questo irrisolubile enigma che fa nascere da un lato un’astratta standardizzazione e un prototipo idealizzato di “vita pienamente vissuta”, e dall’altro, l’inquietudine persistente dell'individuo di fronte a questo desiderio di appagamento. 

In questo contesto, così universale eppure così oscuro e indecifrabile, quale mezzo migliore della poesia per tentare, almeno, di esprimerne le contraddizioni? 

Pascoli, spesso interpretato come un semplice poeta “della campagna”, che si cimenta in una descrizione quasi botanico-zoologica di paesaggi e scene rurali, sviluppa invece appunto questo tema, seguendone le diverse sfaccettature  a partire dal l’esperienza che più segna, dal principio, la sua vita, cioè l’omicidio del padre, il 10 agosto 1867. Questo rappresenta il primo chiaro e lampante esempio di un’esistenza non pienamente vissuta in quanto troncata e terminata con violenza, centro di due delle poesie più importanti di Pascoli, X Agosto e La Cavalla storna.

In entrambe si nota un forte simbolismo: nella Cavalla storna, del 1903, l’accusa all’assassino si fa più esplicita, ma l’animale che fedele e imperterrito riporta il calesse del defunto padre a casa, in quanto muto, rappresenta forse simbolicamente l’omertà che insabbia l’omicidio e la mancanza di giustizia che tormenterà per sempre la famiglia Pascoli. 

In X Agosto, del 1897, invece, prevale il paragone del padre con la rondine che torna al nido per nutrire i piccoli. Una volta uccisa, non viene cancellata soltanto la sua vita, ma viene condannata quella dell’intero nido, che attende e “che pigola sempre più piano”. L’esistenza bruscamente interrotta di Ruggero Pascoli ha infatti ripercussioni terribili su tutta la famiglia, che da quel momento, oltre a subire una serie di disgrazie, si trova a dover fare i conti con una realtà molto difficile. 

Da qui derivano le scelte o forse gli obblighi di Pascoli di abbandonare l’idea del matrimonio per rimanere al fianco della sorella Maria, nella volontà di preservare quel “nido originario” che dà certamente sicurezza, ma che impone pesanti responsabilità morali, limita e quasi imprigiona. Non a caso infatti l’immagine simbolica del nido ricorre spesso nelle poesie, negli scritti e nell'immaginario pascoliani, come rifugio tanto cercato e difeso, ma anche come silenziosa e opprimente cella (cf. in Myricae, Il passero solitario).

Ѐ questa dunque la privazione che più fa soffrire il poeta e che insinua nel suo animo il tarlo di non vivere appieno la vita, di essersi forzatamente escluso dalle gioie e privato delle occasioni di piacere. «Un’ape tardiva sussurra / trovando già prese le celle»: così Pascoli stesso descrive la subdola inquietudine che lo attanaglia. Nel Gelsomino notturno, infatti, il poeta non si cimenta in quella che a un primo sguardo potrebbe sembrare una placida evocazione di un paesaggio rurale al calar della sera, allietato da fiori, fragole, erba, api, chioccia e pulcini, bensì in una struggente analisi di un rassegnato ma non meno angoscioso stato d’animo. Gli elementi naturali fungono ancora una volta da simbolo: l’ape è il poeta stesso, che trovando “le celle già piene”, le opportunità già perse, sussurra, non protesa rumorosamente, ma si arrende alle conseguenze di un’infelice scelta di solitudine. Delle fragole, rosse come la passione, il poeta può solo percepire il desiderabile odore, ma non assaporarne il gusto. 

Ciò diventa ancora più significativo se si considera l’occasione per cui la poesia è stata scritta, ovvero «l’ennesimo matrimonio di un amico» che, come osserva Gioanola in 

Giovanni Pascoli. Sentimenti filiali di un parricida (Jaca Book, Milano 2000), «riacutizza ferite mai chiuse». 

In effetti, davanti all’amore e alla letizia dei suoi amici, Pascoli non può fare altro che constatare il proprio senso di esclusione, pur esprimendo il desiderio e le naturali fantasie. Nel Gelsomino notturno, pertanto, il poeta osserva il calore intimo della casa da fuori, raffigurando se stesso come curioso ma al tempo stesso emarginato; immaginando la calda intimità di quella camera «su per la scala» dove il lume «s’è spento»; sognando infine quella passione erotica alla quale non può partecipare e che, forse, conduce a «non so che felicità nuova».

Effettivamente, non c’è nulla di più triste che esser testimoni della gioia altrui e non poterne far parte e, se tanto aveva polemizzato Pascoli contro la poetica e la filosofia di Leopardi, le conclusioni a cui personalmente arriva non sono poi così agli antipodi. Da un lato ci sono «gli altri», quelli che riescono a godere dell’esistenza, quelli che incarnano il tanto anelato ideale di vita pienamente vissuta, e dall’altro il poeta, escluso, diverso, impossibilitato al raggiungimento della soddisfazione. 

Il potere della poesia, a prescindere dall’autore, dall’epoca, dalla corrente letteraria, è quindi la capacità universale di parlare all’animo del lettore, di insinuarsi nello spiraglio che non sapevamo di aver lasciato aperto e colpire dritto al cuore: una capacità  universale come l'inquietudine, come la tensione di non sapere quale sia la scelta giusta da compiere per rendere la vita memorabile e felice, nel senso più pieno del termine. 

Con così tanti presunti modelli da seguire, e con sempre meno indicazioni per orientarsi, o forse con sempre più informazioni contrastanti, anche per noi, oggi, risulta sempre più difficile sentirsi appagati, trovare il proprio posto nelle «celle» che risultano già tutte «prese». 

Ma chi è che decide quali sono le celle da occupare per sentirsi appagati? L’interrogativo originario sembra rimanere senza risposta. 

La verità è forse che un’esistenza piena non è quella di chi trova posto nell’alveare, non è quella di chi assapora finalmente il dolce sapore delle fragole rosse, non è quella di chi spegne il lume nella camera su per scala. L’esistenza pienamente vissuta è quella di chi sta fuori sull’aia a guardare, sotto le stelle; è quella dell’«ape tardiva» che, trovando le celle occupate, vaga nella notte in cerca di un fiore, di chi per caso o per volontà non gusta le fragole rosse, di chi sorride dell’amore altrui e del proprio dolore. È quella di chi sceglie e di chi canta fuori dal coro; di chi stona, di chi esplora e crea qualcosa di grande, bello e immortale. 





martedì 26 aprile 2022

Greta Crous Ramiò, 4A 2021-22: Che cos'è la libertà (IL MITO DI TESEO E IL MINOTAURO DAL PUNTO DI VISTA DI ARIANNA)

 





La prima volta che vidi Teseo, ne rimasi folgorata. Per tutta la mia vita nessuno aveva mai davvero avuto cura e considerazione di me, nessuno prima di quell'eroe dai capelli corvini.

Ogni nove anni la storia si ripeteva: sette fanciulli e sette fanciulle venivano inviati da Atene per essere sacrificati ad Asterione, mio fratello. Avevano tutti così timore del famoso Minotauro: ne erano terrorizzati! A me faceva pena. Ogni tanto mi avvicinano al suo labirinto ed era capitato che lo scorgessi di sfuggita. Non sopportavo la mia famiglia e la prigione in cui mi tenevano, mi sentivo come se solo lui potesse veramente capirmi. Entrambi eravamo rinchiusi: lui in un labirinto, io in un castello; nessuno dei due poteva sfuggire.

Ogni mattina mi svegliavo presto e, cercando di fare meno rumore possibile, uscivo dal castello. Poi correvo; correvo così velocemente da sentire l'aria far pressione sul mio viso e le gambe muoversi da sole, fino a raggiungere il mio luogo preferito. Amavo sentire la sabbia fine tra le dita, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, osservare quella distesa di blu talmente mozzafiato da sembrare irreale. Solo in quel momento mi sentivo libera. Sognavo ogni giorno l'arrivo di qualcuno che mi portasse via da quella prigione mascherata da paradiso.

Questo fu Teseo per me. Fu la speranza, la libertà che avevo sognato per tutta la vita. Quando lo vidi per la prima volta, capii subito che lui era diverso rispetto a tutti gli altri giovani che erano arrivati fino a quel momento. Aveva quel luccichio nello sguardo che mi attirava come una calamita, era fiero e spavaldo, si muoveva con coraggio e senza tentennamenti. La prima volta che i nostri occhi si incontrarono, sentii finalmente la mia presenza, io ero lì, lui poteva vedermi, io esistevo. Per tutta la vita mi ero sentita invisibile, come se fossi fatta d'aria; lui mi aveva resa concreta. Ecco cosa mi aveva fatto davvero innamorare.

Il suo corteggiamento era fatto sguardi, di cortesia, e ci era voluto ben poco perché cadessi nella sua trappola. Lui aveva un potere su di me come mai nessuno prima ed ero stata io a offrirglielo. Ero stata io a permettergli di convincermi con le sue promesse, perché volevo credergli così disperatamente. Lui mi aveva offerto la chiave di fuga del mio labirinto personale, era stato lui a regalarmi il filo prima che io ricambiassi.

Tradire mio fratello, sangue del mio sangue, non mi sembrava così terribile se in cambio io avessi ottenuto la mia libertà. Entrambi, chi in un modo e chi in un altro, saremmo finalmente sfuggiti alla prigione che ci teneva incatenati da tutta la vita. Per la prima volta mi era stata data la possibilità di scegliere e io non ho sprecato l'occasione. Mi sono sentita forte, rilevante, libera. Diedi a Teseo il gomitolo di lana che lo avrebbe salvato e lo lasciai andare. La notte prima che accadesse il misfatto, ripensai a mio fratello. Mi tornarono in mente tutte le poche volte in cui lo avevo visto di sfuggita. C'era stato un giorno in cui addirittura i nostri sguardi si erano incrociati: chissà se mi aveva riconosciuta. Era solo come me e mi accorsi per la prima volta che, in fondo, gli avevo voluto bene.

Anche quella mattina corsi a tutta velocità verso il mio mare, consapevole che quella sarebbe stata l'ultima volta. Mi sedetti, il sole ancora non era forte, e osservai quella distesa blu all'orizzonte: finalmente l'avrei attraversata anch'io, finalmente mi sarei liberata dalla mie catene.

Ora sono qui, di nuovo seduta su una distesa bianca mentre osservo la stessa distesa blu, di nuovo sola. Ripenso a tutta la mia vita, ripenso ad Asterione e ripenso a Teseo che, alla fine, mi ha abbandonata anche lui. Tutto sembra essere andato storto, e ho perso ogni cosa: le mie ricchezze, il mio titolo, la mia famiglia, il mio amore. Eppure, straordinariamente, non sono pentita di nulla, perché a scegliere questa vita, a scegliere di sbagliare, sono stata io. Ho perso tutto, ma una cosa davvero l'ho conquistata: la mia libertà, perché cos'è libertà se non poter scegliere di sbagliare?



Sara Pagnozzi, 4A 2021-22: L'uomo e la bestia (Il mito di Teseo e il Minotauro raccontato dal punto di vista di Arianna)

 

Possano perdonarmi gli Dei! Levo in alto le mie esili braccia, o Dei dell’Olimpo, affinché possiate aver compassione di questa povera fanciulla, sola e in ginocchio sull’arida spiaggia dell’isola di Nasso. L’amore qui mi condusse e mi portò a tradire la mia patria, mio padre.

Peccai d’ingenuità quando pensai che, come splendente stella, avrei per sempre illuminato lo sguardo del bell’ateniese, quando pensai che nemmeno il sopraggiungere della morte avrebbe potuto separarci.

Perché, o Cupido, decisi di trafiggere il mio docile cuore con la tua freccia? La tua freccia, scoccata velocemente, si conficcò nell’animo mio per accogliere l’immagine di Teseo e, solo pronunciare il suo nome, ancor m’offende. Sanguina abbondantemente, o Cupido, questa ferita che ancora non è guarita.

Beffardo fu il fato quando mi consigliò di usare un filo rosso per aiutare Teseo a uscire dal labirinto. Senza di me non sarebbe mai sopravvissuto all’ardua impresa; senza di me il dominio della mia patria su Atene non si sarebbe mai concluso e gli Ateniesi avrebbero continuato a generare figli e figlie da sacrificare in nome della stirpe.

Se solo avessero saputo che quella creatura mostruosa, figlio del dispetto di uno di voi Dei, mezzo umano e mezzo mostro, mezzo uomo e mezzo toro, aveva le loro, le mie stesse paure ed emozioni, si sarebbero presentati da lui con armi taglienti e affilate?

Bastava la visione di un’arma per intimorirlo e scatenare la sua rabbia; invece, nessuno mai ebbe qualche parola di conforto per placare il suo istinto malvagio, nato per via di una prigionia imposta: tutto ciò sarebbe bastato per sedare la sua sete di sangue.

L’invincibile Teseo, dimenticatosi dell’umanità propria e della mezza di Asterione, riconobbe quest’ultimo solo come orrido mostro e lui stesso, sempre meno uomo e più bestia, si macchiò dell’orrendo crimine, infliggendo al Minotauro il colpo fatale.

Io, accecata dall’amore, non mi accorsi che mi aveva usata come mero strumento per raggiungere il suo fine. Solo ora, nell’abbandono, mi accorgo, con gli occhi ricolmi di lacrime, della vera natura del bell’ateniese.

Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...