Ogni secolo ha la sua propria storia, nel bene e nel male
Gli eccessi della scienza rappresentati dalle distopie del Novecento
Ogni secolo ha la sua propria storia, nel bene e nel male.
Si deve a Thomas More la nascita del termine “Utopia”, dal nome dell’opera in cui tratteggia una società ideale in un non-luogo o luogo felice, un tema filosofico e letterario molto diffuso fin dall’antichità (basti pensare alla celebre Repubblica di Platone, alla Città del sole di Tommaso Campanella e all’Atlantide di Francis Bacon), il cui scopo era quello di mostrare una società prosperosa e fiorente alla quale avrebbe dovuto ispirarsi quella reale.
Tuttavia, nel corso del ‘900, è stato codificato un genere chiamato “distopia”, laddove il prefisso “anti” si definisce sempre in opposizione ad un ideale positivo, genere letterario in cui vengono rappresentati in modo grottesco i tratti più disumani e crudeli di una società immaginaria. Le distopie mostrano un mondo dominato da mali che sono enfatizzati all’ennesima potenza, con scenari da incubo, un potere assoluto, un controllo poliziesco ineludibile e un chiaro intento polemico, per mettere in guardia i lettori contro i pericoli futuri.
Nel corso della storia è sempre stato più evidente il bisogno da parte dell’uomo non di un’immagine di perfezione, in quanto fissa e complessa da raggiungere, ma di uno scenario catastrofico, una distopia appunto, da scongiurare in ogni modo possibile.
Tali tratti traggono la loro origine, anzitutto, da ragioni di ordine storico.
Prendiamo ora in considerazione i 2 più celebri e amati esempi di distopie novecentesche, vale a dire 1984 di George Orwell (1948 ) e Il Mondo Nuovo (Brave new world - 1932) di Aldous Huxley.
Un clima dominato dal totalitarismo:
Fin dall’illuminismo erano state mosse critiche alle società ideali sotto forma di opere quali il Candido (Candide ou l’optimisme) di Voltaire, I viaggi di Gulliver (Gulliver’s travels) di Jonathan Swift e molte altre satire facenti parte di un filone che trova nella fantasia lo strumento necessario per criticare i disastri dell’epoca presente. Ci volevano, però, degli eventi storici letteralmente distruttivi per innescare la scintilla che avrebbe fatto esplodere, nel Novecento, la distopia come genere letterario.
Quest’ultimo è infatti il secolo delle due guerre mondiali, con devastazioni, carneficine, lager e una tecnologia sempre più distruttiva. Durante questo periodo non solo le violenze assumono una dimensione universale, ma esse vengono percepite e vissute in un modo nuovo, sia per l'immediatezza dell'informazione, sia per il contrasto tra le aspettative suscitate dal progresso e l'assurda realtà violenta.
È perciò in questo ambiente che si afferma, particolarmente in Inghilterra, un genere letterario incentrato sulla creazione e descrizione di mondi governati da temibili dittature o da spietati luminari della scienza.
Proprio nei decenni immediatamente successivi alla Grande Guerra vengono pubblicati i primi capolavori della distopia.
Il clima novecentesco in cui sono state scritte tali opere traspira da ogni pagina, e si può dire che, in generale, questi autori non avessero torto e che la loro funzione critica fosse legittima e proprio per questo condivisa da molti.
1984
Nel 1948 Orwell inizia la stesura del suo capolavoro, 1984.
Se le date non mentono, la sua intenzione era quella di mostrare un futuro imminente ed estremamente probabile. Non è un caso che “il Grande Fratello”, fantomatico capo del Partito di Oceania, cioè il continente dove si verificano i fatti, sia descritto con caratteri misti di Hitler, Mussolini e Stalin.
Lo scrittore inglese, con infinita acutezza, evidenzia la natura nichilistica del totalitarismo: il protagonista Winston Smith, torturato dal “Grande Fratello”, è costretto a rinunciare all'oggettività del Reale per negare la verità e la stessa evidenza delle cose.
Orwell vuole metterci in guardia da un sistema di costrizione del pensiero che, secondo i suoi pronostici, non si sarebbe manifestato soltanto con l’esplicita violazione della libertà, ma in una maniera molto più subdola e ben mascherata, tramite la modificazione progressiva del pensiero attraverso la riduzione delle parole e la trasformazione della lingua, necessarie per il funzionamento della mente umana.
Brave New World
Qualche anno prima, nel 1932, lo scrittore britannico Aldous Huxley pubblica Brave New World, ambientato in un futuro immaginario nel quale gli anni si contano a partire dalla nascita di Ford.
Qui, al contrario, assistiamo alla rappresentazione di una società totalmente pianificata nel nome del razionalismo produttivistico, un mondo che sembra perfetto in cui ogni individuo è circondato da un’apparente condizione di benessere materiale. Si tratta di una sorta di "totalitarismo dolce" in cui l'uomo vecchio stampo, il cosiddetto “Selvaggio”, si scontra con il Mondo Nuovo, basato sulla manipolazione delle masse e sull'ideologia edonistico-consumista che rende gli uomini deboli, passivi e vulnerabili. I rapporti sociali sono superficiali e utilitaristici, i bambini nascono attraverso mezzi extra-uterini, vengono distribuiti secondo rigidi protocolli, a seconda delle loro capacità intellettive, ad un gruppo sociale denominato con una lettera. Tutta la “produzione umana” avviene in serie, come in una fabbrica.
Il mondo procede come un meccanismo perfetto e non ci sono guerre, ma < possiamo realmente definirla una società ideale?! >…
In Brave new world il testo ritrae i fondamenti ideali (Comunità, Identità, stabilità) delle utopie positive, presentati però in una luce negativa. Al contrario, 1984 è una distopia allo stato puro.
Dunque in Huxley abbiamo una società con benesseri e comfort, mentre in Orwell manca qualsiasi elemento considerabile come positivo.
Per concludere, ciò che accomuna queste due opere, in ogni caso, è la ragione che le ha fatte nascere: un’infinita paura capace di opprimere la società dell’epoca…
Le distopie mostrano infatti le paure dell’autore, che si fa portavoce di un sentire più grande, dei pensieri di un’intera popolazione circa al suo futuro.
I due capolavori sopra citati, pur mostrando due società praticamente antitetiche, hanno in comune l’elemento di assoluto controllo da parte dello stato; sebbene questi esempi non ci spaventino in quanto non avvertiamo questo timore all’orizzonte, questo non significa che il problema non sussista, anzi, dobbiamo cominciare a rifletterci sopra a causa dell’irrefrenabile progresso tecnico che in ogni momento esercita su di noi un controllo totale.
Il senso della distopia, dunque, è perennemente attuale e radicato nella realtà: la fantasia è solo il mezzo per metterci in guardia da ciò che continuamente sta in agguato dietro l’angolo e, forse, anche dentro di noi.