lunedì 21 gennaio 2019

Giacomo Nipoti, V H 2018-19: Le distopie del Novecento

 Ogni secolo ha la sua propria storia, nel bene e nel male

Gli eccessi della scienza rappresentati dalle distopie del Novecento



Ogni secolo ha la sua propria storia, nel bene e nel male.

Si deve a Thomas More la nascita del termine “Utopia”, dal nome dell’opera in cui tratteggia una società ideale in un non-luogo o luogo felice, un tema filosofico e letterario molto diffuso fin dall’antichità (basti pensare alla celebre Repubblica di Platone, alla Città del sole di Tommaso Campanella e all’Atlantide di Francis Bacon), il cui scopo era quello di mostrare una società prosperosa e fiorente alla quale avrebbe dovuto ispirarsi quella reale.

Tuttavia, nel corso del ‘900, è stato codificato un genere chiamato “distopia”, laddove il prefisso “anti” si definisce sempre in opposizione ad un ideale positivo, genere letterario in cui vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo dominato da mali che sono enfatizzati all’ennesima potenza, con scenari da incubo, un potere assoluto, un controllo poliziesco ineludibile e un chiaro intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri.

Nel corso della storia è sempre stato più evidente il bisogno da parte dell’uomo non di un’immagine di perfezione, in quanto fissa e complessa da raggiungere, ma di uno scenario catastrofico, una distopia appunto, da scongiurare in ogni modo possibile.

Tali tratti traggono la loro origine, anzitutto, da ragioni di ordine storico. 

Prendiamo ora in considerazione i 2 più celebri e amati esempi di distopie novecentesche, vale a dire 1984 di George Orwell (1948 ) e Il Mondo Nuovo (Brave new world - 1932) di Aldous Huxley.

Un clima dominato dal totalitarismo:

Fin dall’illuminismo erano state mosse critiche alle società ideali sotto forma di opere quali il Candido (Candide ou l’optimisme) di Voltaire, I viaggi di Gulliver (Gulliver’s travels) di Jonathan Swift e molte altre satire facenti parte di un filone che trova nella fantasia lo strumento necessario per criticare i disastri dell’epoca presente. Ci volevano, però, degli eventi storici letteralmente distruttivi per innescare la scintilla che avrebbe fatto esplodere, nel Novecento, la distopia come genere letterario.

Quest’ultimo è infatti il secolo delle due guerre mondiali, con devastazioni, carneficine, lager e una tecnologia sempre più distruttiva. Durante questo periodo non solo le violenze assumono una dimensione universale, ma esse vengono percepite e vissute in un modo nuovo, sia per l'immediatezza dell'informazione, sia per il contrasto tra le aspettative suscitate dal progresso e l'assurda realtà violenta.

È perciò in questo ambiente che si afferma, particolarmente in Inghilterra, un genere letterario incentrato sulla creazione e descrizione di mondi governati da temibili dittature o da spietati luminari della scienza.

Proprio nei decenni immediatamente successivi alla Grande Guerra vengono pubblicati i primi capolavori della distopia.

Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina, e si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto e che la loro funzione critica fosse legittima e proprio per questo condivisa da molti. 

1984

Nel 1948 Orwell inizia la stesura del suo capolavoro, 1984

Se le date non mentono, la sua intenzione era quella di mostrare un futuro imminente ed estremamente probabile. Non è un caso che “il Grande Fratello”, fantomatico capo del Partito di Oceania, cioè il continente dove si verificano i fatti, sia descritto con caratteri misti di Hitler, Mussolini e Stalin.

Lo scrittore inglese, con infinita acutezza, evidenzia la natura nichilistica del totalitarismo: il protagonista Winston Smith, torturato dal “Grande Fratello”, è costretto a rinunciare all'oggettività del Reale per negare la verità e la stessa evidenza delle cose. 

Orwell vuole metterci in guardia da un sistema di costrizione del pensiero che, secondo i suoi pronostici, non si sarebbe manifestato soltanto con l’esplicita violazione della libertà, ma in una maniera molto più subdola e ben mascherata, tramite la modificazione progressiva del pensiero attraverso la riduzione delle parole e la trasformazione della lingua, necessarie per il funzionamento della mente umana.

Brave New World

Qualche anno prima, nel 1932, lo scrittore britannico Aldous Huxley pubblica Brave New World, ambientato in un futuro immaginario nel quale gli anni si contano a partire dalla nascita di Ford.

Qui, al contrario, assistiamo alla rappresentazione di una società totalmente pianificata nel nome del razionalismo produttivistico, un mondo che sembra perfetto in cui ogni individuo è circondato da un’apparente condizione di benessere materiale. Si tratta di una sorta di "totalitarismo dolce" in cui l'uomo vecchio stampo, il cosiddetto “Selvaggio”, si scontra con il Mondo Nuovo, basato sulla manipolazione delle masse e sull'ideologia edonistico-consumista che rende gli uomini deboli, passivi e vulnerabili. I rapporti sociali sono superficiali e utilitaristici, i bambini nascono attraverso mezzi extra-uterini, vengono distribuiti secondo rigidi protocolli, a seconda delle loro capacità intellettive, ad un gruppo sociale denominato con una lettera. Tutta la “produzione umana” avviene in serie, come in una fabbrica. 

Il mondo procede come un meccanismo perfetto e non ci sono guerre, ma < possiamo realmente definirla una società ideale?! >…

In Brave new world il testo ritrae i fondamenti ideali (Comunità, Identità, stabilità) delle utopie positive, presentati però in una luce negativa. Al contrario, 1984 è una distopia allo stato puro.

Dunque in Huxley abbiamo una società con benesseri e comfort, mentre in Orwell manca qualsiasi elemento considerabile come positivo.

Per concludere, ciò che accomuna queste due opere, in ogni caso, è la ragione che le ha fatte nascere: un’infinita paura capace di opprimere la società dell’epoca…

Le distopie mostrano infatti le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, dei pensieri di un’intera popolazione circa al suo futuro.

I due capolavori sopra citati, pur mostrando due società praticamente antitetiche, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato; sebbene questi esempi non ci spaventino in quanto non avvertiamo questo timore all’orizzonte, questo non significa che il problema non sussista, anzi, dobbiamo cominciare a rifletterci sopra a causa dell’irrefrenabile progresso tecnico che in ogni momento esercita su di noi un controllo totale. 

Il senso della distopia, dunque, è perennemente attuale e radicato nella realtà: la fantasia è solo il mezzo per metterci in guardia da ciò che continuamente sta in agguato dietro l’angolo e, forse, anche dentro di noi.


lunedì 14 gennaio 2019

Veronica Fratti, V H 2018-19: Le donne e i bambini di fronte alla guerra

 Le donne e i bambini davanti alla guerra. Riflessioni intorno ai romanzi Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e La ciociara di Moravia

Generalmente, la guerra viene concepita come un'impresa di soli uomini e, di conseguenza, viene spesso rappresentata unicamente dal punto di vista maschile.
Tuttavia, è opportuno descrivere questo fenomeno da un'altra prospettiva: quella delle donne e dei bambini.
A questo proposito, alcuni celebri autori, come Italo Calvino e Alberto Moravia, riescono a delineare nei loro romanzi un ritratto della guerra non del tutto convenzionale, facendo leva sulla mentalità di donne e bambini.
Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo in cui Calvino presenta la guerra vista dagli occhi di un bambino, Pin, abbandonato a sé stesso durante gli anni della Resistenza.
Egli, a soli 10 anni, è costretto a crescere prematuramente a causa della sua pessima condizione familiare. Infatti, viene escluso dai suoi coetanei, che non lo capiscono, ma anche dagli adulti, che lo allontanano con i loro atteggiamenti violenti e volgari, ai quali Pin vuole conformarsi per essere accettato.
Dopo essere scappato dalla sorella ed evaso dal carcere, Pin si rifugia da un gruppo di partigiani, tra i quali riesce a trovare il vero amico che ha sempre sognato. Qui, il bambino racconta la guerra senza fronzoli e senza un coinvolgimento ideologico, con una semplice ingenuità tipica dei ragazzi della sua età. Egli descrive i personaggi che incontra narrando la verità dei fatti e lasciando trapelare il lato umano di ciascuno di loro, con un linguaggio tutt'altro che complesso, ma di uso quotidiano. Entrare indirettamente a contatto con la guerra, permette a Pin di maturare veramente e di conoscere l'effettiva natura dell'uomo e le realtà che lo circondano.

D’altro canto, Moravia decide di immedesimarsi nel personaggio di una donna, Cesira, per narrare nel romanzo La ciociara le sue avventure con la figlia Rosetta durante la Seconda Guerra Mondiale.
Cesira, infatti, rimasta vedova, è costretta, a causa della guerra, a lasciare Roma con sua figlia Rosetta per rifugiarsi in campagna. Le due semplici donne devono ripetutamente affrontare situazioni difficili, come ad esempio furti, mancanza di cibo e beni materiali, che risultano essenziali per la sopravvivenza, ma soprattutto subiscono la violenza sessuale. Tutto ciò può essere paragonabile alla guerra stessa, che produce i suoi effetti immancabilmente all'interno di ogni persona, rendendola insensibile ed egoista. Infatti, descrivendo la guerra dal loro punto di vista, Cesira e Rosetta continuano a sottolineare come la guerra diventi un'abitudine e come porti le persone a fare ciò che normalmente non farebbero mai, trasformandole completamente.
Nel romanzo le due donne delineano quindi la guerra non dal punto di vista militare, ma da quello di tutti i contadini e gli sfollati che non partecipano alla battaglia, ma ne subiscono gli effetti. Cesira descrive più volte, difatti, i paesaggi durante la guerra, abbandonati e desolati dell'Italia , colpita dalla carestia, dove la sola cosa che sembra continuare a vivere, anche se per poco, è la speranza.

In conclusione, è bene non dimenticare che gli uomini non sono i soli a vivere la guerra e che, nel retroscena, milioni di donne e bambini sono stati costretti a subire le crudeli conseguenze di questi accadimenti.

Giacomo Nipoti, 5H 2018-19: Frankenstein e Frankenstein Junior

 Tra due capolavori cinematografici unici nel loro genere ritengo che la vera questione di carattere internazionale alla quale cercare risposta sia la seguente:

<si dice “Frankenstein” oppure “Frankenstin” ?!?! > .

Onestamente li accetterei <Entrambi>, giacché per quanto differenti e talvolta bizzarre, queste due visioni di una delle storie più celebri e spaventose di sempre sono tra loro complementari.

Troviamo, infatti, da un lato il racconto originale, vale a dire il primo Frankenstein ispirato al classico della scrittrice inglese Mary Shelley, e dall’altro il folle tributo di Mel Brooks, che in chiave comico grottesca rivisita il Blockbuster del 1931 di James Whale.


I due misteri della creazione, la vita e la morte, sono il concetto di fondo di ambo i film, sebbene nel primo un fanatico e psicopatico dottor Henry Frankenstein dimostria un chiaro interesse sia verso la creazione che verso la distruzione della vita umana, mentre nel secondo, il suo ambizioso nipote Frederick Von Frankenstein si pone come obbiettivo solo quello di volerla conservare.

Nonostante dunque si tratti di un horror e di una commedia, evidentemente tra loro antitetici, le analogie tra le due pellicole sono numerosissime, a cominciare dalla tanto contestata scelta da parte di Mel Brooks di girare il film in bianco e nero, per rievocare il Frankenstein originale e per rafforzare la trama in modo che si avvicinasse il più possibile all’atmosfera dei primi film dell’orrore. Altre scene, tra cui la riesumazione del cadavere e la sua resurrezione mediante macchinari che sfruttano i fulmini, la paura del mostro per il fuoco e l’incontro con la bambina e con la fidanzata dello scienziato sono anch’essi riferimenti al “gioiello” di James Whale. 

Tuttavia l’evidente differenza che contraddistingue Frankenstein Junior è, per riportare una celeberrima citazione di Luigi Pirandello, <l’avvertimento del contrario> che è rimarcabile in ogni esilarante momento della pellicola e che ribalta in maniera ironica e sarcastica le certezze e i pronostici del pubblico.

Un’altra essenziale caratteristica comune ai due film è la componente psicologica del mostro, un essere dotato di discernimento che riflette sulla propria esistenza e che è alla ricerca di amore da parte dell’uomo; esso è una bestia alla quale i due creatori tengono tanto quanto a un figlio, e sono disposti a proteggerlo anche a costo della loro vita. 

Come un famoso proverbio insegna,: <l’apparenza inganna>, e difatti il discorso finale da parte del mostro è carico di sentimenti benevoli verso coloro che lo <odiano e disprezzano per il suo orribile aspetto>, a conferma della sua volontà di integrarsi in una cinica società che lo denigra a prescindere. 

Nel primo caso il successo ottenuto da Whale è senza dubbio dovuto alla novità della trama, una storia mai narrata prima e carica di colpi di scena, mentre per quanto concerne l’opera di Brooks ciò che veramente dà corpo alla storia non sono le peripezie in sé, bensì i personaggi, che con i loro aspetti così caricaturali e parodistici fanno da scheletro all’intera pellicola, grazie soprattutto alla bravura dei loro interpreti. 

Ritengo infatti che un personaggio come Igor, cioè il fedele e maldestro servo del dottore, sia la carta vincente del film, in quanto gobbo dal sogghigno ambivalente che trasforma ogni sua mossa in un’ occasione di riso, tra continui “qui pro quo” e “chi più ne ha più ne metta”.

Un altro esempio di infinita stupidità è l’ingenua e sensuale Inga, connotata da un forte erotismo trasmesso tramite il suo peculiare e quasi ridicolo accento tedesco.


Posso quindi concludere dicendo che, come in Frankenstein Junior la moglie di Frederick sia perdutamente e irreparabilmente attratta dal “superdotato fisico” della bestia, oppure come la custode del castello Frau Blücher ogni qualvolta venga pronunciata desti stravaganti sensazioni nei confronti dei cavalli del castello, anche io non posso fare a meno di ammettere che appena  ripenso a questi due capolavori cinematografici “prende vita” in me un inspiegabile “nonsoché” tassiano di puro e sincero piacere. 


Sara Crispino, 5H 2021-22: La cavalla storna di Pascoli e il rapporto tra letteratura e giustizia

Nell'articolo Pascoli spiegato dai ragazzi,  pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” del 2012, l’autrice Melania Mazzucco spiega come...